lunedì 16 aprile 2012

Che cos'è l'arte?

Mark Wallinger, A Real Work of Art, 1993

 Nigel Warburton in La questione dell’arte, un agile libretto edito da Einaudi, affronta il problema di fondo della filosofia dell’arte: trovare la risposta- scontata solo a prima vista- alla domanda “Che cos’è l’arte?” .
Ammetto che, leggendo l’introduzione, la tentazione di abbandonare la lettura del libro era stata forte; l’autore infatti scrive: «La questione dell’arte sembra più adatta a una risposta filosofica che a una artistica»,  e poco prima: «Riguardo a tale questione la filosofia ha da dire più cose di quante sia possibile dirne per mezzo di un’opera d’arte» . L’impressione, insomma, è quella di trovarsi al cospetto del tipico approccio saccente di certa filosofia convinta di poter sentenziare su tutto (o quasi) lo scibile umano per una non meglio precisata superiorità[1]. Gli effetti di questo atteggiamento si vedono, per esempio, quando Warburton si ostina a includere la teoria di Clive Bell, fondamentale storico dell’arte formalista, in quelli che lui chiama “tentativi filosofici di definire l’arte”.
Eppure, nella parte conclusiva del saggio -la più importante- lo studioso va in tutt’altra direzione, l’unica possibile, a mio avviso: quella che antepone alle pretese della filosofia i diritti dell’arte -e , aggiungo, della storia dell’arte come disciplina scientifica.

I primi capitoli sono sicuramente, a livello metodologico, i meno interessanti, ma costituiscono una lettura piacevolissima e soprattutto molto istruttiva perché ci offrono l’occasione di conoscere o approfondire teorie che hanno fatto la storia della critica d’arte e dell’estetica: il già citato Clive Bell, con le sue significant form costruite sull’arte di Cèzanne e del post-impressionismo; l’espressionismo “emozionale” di Robin G.Collingwood; quella del neo-wittgensteiniano Morris Weitz, secondo cui esistono proprietà comuni a tutte le opere (seppur non visibili) che rendono artistiche le opere d’arte; e infine la teoria istituzionale di George Dickie, a mio avviso la meno convincente.
Caratteristica comune di queste teorie è quella di costituirsi come «reazione a un movimento artistico contemporaneo piuttosto che un suo catalizzatore» (frase che Warburton applica a Bell, ma che possiamo ritener valida per tutti gli altri- specie per Dickie), il che mi sembra una conferma a quanto sostenevo prima: l’arte viene prima di qualsiasi speculazione che le gira intorno.
Anche Warburton ha come riferimento l’arte contemporanea, in particolar modo la categoria degli oggetti ansiosi (definizione coniata da Harold Rosenberg) derivati dai ready made duchampiani- quello di Mark Wallinger nell’immagine sopra «è un vero cavallo da corsa che ha realmente partecipato a gare e al tempo stesso una vera opera d’arte» .
L’opera che tuttavia diventa centrale nella spiegazione che dà Warburton della propria posizione sulla questione dell’arte, è una fotografia di Cindy Sherman- e la potete vedere sotto.


Cindy Sherman, Film Still # 21, 1978
In primis, che “arte” è «probabilmente un termine indefinibile», per cui «dovremmo probabilmente smettere di sprecare il nostro tempo a inseguire una definizione onnicomprensiva» . Dunque, «la questione dell’arte, quando è posta a livello generale di “che cos’è l’arte”, probabilmente non ha risposta» .
Ma allora tutto il problema di cui il libro tratta è pura perdita di tempo? No: la ricerca di una definizione è utile e necessaria, ma solo alle seguenti condizioni:
1) Che la questione dell’arte sia posta in relazione ad oggetti specifici, a singole opere d’arte, e non all’arte nel suo complesso;
2) che la ricerca di una definizione sia utile per conseguire una miglior fruizione e quindi una maggior comprensione della singola opera che abbiamo sotto gli occhi- per esempio Film Still #21 della Sherman;
3) che, una volta afferrate le caratteristiche che rendono Film Still #21 un’opera d’arte, non si pretenda di cercarle in altre opere d’arte, o di promuoverle a criteri universali di ciò che è arte- e su questo punto Warburton è molto chiaro: «La questione dell’arte è resistente proprio a questo genere di affermazioni generali. Possiamo individuare gli aspetti della fotografia di Cindy Sherman che giustificano il fatto di discuterne come di un’opera d’arte, ma trasformare tali aspetti in regole non ci fornirebbe un’indicazione affidabile riguardo a ciò che rende qualcosa un’opera d’arte fotografica» ;
4) che (è il punto più importante, quello che, da storico dell’arte, trovo valido oltre ogni dubbio) ci si ricordi che «tutta l’importanza della questione dell’arte dipende dal fatto che essa è posta da persone che sono interessate alle opere d’arte, e non semplicemente all’ idea di arte. In ultima analisi dobbiamo tornare alle opere stesse» .
Quest’ultimo punto è la splendida conclusione del saggio: una conclusione che si sbarazza dei «filosofi dediti ai tecnicismi enigmatici» in nome di ciò di cui parlavo all’inizio: le pretese della filosofia sono in una posizione irrimediabilmente subalterna ai diritti dell’arte e della disciplina che ne studia concretamente la storia.

Nigel Warburton, La questione dell’arte, Einaudi 2004
132 pagine, 18 euro

[1] Molto istruttiva al riguardo la ricostruzione della polemica tra Heidegger, Schapiro e Derrida compiuta da Jacqueline Linchtenstein nel saggio “Il filosofo e lo storico dell’arte. Un dialogo possibile?”, contenuto in ”Meyer Schapiro e i metodi della storia dell’arte”, Mimesis 2010. Un approccio filosofico diverso da quello in questione è proposto da Mauro Carboni in “Essere morti insieme- l’evento dell’11 settembre 2001”, Bollati Boringhieri  2007.

2 commenti:

  1. ti sembrerà strano, ma quella frase sulla filosofia che quasi stava causando il tuo abbandono della lettura, io l'ho letta diversamente, come un modo per dire che solo con la filosofia si può costruire un ragionamento intorno all'arte, quindi se lo fai sei un filosofo, forse i "veri" artisti non si preoccupano di discutere troppo sulle proprie opere, si limitano a realizzarle, e il mio pensiero va a tante di quelle persone creative la cui soddisfazione maggiore -e glielo si legge nei occhi, talvolta- sta nell'aver semplicemente creato, figuriamoci la difficoltà aggiuntiva di dover pure spiegare...

    ad ogni modo, il discorso è intrigante e merita approfondimenti, bravo!
    ciao.

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  2. Ti ringrazio, Alessandro, per questo tuo commento (che essendo il primo, mi ha fatto ancor più piacere) e per i complimenti!
    Per venire nel merito: se il senso della frase di Warburton fosse quello che tu dici, mi troverebbe comunque in disaccordo: non vedo perchè uno storico dell'arte, che di professione non fa che costruire ragionamenti intorno alle opere d'arte, deve essere considerato un filoso. Inoltre tanti grandi artisti, specie nella modernità, hanno scritto pagine e pagine sul loro lavoro e la poetica.
    Insomma, è quel "solo con la filosofia" del tuo commento che mi trova fortemente in disaccordo :-)

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