lunedì 23 aprile 2012

L'ultimo capolavoro di Michael Baxandall

Michael Baxandall
Il sottotitolo di Parole per le immagini, l’ultimo libro che Michael Baxandall ha pubblicato prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2008,  è rivelatore: L’arte rinascimentale e la critica. Chiaro quindi l’argomento del volume: il rapporto che intercorre tra linguaggio figurativo e linguaggio verbale, indagato nello specifico della civiltà artistica del Rinascimento.
L’opera si propone come il consequenziale atto finale della sua biografia intellettuale. Scrive infatti Francesco Peri, curatore e traduttore dell’edizione italiana -di Bollati Boringhieri- nella splendida postfazione: «Se un filo rosso esiste davvero […] questo minimo comune denominatore è il problema del rapporto infinito tra il linguaggio e il manufatto artistico, tra la scrittura del critico e i suoi oggetti. Lo dichiara da ultimo anche un titolo denso di significato come Parole per le immagini»: è così confutata l’interpretazione secondo cui il fulcro dell’attività di Baxandall sarebbe la storia sociale dell’arte.
Tutto ciò rientra nel solco dell’iconologia, potremmo giustamente pensare; solo che, come vedremo, l’insegnamento che Baxandall affida a queste pagine si può ben definire nichilista, poiché si configura come un atto di sfiducia inappellabile nei confronti della disciplina storico artistica nella sua totalità.

Il volume si compone di una serie di saggi, scritti in contesti e periodi diversi, che formano un’opera unitaria in virtù degli argomenti trattati. Sono saggi specialistici di uno storico dell’arte rinascimentale, ma non per questo meno affascinanti e istruttivi per quel che riguarda questioni di interesse generale- per esempio sul problema dell’autorialità dell’opera: «Chi c’è dietro a un’opera d’arte, chi ne è la causa? […] i testimoni possono oscillare liberamente, in un modo per noi difficile da comprendere, tra l’idea che l’autore sia il committente e quella che l’autore sia l’artista» (quarto saggio, Arte e committenti in Rudolph Agricola).

Leon battista Alberti, Autoritratto, ca. 1435-50
E a parte gli aspetti metodologici, la bellezza di questi saggi sta nel fatto che con essi Baxandall ci propone una vera e propria immersione nella cultura artistica rinascimentale, attraverso la presentazione e l’analisi di alcuni dei termini chiave della critica d’arte del periodo e delle teorie estetiche di grandi personaggi- da Angelo Decembrio a Rudolph Agricola- in un percorso che tralascia Firenze per concentrasi sulle “periferie”: in primis la Ferrara degli Este.
Su tutti domina la figura di Leon Battista Alberti, l’uomo della prospettiva e del giusto mezzo, l’intellettuale eccentrico rispetto al clima culturale dell’epoca, mai completamente “fiorentino”, a cui viene dedicato un saggio (il secondo, La forma mentis di L.B. Alberti) e ampio spazio in quasi tutti gli altri (specie nel primo, Prologomeni: valori, argomenti, sistema) tramite un confronto con le teorie degli altri protagonisti del libro.

Gli ultimi due saggi sono quelli che mi sono piaciuti di più, quelli che mi hanno spinto a inserire la parola “capolavoro” nel titolo di questo post.

