lunedì 16 luglio 2012

L'arte greca svelata da Hölscher

Vecchia ubriaca, seconda metà del
III secolo a.C.
Ho conosciuto Tonio Hölscher grazie al suo manuale di Archeologia classica[1], un compendio di storia e teoria della disciplina archeologica, e una storia dell’arte greca e romana concisa e chiara.
Un manuale che mi è piaciuto così tanto da spingermi a non lasciarmi sfuggire un libro, pubblicato da Einaudi, che lo studioso ha scritto alcuni anni fa: Il mondo dell’arte greca, un volumetto agile, bello dall’inizio alla fine, e adatto, a mio avviso, a chi guarda all’arte greca con noia o disinteresse- ammetto che questo era il mio caso.
Il fatto è che siamo abituati a concepire l’arte antica come un qualcosa di “vecchio”, sorpassato, che puzza di sale da museo e accademie “passatiste”: un’arte “da piedistallo”, se mi concedete il termine, poco attraente specie se si è interessati all’arte contemporanea e se si ha una predilezione per le forme artistiche anti classiche, espressioniste o impressioniste che siano, di qualunque epoca e luogo.
E’ in questi casi che il libro di Hölscher diventa davvero istruttivo.

Prima lezione essenziale: l’arte antica non nasce come “arte da museo”, ma è al contrario un’arte sociale, nata per scopi ben diversi da quelli di una semplice contemplazione estetica. «Nell’antichità le opere delle arti figurative erano parte integrante della vita sociale, non oggetto di osservazione esclusivamente “museale”»: è insomma l’arte degli ultimi due secoli ad essere “privata” e individualista, non quella antica (stesso dicasi per l’arte dal medioevo al barocco).
Se in questo la storia dell’arte greca si allontana dal nostro mondo, per altri, molto importanti, è a noi più vicina di quel che si pensi.
Faccio qualche esempio: avete presente quante volte si sentono storielle su statue di madonne piangenti? E vi è mai capitato di trovarvi in qualche paesello durante le feste patronali, con le statue dei santi bardate d’oro e oggetti preziosi portate a spasso per le strade? Bene, credo che anche voi proverete la stessa sorpresa che ho provato io nel leggere che «le immagini cultuali degli dèi, collocate solitamente nei templi, venivano anche portate in processione, lavate nei fiumi, poi unte e rivestite con indumenti e gioielli come se fossero le divinità in persona. Di certe raffigurazioni degli dèi si raccontava che muovessero la testa, che piangessero  o trasudassero sangue […]. Simulacri di dèi e di eroi potevano guarire malattie o scongiurare epidemie».

Paride, dal timpano del tempio di Afaia a Egina,
ricostruzione a colori, 510 a.C.

Ma non basta.
Uno dei temi fondamentali della scultura del novecento è stato il polimaterismo, ovvero il tentativo di creare una scultura che si allontanasse dall’uso esclusivo dei “materiali nobili” (marmo, bronzo) per accogliere le materie tenute lontane dalla tradizione artistica occidentale[2]: una grande battaglia avanguardistica e uno dei risultati più importanti raggiunti dall’arte del secolo scorso.
Ma ecco che proprio in Grecia, fonte di ispirazione di tutte le accademie contro cui le avanguardie si ribellarono, il polimaterismo fioriva, come pratica comune accettata serenamente in modo del tutto naturale: «tutte le sculture in pietra - scrive Hölscher- erano vivacemente dipinte [e] in origine le opere in bronzo risplendevano per la superficie dorata, fortemente in contrasto con gli altri metalli impiegati, come il rame usato per i capelli, le labbra, le ferite, e con le pietre preziose inserite nelle cavità oculari […]. Travolgente deve essere stato l’effetto cromatico di opere che combinavano diversi materiali, comprese le raffigurazioni di divinità di grandezza superiore al naturale realizzate da Fidia, il quale impiegò oro per gli indumenti, avorio per le parti nude dei corpi e altri materiali per il ricco corredo».
Fidia, Atena Parthenos, ricostruzione, 440 a.C.

