lunedì 14 maggio 2012

Panofsky e il Rinascimento allargato


Guido Reni, Maddalena penitente, 1635
L’immagine insepolta[1] di Georges Didi-Huberman, oltre che un caposaldo imprescindibile della letteratura su Aby Warburg è anche, tra le tante cose, un atto d’accusa mosso contro Erwin Panofsky ed Ernst H. Gombrich, colpevoli, per lo studioso francese, di non aver compreso a fondo e di aver quindi impoverito i concetti warburghani fondamentali, in primis quello di Sopravvivenza.  (L’esorcismo del Nachleben: Gombrich e Panofsky, è l’esplicito titolo dell’ottavo capitolo della prima parte del volume).
È Panofsky in particolare “il grande esorcista”, colui che riduce il tema della sopravvivenza a semplice problematica di influenza, che esclude dal Rinascimento tutti i tumulti e le contraddizioni rilevati da Warburg; il Rinascimento (ri)diventa nelle sue mani l’età dell’oro, il periodo dell’ «acme artistico, di autentica archeologia e, quindi, di purezza stilistica». Didi-Huberman rileva, negli scritti panofskyani, addirittura una ripresa diretta dell’idealismo di Vasari e Winckelmann.
È davvero questa l’idea di Rinascimento del sistematizzatore dell’iconologia? Anche Salvatore Settis sembrerebbe d’accordo: il processo della storia nell’ottica di Panofsky culminerebbe in un happy end[2] -quello rinascimentale, per l’appunto.

Erwin Panofsky
Qualche mese fa Abscondita ha ripubblicato il volume - curato originariamente da Irving Lavin - con i Tre saggi sullo stile[3]. Il primo è uno scritto sul Barocco del 1934 che Panofsky non aveva mai voluto pubblicare.
Perché mi sembra così importante questo saggio denigrato più volte, per vari motivi, dal suo stesso autore? Perchè, nella parte conclusiva, sembra contraddire tutto quello che Didi- Huberman gli contesta: il Rinascimento come età dell’oro, Panofsky come “neo Vasari”. La fondamentale conseguenza è che le carte vengono a scompigliarsi: quello che credevamo certo del discorso storico panofskyano in realtà non lo è affatto.
E oltre a questo, il Nostro propone una visione del rapporto tra Rinascimento e Barocco quanto mai interessante e sicuramente inusuale.

 Lasacio la parola all’imputato.
«Lo stesso Rinascimento, fondato sulla ripresa della classicità e su un naturalismo che nulla aveva di classico, accentuando tali tendenze entro l’ambito di una cultura essenzialmente cristiana, era approdato a uno stile che, pur con tutti i suoi innegabili meriti, rivela un certo dissidio interno» .
Ecco dunque i termini del problema: classicità, naturalismo anticlassico e cristianesimo, che formano un insieme complesso e contraddittorio - il che, a dispetto delle accuse di Didi-Huberman, non credo renda l’idea panofskyana di Rinascimento così lontana da quella di Warburg.
E’ vero, aggiunge Panofsky, che «lo stile del pieno Rinascimento di Leonardo e Raffaello è una splendida riconciliazione di queste tendenze contradditorie», ma è altrettanto vero che si tratta di casi isolati, di soluzioni non sistematiche che rimangono all’interno di una cultura che il dissidio lo vive senza risolverlo, incapace di trovare una soluzione duratura.

Gian Lorenzo Bernini, San Longino, 1629-40
Tocca dunque al Barocco risolvere il dissidio, poiché esso «è l’unica fase della civiltà rinascimentale in cui vengono superati i conflitti che la agitano, non rimuovendoli (come nel classicismo cinquecentesco), ma prendendone coscienza e trasformandoli in un’energia emozionale soggettiva» .
Abbiamo in questo passaggio due conclusioni fondamentali: se “età dell’oro” c’è stata, essa non si svolge nel Quattrocento e nel Cinquecento, ma nel Seicento barocco. E, fatto non meno importante, il Barocco non nasce come reazione al Rinascimento, ma si presenta come «il suo secondo grande apogeo» . La statuaria barocca, per esempio, tornando al principio della visuale unica reagisce al Manierismo, - Benvenuto Cellini era arrivato a teorizzare otto vedute di pari importanza - e in questo rivela «una nuova tendenza alla chiarezza, alla naturale semplicità e anche all’equilibrio».
Panofsky, insomma, giunge a conclusioni inaspettate se non addirittura innovative.
E non si ferma qui; v’è un’ultima conclusione degna di nota: «Il Rinascimento, se lo intendiamo […] come una delle tre grandi fasi della storia umana, […] terminò molto dopo la fine del Cinquecento, all’incirca all’epoca in cui morì Goethe e vennero costruite le prime industrie» - e a questo punto lo studioso accenna alla sua polemica contro l’arte contemporanea, che qui comprende, con toni decisamente pessimistici, tutta la civiltà contemporanea nel suo insieme, rea di aver messo l’uomo e la natura  in secondo piano rispetto a «quelle forze antiumane e antinaturali (le masse e le macchine) che sembrano caratterizzare la nostra epoca e di cui non sappiamo ancora se sono manifestazioni di un dio o di un demone sconosciuti», «un’epoca -continua Panofsky - che sta ancora lottando per raggiungere una propria espressione nella vita e nell’arte, e che solo le generazioni a venire potranno definire e giudicare, sempre che essa non decida di porre fine a ogni generazione futura» - ricordiamoci gli anni bui in questo saggio è stato scritto.

Per concludere, ritorno a quanto dicevo all’inizio: questo saggio, oltre a proporre un’idea insolita del rapporto tra Rinascimento e Barocco, e una considerazione quanto mai allargata della nozione stessa di Rinascimento, ha un’importanza notevole perché viene a portare l’incerto in quel che si credeva certo, a rendere più problematica la ricostruzione e la valutazione del pensiero di Panofsky.
Una sua lettura è insomma indispensabile, per questi e altri motivi che qui tralascio.


[1] Bollati Boringhieri, 2006
[2] Riportato da C. Cieri Via in “Nei dettagli nascosto” (Carocci 2009).
[3] Abscondita, 2011

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