Marco Dente, Il gruppo del Laocoonte
Il «Laocoonte» di Jacopo Sadoleto tratta della descrizione in versi che nel 1506 il Sadoleto fece del noto gruppo scultoreo («la più famosa descrizione rinascimentale di un’opera d’arte», «di grande forza interpretativa») paradigmatica, per Baxandall, dell’intera critica d’arte. Il tema, qui, è l’ekphrasis, che era già stato al centro di Forme dell’intenzione e della proposta metodologica di critica inferenziale - si potrebbe dire che questo saggio sia una prosecuzione, o un’appendice, di quel libro.
Il nostro studioso pone una domanda cruciale: «che cosa rappresenta in realtà questa descrizione?»; la sua componente essenzialmente narrativa, necessaria ai fini della comprensione di un’opera mai vista dal lettore, esclude che possa trattarsi del «vero e proprio flusso oculare» di fronte all’opera: siamo di fronte, piuttosto, alla «rappresentazione di uno stato d’animo [quello dello spettatore Sadoleto] risultante dalla contemplazione della scultura», e a nient’altro: questo fatto è fondamentale.
Perchè -e qui veniamo ad alcuni dei punti chiave del pensiero baxandalliano- il linguaggio visivo e quello verbale sono due medium diversi e tra loro irriducibili: la struttura del primo è «simultaneamente accessibile alla visione, […] tutta presente in ogni momento», quella del secondo è temporale-lineare: e quindi la critica d’arte, che «rimanda all’esperienza dell’arte visiva nel medium del linguaggio», è in una condizione di inadeguatezza rispetto al suo oggetto .
E allora di cosa parla la critica d’arte? Esclusivamente dell’esperienza del critico di fronte all’opera, e non dell’opera in se stessa, che rimane esclusa dal processo descrittivo.
L’opera d’arte è dunque inafferrabile: ecco l’esito, che prima definivo nichilista, del pensiero di Baxandall- e questo “nichilismo” esplode ancor più chiaramente nel saggio conclusivo.

È la Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca l’oggetto dello studio; il Nostro torna quindi su quello che è forse l’artista a cui è maggiormente legato e su cui più spesso è ritornato (non è un caso se il saggio conclusivo di Forme dell’intenzione è dedicato al Battesimo di Cristo dello stesso artista).

Piero della Francesca, La resurrezione di Cristo, ante 1474
 La Resurrezione è indagata con tutti i criteri della storia dell’arte: analisi storico sociale ( una bellissima ricostruzione dei rapporti tra Firenze e le città a lei sottoposte, come la San Sepolcro di Piero) e analisi formale, che individua i sette eventi pittorici che caratterizzano l’opera; indagine iconografica (i precedenti pittorici sul tema della resurrezione) e iconologica - sui testi sacri e le diatribe teologiche che possono aver influenzato Piero; e infine un bell’esempio di psicologia della percezione.
L’analisi è bellissima e istruttiva. Ma anche, e soprattutto, essenzialmente inutile: assistiamo cioè a una vera e propria ammissione di impotenza, alla resa dello storico dell’arte che non può che certificare l’insufficienza dei suoi metodi: ecco ancora il nichilismo di Michael Baxandall !
Infatti «assegnando significati qua e là, un pezzo alla volta, mandiamo in corto circuito la forza sistematica dell’immagine al cui interno gli elementi singolarmente descritti [i sette eventi pittorici] interagiscono. In questo modo ostacoliamo un possibile superevento pittorico capace di trascenderli». E tale è l’ambiguità (visiva e concettuale) dell’immagine che, addirittura, «non c’è nulla che possiamo fare per confermare o infirmare l’inferenza in base alla quale siamo convinti che esso [il sarcofago da cui esce Cristo] abbia quattro lati e una parte superiore».
E non finisce qui: oltre al significato dell’opera, ci è precluso anche il disvelamento di Piero della Francesca in quanto artista, perché quel poco che possiamo decifrare con certezza dell’opera è insufficiente: «si può dire ben poco, tutte cose scontate e malgrado ciò impossibili da verificare in un modo che possa risparmiare agli storici dell’arte una smorfia di dubbio».
L’insegnamento nichilista di Baxandall è quindi un invito a prendere consapevolezza che quello dello storico dell’arte è un mestiere poco remunerativo e in fin dei conti frustrante: l’arte è tanto più ricca e complessa di qualsivoglia teoria e metodologia.

Michael Baxandall, Parole per le immagini- l’arte rinascimentale e la critica
Bollati Boringhieri 2009, pagine 210, euro 25

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