lunedì 30 aprile 2012

L'avanguardia americana a Roma

W. de Kooning, Composition, 1955

A Roma ci sono almeno tre posti in cui è possibile visitare delle mostre serie e realizzate con vero intento culturale - parlo di arte “storicizzata”, di quei periodi artistici consacrati nei manuali. Il primo è la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), in cui ho visto alcune delle mostre più belle della mia vita e in cui ogni volta mi prende il magone nel constatare quanto sia poco frequentata, nonostante il numero impressionante di grandi opere che conserva (argomento su cui tornerò in maniera più approfondita tra qualche tempo).
Il secondo è il complesso delle Scuderie del Quirinale; anche qui, a eccezione di quella sul centenario del Futurismo (grandiosa per la qualità delle opere esposte, ma fiacca a livello espositivo), ho visto due mostre memorabili, su Antonello da Messina e Albrecht Dürer - quest’ultima in particolare fu una cosa spettacolare (o almeno così ricordo entrambe: magari se le vedessi oggi, sulla scorta di criteri più validi, potrei anche valutarle diversamente).
Il terzo è il Palazzo delle Esposizioni: la mostra su Alexander Calder, per qualità e quantità di opere, nonché per bontà espositiva, è rimasta nei miei personali annali - purtroppo, e questo è uno dei miei più grandi rammarichi, non vidi la mostra su Mark Rothko, le cui lodi mi sono state cantate da più parti .
In questi mesi il Palazzo ha ospitato Il Guggenheim. L'avanguardia americana 1945-1980, che chiuderà i battenti tra pochi giorni - per cui vi conviene darvi una mossa!

C’è da premettere che la serietà dell’operazione è anche questa volta indiscutibile.
Non ci si è limitati, infatti, alla sola esposizione, ma si sono proposti una serie di incontri tenuti da gente come Alberto Boatto, Claudio Zambianchi e Gillo Dorfles, in cui si sono approfonditi i temi della mostra (purtroppo non ne ho seguito nemmeno uno).
Questa iniziativa, dal mio punto di vista, è importante quanto la mostra stessa: affrontare “armati” le opere d’arte aiuta, oltre alla comprensione, anche il puro godimento estetico.
Devo, a questo punto, fare una confessione (che immagino mi costerà un po’ di lettori contemporaneisti ): pur non negando la qualifica di “Arte” a cose come il Minimalismo o la Land Art, tutto quello che avviene dopo l’Espressionismo Astratto mi interressa poco e niente. Ecco quindi che, escluse le due sale di Pollock e compagni, le restanti non me le sono godute da nessun punto di vista, e non poteva essere altrimenti: come, infatti, provare una qualsiasi emozione al cospetto dei colori sgargianti di un Kenneth Noland o un Morris Louis se su di essi non si è prima compiuto uno studio serio?


A. Gorky, Untitled, 1944

Ciò detto, aggiungo che, anche considerando soltanto le due sale dedicate all’Espressionismo Astratto, il prezzo del biglietto è più che meritato, dato che sono presenti almeno cinque opere straordinarie.
La prima è la grandiosa Untitled di Arshile Gorky del 1944, appartenente alla fase matura del pittore armeno. Non voglio essere così arrogante da lanciarmi in un’ analisi di quest’opera magnifica, ma posso dire che i tratti caratteristici della pittura gorkyana - la dissociazione tra forma e colore, la tenuità di quest’ultimo, e, specie nella fase tarda, gli sgocciolamenti che fanno pensare (ma solo pensare!) ai dripping di Pollock - qui sono tutti presenti.
Oltre a questo, Gorky è da sempre uno dei miei artisti preferiti, uno di quelli che mi emozionano in maniera più profonda, e questo è il suo primo lavoro (a parte un magnifico disegno a carboncino visto di sotterfugio) che ho ammirato dal vivo. E’ stata una bella sensazione.
Poi due opere di Pollock, una più stupefacente dell’altra. La prima è del ’42, The Moon Woman, appartenente al suo periodo “totemico”, anche questa di grandi dimensioni. Non lo conoscevo, questo dipinto, e vi assicuro che l’effetto che fa quando ci si trova davanti è intenso per davvero: forse è la cosa che più mi ha colpito di tutta la mostra.
A The Moon Woman si aggiunge Untitled (Green Silver), con cui entriamo nella maturità dell’artista, nel suo periodo più noto e rivoluzionario: se non avete mai visto un dripping di grandi dimensioni spicciatevi a fare il biglietto.

C.Still, Jamais, 1944

Di de Kooning è presente una sola opera, ma che opera! Se vi chiedete come può essere possibile che Harold Rosenberg pensò a lui e non a Pollock quando coniò il concetto di action painter troverete la risposta di fronte a questa grande tela violentata da una allucinante esplosione di colori. E’ una Composition del ’55, quindi dello stesso periodo  - e questo appare chiaro già da un’analisi stilistica- di Gotham News, uno dei suoi capolavori più celebri .
E infine, un autentico capolavoro della pittura del novecento - su cui non mi sento degno di dir qualcosa - che probabilmente avrete già visto riprodotto in qualche libro o manuale. Mi riferisco al Jamais di Clifford Still, del ’44.
Insomma, anche solo queste cinque opere valgono i 10 euro del biglietto.
Se a queste poi aggiungiamo un paio di Rothko (tra cui un Multiform), un Baziotes, un Kline e un Motherwell di dimensioni straordinarie (da solo occupa una parete intera!), e un altro Pollock più piccolo, ecco che il cultore dell’Espressionismo Astratto dovrebbe avere ottimi motivi per sentirsi soddisfatto - in pratica è assente un solo grande protagonista del movimento, Barnett Newman.

Piccola nota sull’allestimento.
Una mia amica con cui ho visitato la mostra mi diceva che al Guggenheim di Venezia i quadri sono disposti tra loro in maniera molto ravvicinata; la visita al museo - dagli spazi non molto grandi - può così generare come una sensazione di oppressione, o comunque di pienezza eccessiva, proprio per il grande ammasso di capolavori (insomma, chi soffre di sindrome di Stendhal forse dovrebbe starne alla larga!).


La grande intelligenza dell’allestimento è stato quello di non ripetere una tale disposizione; alle opere è lasciato il giusto spazio, la giusta porzione di muro: la loro forza, che si poggia in maniera non secondaria sulle dimensioni tanto notevoli, risulta così assecondata e rafforzata.
Insomma, si respira, in queste sale, si può guardare con calma e senza avere gli occhi e la mente stracolmi di roba. L’ordine dell’allestimento è il giusto corollario al “disordine” delle opere .

J.Pollock, Untitled (Green Silver), 1949

 

2 commenti:

  1. Visitata e rimasta piacevolmente contenta e soddisfatta. Bella l'organizzazione delle sale per ogni corrente che via via si sviluppava fino al fotorealismo. Convengo con te per quanto riguarda l'allestimento. Mi sono ritrovata nella giornata in cui l'ingresso era gratuito a chi non superava i 27 anni di età, e quindi la confusione era molta. Ma sono riuscita a guardare e a prendere appunti sui quadri tranquillamente senza problemi per esempio di luce diretta o troppa gente tutta stretta in un piccolo spazio.

    Bella descrizione.
    http://artsandco-rosie.blogspot.it/

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  2. Grazie per il complimento: effettivamente l'allestimento era fatto davvero bene!
    Molto bello anche il tuo blog, grazie per avermelo segnalato! :-)

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