lunedì 17 settembre 2012

Le Ninfee dell'Orangerie. La percezione, il dolore e l'ostinazione nell'ultimo ciclo pittorico di Monet

E' con piacere che pubblico sul blog questo primo articolo del mio amico Marco Pacella: una recensione a un vecchio libro di Claudio Zambianchi sul ciclo delle Ninfee di Monet.
 Buona lettura.

“Né il sole né la morte si possono guardare fissamente”: con questa massima di La Rochefoucauld si conclude il saggio che Claudio Zambianchi (“La fin de son art: Claude Monet e le Ninfee dell'Orangerie”, Masoero, Torino, 2000) ha dedicato alle celebri “Ninfee” del Musée de l'Orangerie di Parigi, un progetto pittorico composto da oltre venti dipinti che impegnerà l'anziano Claude Monet fra il 1914 e il 1926, anno della sua morte.
                                                                
Musée de l'Orangerie, interno
La lunga e travagliata vicenda delle “Grandi Decorazioni” dell'Orangerie – dalle prime dichiarazioni dell'autore sulla volontà di effettuare una cospicua donazione di opere allo Stato francese fino all'effettiva inaugurazione di quello spazio espositivo restaurato e allestito appositamente per rendere fruibile al pubblico questa serie pittorica – occupa la prima parte del saggio di Zambianchi.
In queste pagine, infatti, il lettore è guidato attraverso quel complesso groviglio di lettere, dichiarazioni, esigenze contrastanti e insoddisfazioni che segna la lunga vicenda dell'elaborazione del progetto monettiano. A essere coinvolti nella vicenda sono personaggi di primo piano della cultura e della politica della Francia dell'epoca: da Monet stesso a Gustave Geffroy, dai galleristi Barnheim-Jeune a Georges Clemenceau (amico di Monet e Presidente del Consiglio proprio negli stessi anni in cui prende forma il progetto della donazione pubblica delle Ninfee).
 Se, quindi, in questo primo lungo capitolo del libro la lettura richiede un tempo rallentato, a causa dell'inevitabile riferimento continuo alle fonti citate e alla grande mole di lettere,  testimonianze e ripensamenti che costellano la controversa vicenda storica, ben altro ritmo possiede il secondo e ultimo capitolo del saggio, dedicato interamente alle interpretazioni dell'imponente ciclo pittorico dell'impressionista parigino.

Qui, infatti, si svela esplicitamente il carattere di innovazione e coinvolgimento emotivo/percettivo che segna indelebilmente le Ninfee dell'Orangerie, in rapporto non solo alla vicenda biografica dell'artista e alla contemporanea storia politica francese, ma anche al peculiare rapporto che le grosse tele instaurano con quello spazio espositivo, composto da due grandi sale ellittiche, progettato e pensato – con il fondamentale apporto dello stesso Monet – proprio in funzione dell'esposizione delle stesse. Scrive infatti Zambianchi: “Nelle Ninfee definitivamente installate, lo spettatore è invitato a muoversi in uno spazio specificamente concepito per contenere i pannelli: il passare del tempo, quindi, investe non solo la rappresentazione, ma anche, in misura assai più cospicua e consapevole che in passato, l'atto della percezione [...]” (p.118). 
L'accento posto sullo scorrere del tempo - un elemento che coinvolge tanto l'attività percettiva e realizzativa del pittore quanto quella dello spettatore al cospetto delle grandi tele - chiama in causa inevitabilmente la riflessione di Merleau-Ponty sulla Fenomenologia della percezione, in particolare nel momento in cui Zambianchi si sofferma sulla “prospettiva vissuta” utilizzata da Monet nei dipinti dell'Orangerie e che così introduce: “Si può forse dire che questi pannelli inducono l'osservatore a ripercorrere globalmente l'esperienza che il pittore ha avuto dello stagno [il riferimento qui è allo stagno dell'abitazione di Monet presso Giverny, nel cui atelier l'artista realizza appunto il ciclo di opere che donerà allo Stato, ndr]. […] L'esempio più ovvio in questo senso è la forma che assumono foglie e fiori delle Ninfee nello spazio del quadro: quasi circolari nel registro inferiore, si vanno via via appiattendo man mano che si procede verso il margine superiore del dipinto, come se l'artista volesse riprodurre l'itinerario del suo sguardo che vede gli oggetti più vicini dall'alto verso il basso e quelli più lontani di scorcio.
Monet usa quindi più punti di vista nella stessa tela e dà l'idea di uno spazio incurvato, quasi a riprodurre specularmente l'arco convesso che compiono i suoi occhi nell'atto della percezione dinamica di una porzione dello stagno non integralmente afferrabile dallo stesso punto di vista e nel medesimo istante” (p.135).

Claude Monet nel suo studio di Giverny
Questa lettura fenomenologica delle opere del tardo Monet è solo uno degli esempi che potremmo estrapolare dalle pagine del libro. Infatti l'intero capitolo si occupa di evidenziare, prendendo spunto proprio dal ciclo dell'Orangerie, quelli che sono i legami culturali in senso lato che esso instaura con dipinti precedenti nella produzione dell'artista o testi letterari ad esso contemporanei, i quali chiarirebbero con forza ancor maggiore il terreno comune entro cui operano, nella loro specificità, numerosi artisti e letterati della Francia dell'epoca.
Il libro consente infatti di accedere, in forma variamente approfondita, a numerose letture critiche sulle Ninfee e più in generale sul lavoro dell'anziano pittore impressionista: analisi e interpretazioni che chiamano in causa di volta in volta il vissuto sentimentale e familiare del pittore e il sempre maggiore riferimento alla morte e al lutto, i problemi di vista che lo affliggono durante l'intera elaborazione del progetto e l'insicurezza che ne deriva, il suo legame con la Francia e le prese di posizione nei confronti degli eventi politici contemporanei.

Da questa ricchezza di letture, che Zambianchi restituisce in forma agile ma non per questo superficiale, si intuisce la varietà di spunti che un saggio del genere può innestare nel lettore intenzionato a proseguire e approfondire lo studio di Monet.
Breve nota di rammarico merita la purtroppo difficoltosa reperibilità del libro, ormai da anni fuori catalogo.

Recensione di Marco Pacella

2 commenti:

  1. Le Ninfee dell'Orangerie, credo rappresentino una delle più alte espressioni artistiche del genio umano. Ci vado spesso a Parigi ed ogni volta che vado passo per l'Orangerie. L'ultima volta è stato in luglio. Ritrovarsi avvolto tra quegli azzurri e quei rosa che si inseguono senza sosta è una sensazione spiazzante. Oltretutto effettivamente si può avvertire tutto il mutamento stilistico e di pensiero di Monet che è stato forse il primo artista "informale" antesignano e in tempi non sospetti. Mi piacerebbe molto questo libro.. Probabilmente è consultabile in biblioteca?

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  2. La disponibilità del libro dipende ovviamente dalla biblioteca in cui si desidera effettuare la ricerca. A Roma è disponibile sicuramente presso la biblioteca della facoltà di storia dell'arte della Sapienza (in cui insegna l'autore).
    MP

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