lunedì 24 settembre 2012

"A cosa serve Michelangelo?" di Tomaso Montanari

Il crocifisso ligneo quattrocentesco falsamente
attribuito a Michelangelo
Il post di oggi è dedicato a un libro secondo me fondamentale: la sua lettura è tanto più necessaria data l’attuale situazione della tutela del  nostro patrimonio culturale, che forse mai prima aveva conosciuto un periodo così oscuro - una problematica che, come dicevo QUI, ogni storico dell’arte italiano non può non affrontare .
Tomaso Montanari, in un’analisi lucida, appassionata e avvincente (avvincente nonostante la lunga e deprimente sfilza di vergogne che passa in rassegna), realizza un affresco preciso della tragica situazione in cui si trova il nostro patrimonio artistico e paesaggistico, partendo da un caso emblematico, «una vicenda capace di raccontare tutta intera la complessità di questa crisi: ed è quella - scrive Montanari - che ha visto una dignitosa scultura anonima rinascimentale trasformarsi in un capolavoro del massimo artista della nostra storia. E’ la saga del Cristo “di Michelangelo”» acquistato dallo Stato italiano nel 2008 per una cifra superiore ai 3 milioni di euro.
Raccontare questa storia, aggiunge lo studioso, «significa parlare di una realtà vastissima, che la trascende di gran lunga. Significa parlare del potere del mercato, dell’inadeguatezza degli storici dell’arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del miope opportunismo dell’università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione .
Insomma, quello di Montanari è un libro di denuncia e di battaglia, una battaglia nobile che non si può rimandare: oltre alla sopravvivenza del patrimonio, è il destino stesso e la legittimità della storia dell’arte come sapere critico e disciplina scientifica a essere in gioco, e questo Montanari lo spiega benissimo nel secondo capitolo (Gli storici dell’arte), su cui mi soffermo brevemente.

Joseph Ratzinger, accompagnato da Antonio Paolucci,
in contemplazione del Cristo "di Michelangelo"
Innanzitutto è necessario riportare questa puntualizzazione: «Naturalmente, il problema non è un’attribuzione sbagliata […]. La storia dell’arte  è una scienza storica, e come tutte le scienze avanza anche costruendo ipotesi che vengono poi rigettate, o superate: il progresso della disciplina poggia su secoli di attribuzioni sbagliate»; il problema dunque non è tanto nell’attribuzione in sé, ma nei meccanismi (economici, politici e religiosi) del tutto anti scientifici che hanno portato alla sua accettazione: qui è particolarmente il ruolo degli storici dell’arte a essere contestato, e più in generale si denuncia la mancanza di un organismo di controllo terzo (come, nel campo medico, le riviste scientifiche con comitato scientifico indipendente) che possa svincolare la valutazione dell’attribuzione dalle ovvie pressioni del mercato.
Oltre a questo, il problema di fondo è quello della frammentazione della storia dell’arte in molteplici metodologie tra loro incomunicanti: «La complessa tastiera dello storico dell’arte si è progressivamente scissa, e molti dei singoli tasti sono divenuti strumenti che ambiscono all’autosufficienza […]. Il risultato è che, nella grande maggioranza dei casi, ogni singolo storico dell’arte tende a riconoscersi in uno solo di questi metodi,e a ignorare, o almeno a non praticare, tutti gli altri». E così la comunità degli studiosi si frammenta in tanti piccoli raggruppamenti, per cui l’iconologo e lo storico sociale dell’arte tendono a non contrapporsi al gruppo ristretto degli specialisti in attribuzioni: per evitare conflitti si preferisce dimenticare l’esercizio della critica - e non solo per quel che riguarda le attribuzioni, ma anche le mostre, di cui è diventato praticamente impossibile, secondo Montanari, leggere recensioni negative.
Lo storico dell’arte si chiude così nell’isolamento del suo gruppo, ritirandosi dal discorso pubblico e dalla presa di posizione politica e sociale: tra la disciplina storico artistica e il pubblico si crea uno scollamento che lascia l’arte e gli artisti in mano a mercanti, speculatori, e pseudo storici dell’arte da prima serata (grossa, enorme piaga italica) che rendono un argomento così complesso un prodotto di svago tra i tanti dell’industria del divertimento . «Il silenzio degli storici dell’arte sul “Michelangelo” ha dunque radici profonde nello stato attuale della disciplina e nella sua incapacità di incidere sui processi decisionali che pure la riguardano strettamente» - e quest'ultimo fatto è, credo, ricorrente nella storia della difesa del patrimonio culturale italiano.

