lunedì 27 agosto 2012

Gnam: un grande museo da riscoprire!


L'articolo che state per leggere, scritto verso gennaio, è diventato nel frattempo essenzialmente inutile. La GNAM, infatti, ha rinnovato l'allestimento.
Questo pezzo lo pubblico comunque, sia per tenere "vivo" il blog in questo mese d'agosto, che per usarlo come "promemoria" quando parlerò del make-up a cui la GNAM si è sottoposta.


Roma, ovviamente, in fatto di arte non ha niente da invidiare a nessuna città del mondo; data la sua storia millenaria e la sua importanza, numerosi e famosi sono i suoi musei: un’ offerta che accontenta tutti i palati e i gusti storico artistici. Anche per gli amanti della storia dell’arte contemporanea c’è il luogo giusto (ce ne sono anche altri): la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM), un palazzone neoclassico piuttosto sfarzoso che si trova nel quartiere Parioli: la sua proposta artistica è davvero valida; anzi, addirittura indispensabile per chi studia l’arte degli ultimi due secoli.
Purtroppo però questo grande museo ha pochi visitatori; sicuramente il loro numero è troppo misero rispetto ai capolavori che conserva, alle ottime mostre che propone, e al buonissimo livello espositivo - qualche caso raro di brutta collocazione c’è, e ne parlerò in breve.
L’intento di questo articolo è semplicemente quello di invogliare chi lo leggerà a farsi un giretto alla GNAM.

D. Morelli, Le tentazioni di Sant'Antonio, 1878
Dopo l’accoglienza dell’enorme (in tutti i sensi) capolavoro di Canova, Ettore e Lica, quasi tutto il primo piano del museo potrebbe creare un pò di sconforto nel visitatore, pieno com’è di quella pittura verista italiana ottocentesca così lontana dal nostro gusto- specie da quello degli amanti dell’arte contemporanea. Eppure il valore storico di tali opere è indiscutibile, dato che sono una testimonianza precisa e molto ampia di un intero periodo della nostra storia artistica (non dimentichiamo il termine Nazionale nel nome del museo). E oltre a questo, non mancano pezzi di assoluto valore: da alcuni Fattori alla splendida Le tentazioni di Sant’Antonio di Domenico Morelli. 
L’importante, comunque, è non farsi prendere dallo sconforto, perché proseguendo il percorso ci si trova improvvisamente nel pantheon della pittura dell’ottocento.
Ad introdurci sono le sale dedicate ai divisionisti italiani, con i capolavori di Previati, Segantini, Pellizza da Volpedo, e la sala dedicata a uno dei più grandi scultori della contemporaneità- a mio avviso il più grande del diciannovesimo secolo- Medardo Rosso, “l’impressionista della scultura”, maestro per l’avanguardia italiana  (basti ricordare il Manifesto tecnico della scultura futurista di Boccioni): la GNAM propone una selezione delle opere di Rosso davvero entusiasmante, per quantità e qualità.
Basterebbero queste sale a farci uscire dalla visita contenti e soddisfatti!
Ma, appunto, parlavo di una sala con il pantheon della pittura ottocentesca, e finalmente ci arriviamo. A dire il vero la quantità non è degna di nota, tanto pochi e selezionati sono i dipinti, ma la qualità è straordinaria.
Un’ opera a testa di Courbet, Degas, Monet (una delle sue bellissime Ninfee), un paio di Van Gogh, ma soprattutto, un’opera che da sola vale il prezzo (tra l’altro nemmeno troppo alto) d’ingresso. Parlo di Le capanon de Jourdan di Cézanne.
P.Cézanne, Le cabanon de Jourdan, 1906
Può un singolo quadro meritare il prezzo del biglietto? Si, assolutamente si, almeno in questo caso: perché stiamo parlando della (probabilmente) ultima opera dipinta dal Maestro di Aix; perché del percorso cézanniano è forse il punto più estremo; e perché, di conseguenza, è il suo quadro che forse più si avvicina -anticipandole- ad alcune delle istanze del cubismo di Picasso e Braque e del futurismo di Boccioni. Un capolavoro assoluto che, per la sua straordinaria bellezza e complessità esige  una contemplazione prolungata e ripetuta.