Questo fatto straordinario induce due considerazioni importanti: che la cultura artistica dal Rinascimento in poi ha essenzialmente frainteso la scultura greca, relegandola a una “purezza” universale e posticcia che non le appartiene[3] e slegandola da quelli che erano i motivi concreti, religiosi e sociali, dunque “vitali”, che ne informavano la creazione.
L’altra, a mio avviso, è altrettanto importante quanto prudente: con questo discorso non credo sia giusto dire (Hölscher non lo fa!) che il polimaterismo novecentesco perda di carica rivoluzionaria. L’adozione della poetica polimaterica da parte di Boccioni e company nasce dalla necessità di ridefinire lo statuto dell’opera d’arte, in un processo che coinvolge la pratica artistica e l’essenza stessa del concetto di arte: tale “drammaticità”, come detto, nell’arte greca non sussiste- e questa è forse la cosa più affascinante.

Nike  di Samotracia, 190 a.C.

Ma Hölscher induce a pensare a un altro momento di avvicinamento dell’arte greca all’arte contemporanea[4]: le parti in causa sono la scultura ellenistica e l’arte ambientale del secondo novecento.
«Un “arte ambientale”- scrive l’autore- deve essere stata diffusa in epoca ellenistica», e ha due momenti principali: il primo, più importante, è di tipo contenutistico, per cui un’opera come la Vecchia ubriaca, immaginandola collocata in un santuario dionisiaco, poteva avere il compito di caratterizzare l’ambiente, di far capire al fedele con la sua sola presenza di trovarsi in un luogo dedito al culto di Dioniso: «come se si fosse davvero accasciata per terra durante la baraonda di una festa -appunto- dionisiaca».
L’altro momento è quello più novecentesco: un esempio è dato dalla Nike di Samotracia, «che dimostra le grandiose possibilità della messa in scena di opere d’arte in contesti paesaggistici»; «l’inserimento delle opere d’arte in paesaggi naturalistici rese disponibile lo spazio in un modo nuovo, come contesto per effetti grandiosi», e questo vale soprattutto per l’arte dionisiaca, le cui opere sono «quelle più facili da immaginare poste in ambienti naturali “costruiti”»- ma anche in questo caso il motivo contenutistico è quello principale, in quanto il tutto era progettato per immergere lo spettatore, tramite le immagini, in un «mondo onirico fittizio».

La mia recensione finisce qui.
Ma sia chiaro: il libro di Hölscher non tratta dei paralleli tra arte greca e arte contemporanea; io mi sono concentrato su questi perché sono tra quelli che, credo, possono indurre maggiormente chi ha una concezione neoclassica e accademica  -e dunque sbagliata- dell’arte greca a leggere il libro.
Libro tanto più ricco e affascinante di quello che si possa sospettare leggendo questo post- e la cosa sorprendente è che tale ricchezza è concentrata in un numero di pagine relativamente esiguo, che si leggono con molta facilità e piacere, tanto la scrittura di Hölscher sa essere chiara, immediata, stimolante.
Il libro ha 160 pagine
e costa 16,80  euro


[1] T. Hölscher, L’archeologia classica, L’Erma di Bretschneider, 2010
[2] Vedasi l’elenco dei materiali offerto da Boccioni nel suo Manifesto della scultura del 1912, argomento del post d'apertura di questo blog..
[3] Non a caso John Boardman insiste, nel suo manuale Storia Oxford-L’arte classica, Laterza 1995, sull’importanza del colore nella statuaria classica.
[4] E ce ne sarebbe ancora un altro, che l’autore propone nel suo citato manuale: nella non distinzione tra arte e artigianato, o tra arti maggiori e minori, egli vede un elemento di avvicinamento al Dadaismo.

Nessun commento:

Posta un commento