Alte e meno alte cariche dello Stato in visita al
Cristo "di Michelangelo"
Se poi ad avvallare tale processo di marketing sono storici dell’arte importanti (Antonio Paolucci è uno dei bersagli principali di Montanari) e soprintendenze che gestiscono alcune tra le cose più preziose del nostro patrimonio (Montanari ha come bersaglio preferito la soprintendenza di Firenze, e basta ricordare la farsa della Battaglia di Anghiari per dargli ragione) , allora ecco che la strada sembra senza uscite.

Eppure una via d’uscita è possibile, e il nostro studioso la indica nell’ultimo capitolo.
Innanzitutto bisogna comprendere un fatto essenziale: e cioè che l’arte del passato è, da un punto di vista prettamente sociale, molto diversa dall’arte contemporanea; quest’ultima ha un rapporto indipendente dalla ricezione pubblica e dal contesto civile, non nasce per soddisfare alcun esigenza sociale[1], e dunque trova nel museo o nella galleria il suo luogo d’elezione (qui c’è un preciso richiamo a quanto Edgar Wind scrive in Arte e anarchia[2]), mentre la prima è indissolubile dal contesto e dalle finalità sociali  ed educative (nel senso più nobile e profondo del termine) che l’hanno generata: è dunque «necessario dire al pubblico che le opere d’arte stanno in una mostra (e per la verità anche in un museo) come gli animali stanno in uno zoo: dove è certo più facile vederli, confrontarli, studiarli e classificarli, ma dove non li potremo mai conoscere per quello che sono davvero, quando si trovano nel loro ambiente naturale, [l’unico in cui si possa comprendere] il rapporto genetico, vitale e indissolubile con la “contrada”, cioè con l’ambiente, con il paesaggio, con la natura». 

Il passo fondamentale è dunque quello di reinserire la storia dell’arte nel discorso pubblico, mostrare quanto essa sia indispensabile per il futuro di un Paese come l’Italia, la cui identità è tanto formata dalle opere d’arte.
Per cui gli storici dell’arte veri - quindi non quelli alla Sgarbi e derivati - devono uscire dalla torre d’avorio, per spiegare come non esistano solo i capolavori da cartolina, ma una serie quasi infinita d’altre cose che fanno allo stesso modo la nostra storia e la nostra cultura: Montanari parla non a caso di una storia della cultura multidisciplinare capace di ricostruire il passato lontano dalla retorica celebrativa e trionfalistica che si serve dei grandi nomi, e che possa riallacciare i fili con la nostra storia più complessa e vera. Questo è il punto di partenza necessario: perché se non si capiscono i motivi per cui la salvezza del patrimonio culturale è un imperativo morale e civile, allora esso non sarà salvato.
La storia dell’arte, oggi, in questa Italia devastata e decadente, deve e può servire a «una resurrezione  non solo estetica, ma etica e civile»: questa è la sfida di cui A cosa serve Michelangelo? di Tomaso Montanari ci rende partecipi.
IL libro, di 129 pagine, è stato pubblicato
da Einaudi nel 2011, e costa 10 euro



[1] Ma a mio avviso i rapporti dell’arte degli ultimi due secoli con il contesto sociale sono in realtà più complessi, e sicuramente, seppur in termini diversi dall’arte del passato, importanti.
[2] Adelphi 1968

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