Saliamo quindi al piano superiore, tutto dedicato al novecento.
Dopo aver salutato velocemente Le tre età della donna di Klimt e reso un doveroso omaggio a Balla nella sala a lui dedicata (la sua fondamentale Villa Borghese, se non lo sapete, è esposta proprio alla GNAM!), ecco la sala delle avanguardie storiche: ancora Balla (futurista) in gran quantità, Mondrian, Severini, Braque, Kandinsky, Modigliani, Archipenko, e Boccioni.
E se come me amate Boccioni non potrete che godere: uno straordinario bozzetto per Quelli che vanno, affiancato dal bellissimo Sintesi plastica di figura seduta (Silvia) (che ho pubblicato nell'articolo su Cézanne),e poi, in una sola parete, uno dei suoi ultimi quadri futuristi, Cavallo+Cavaliere+caseggiato,e l’ultimo quadro in assoluto realizzato prima della morte: il famoso Ritratto del Maestro Busoni. A vegliare sull’intera sala, nell’angolo tra una parete e l’altra, una delle pochissime sculture boccioniane sopravvissute, il capolavoro Antigrazioso. 
Insomma, alla GNAM si possono vedere fasi diverse della carriera di Boccioni, e rendersi conto “dal vivo” dell’estrema versatilità e complessità di questo artista.
U.Boccioni, Cavallo+Cavaliere+Caseggiato, 1913-14
Ma è a questo proposito che devo avanzare una critica ai curatori del museo: mettere su una piccola parte di parete (la parete ha un’apertura, e in quella restante, più ampia, ci sono altre opere) due quadri molto grandi come il Cavallo e il Busoni, crea un senso di oppressione, o meglio, di costrizione. La mezza parete, già piccola, lo diventa ancor di più, e risulta del tutto incapace di contenerli (specie il Busoni) ; ci sarebbe bisogno di uno spazio molto maggiore, per evitare il senso di soffocamento visivo che si viene a creare con una simile congestione di dipinti dalle dimensioni notevoli.
E il punto più grave non è nemmeno questo: la collocazione dell’ Antigrazioso è ancora più sbagliata: come accennavo, la scultura è posta nell’angolo tra due pareti, e soprattutto quasi del tutto a ridosso dei muri. Il risultato, insomma, è che la parte posteriore della scultura non è visibile !
Ora, se sulla questione dei due quadri si può anche passare, su quest’ultima assolutamente no- anche perché, mi sembra, è l’unico caso davvero eclatante di cattiva collocazione in un museo che sa ben sfruttare i propri spazi per un numero elevato, e sempre in crescita, di opere.

A lato della sala appena descritta, c’è un piccolo corridoio che quasi dimenticavo di menzionare: quello in cui gli amanti di Dada possono sfiziarsi con un buon numero di opere di Duchamp, tra cui la celeberrima Fontana e In Advance of the Broken Arm, altro celebre ready-made.
Dopodiché, passata la sala delle avanguardie, giungiamo in un ampio salone costeggiato da più spazi in cui ci viene offerta una rassegna estesa e preziosa dell’arte italiana post-futurista fino alla metà del secolo: il revival quattrocentesco di Novecento e Sironi, il ritorno all’ordine di Severini e altri, i primi passi figurativi di Capogrossi, alcune tra le opere maggiori di Guttuso e molte opere del secondo Futurismo, specie dell’ Aeropittura, tra cui un buon numero di Prampolini.
Ovviamente non sono poche le opere che hanno come soggetto Mussolini: questo potrebbe creare un po’ di sana irritazione nel visitatore. Ma non dobbiamo scordare due cose: che anche in questo caso, come per le sale della pittura ottocentesca, rimane intatto il valore di documentazione storica; e che il valore prettamente formale di alcune opere è indiscutibile: mi riferisco, per esempio, al grandioso Polittico della Rivoluzione Fascista di Dottori (di cui avrei tanto voluto mettere l’immagine, se non fosse che sul Web mi sembra praticamente introvabile).

J.Pollock, Sentieri ondulati, 1947
Di quello che si trova successivamente, vi parlerò in breve.
Potrei parlarvi delle opere di Pistoletto, di Piero Manzoni, e di altri personaggi eminenti del postmoderno. Ma preferisco soffermarmi su altro, e precisamente sulle sale che custodiscono il meglio dell’informale italiano, europeo e americano.
Se vi dicessi che qui c’è una quantità straordinaria di opere di Burri, Fontana, Capogrossi , Leoncillo e altri ancora, scommetto che l’idea di acquistare il biglietto del museo vi conquisterebbe definitivamente. E se a questi nomi aggiungo quelli di Fautrier, Hartung, Giacometti, Gorky?
Ma la chicca finale la aggiungo ora: un’opera di Jackson Pollock; e non un’opera qualsiasi, bensì una delle più importanti in quanto, collocandosi in data 1947, è uno dei primi esempi di dripping- non a caso è l’opera che Giulio Carlo Argan sceglie di prendere a riferimento per l’analisi dell’artista nel suo magnifico manuale.

Giunto a questo punto, non mi rimane che parlare di un ultimo fatto, che fa della GNAM un grande museo: la bellezza delle mostre che organizza.
Il termine bellezza in questo caso può essere pericoloso: perché ormai in Italia al concetto di mostra si legano termini effimeri: quello di “evento”, per esempio, per cui quelle che troppo spesso vengono proposte non sono il frutto di una vera ricerca scientifica e di una vera intenzione culturale, ma meri spettacoli per la massa- si vedano, sempre a Roma, le mostre del Vittoriano, la cui qualità è spesso mediocre (non è il valore delle opere in sé a essere messa in discussione, ovviamente).
Eppure le mostre del Vittoriano sono sovraffollate, sempre: perché si punta sulla fama universale dei grandi nomi proposti, ridotti a richiamo per le folle; e perché la campagna pubblicitaria è del tutto degna dei lustrini dello showbiz- i faccioni di Van Gogh che riempiono manifesti e autobus, per esempio.
Le mostre della GNAM sono di norma magnifiche; di certo sono frutto di una ricerca scientifica vera, per cui ai grandi nomi si preferiscono ricognizioni generali, come quella sul Simbolismo del 2007, o quella sul Gruppo COBRA di un paio d’anni fa- personalmente sono legatissimo al ricordo dell’indimenticabile retrospettiva di Emilio Vedova all’indomani della scomparsa.
Il problema è che il museo non può contare sul tam tam mediatico, che oscura le sue mostre come le collezioni permanenti: ecco perché, essenzialmente, la Gnam è un grande museo dimenticato.
Il vuoto di visitatori della GNAM è insieme simbolo ed effetto del terribile vuoto culturale che continua a inghiottire il nostro Paese.

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