mercoledì 12 settembre 2012

Storia dell'arte: un modello di integrazione sociale

Per pura coincidenza in questi giorni mi si sono intrecciate letture tra loro lontanissime - dati i diversi temi trattati e le differenti finalità - che pure mi hanno portato alla piccola riflessione che mi accingo ad esporvi.
Non si tratta di nulla di complesso o innovativo; mi sembra però una cosa importante, di cui avere piena coscienza, e di cui altri studiosi di ben altra caratura hanno scritto - è a uno di essi che mi affiderò.

Cattedrale di Cefalù, 1130-1140
La prima lettura consiste in un saggio famoso di Fritz Saxl, Le ragioni della storia dell’arte [1] , scritto nel 1948: in sintesi il grande iconologo si chiede a cosa concretamente possa servire lo studio dell’arte, quale motivo possa giustificare una tale attività. La sua risposta, prevalentemente basata sul valore dell’oggetto artistico in quanto documento storico, non si discosta troppo, almeno a livello generale, da quanto sto per scrivere.
Le altre letture consistono in una serie di testi sulla storia dell’arte normanna nel Sud Italia che ho affrontato per un esame universitario. Particolarmente, mi ha colpito il caso della Palermo guidata da Ruggero II d’Altavilla: mi soffermerò molto brevemente sulla cattedrale di Cefalù, una delle opere siciliane più significative, la prima opera sacra ufficiale realizzata da Ruggero II dopo la sua incoronazione a Re del regno di Sicilia.

Cattedrale di Cefalù, interno
Come potete immaginare, ci sono un’infinità di cose da dire su questa cattedrale, sia per quanto riguarda la struttura architettonica che le decorazioni interne, per non parlare poi delle novità iconografiche che propone, come il Megalo Pantocratore [2] .
Quello che mi interessa qui sottolineare è il fatto che a Cefalù si viene a creare, sotto la direzione di Ruggero II, un vero e grandioso esempio di integrazione etnico-culturale, in cui elementi di tradizioni artistiche di popoli diversi e spesso rivali vengono a interagire, a trovare una comunione.
Abbiamo all’interno i mosaici bizantini, fino a quel momento sconosciuti in Sicilia, che il re fa realizzare da una squadra di mosaicisti fatti arrivare appositamente da Bisanzio, mentre le travi di legno del soffitto vennero dipinte da pittori arabi - e questo è un fatto ancor più straordinario se pensiamo che l’isola si era liberata solamente da pochi decenni della dominazione musulmana.
Altro elemento eccezionale (qui forse esulo un po’ dal discorso, ma un accenno è dovuto): queste pitture non rappresentano episodi sacri, ma scene profane, con animali danzanti e bevitori! Altra innovazione di Ruggero II.
E se la facciata della cattedrale è tipicamente anglo-normanna, data la presenza delle due torri, l’impianto generale è di tipo benedettino-cluniacense, tipico dunque delle regioni del Mezzogiorno, in primis della Campania.
Ecco allora che la cattedrale di Cefalù diventa l’esempio concreto di come l’integrazione sia possibile, di come il tentativo di costruire una società multietnica debba essere fatto: in questo la storia dell’arte può essere guida e modello esemplare.

Mark Tobey, Circus Transfigured, 1957. Come noto,
il pittore americano accolse l'influenza delle
culture orientali.

Già, perché commetteremmo uno sbaglio a credere che il caso della Sicilia normanna sia isolato e irripetibile. Al contrario: il Rinascimento italiano imparò dalla Grecia e contemporaneamente subì gli influssi delle Fiandre e dell’astrologia mediorientale, per poi lasciare la sua eredità alle regioni del Nord Europa e all’Occidente tutto; l’Impressionismo e il Postimpressionismo furono attratti dall’arte dell’Estremo Oriente, e l’Espressionismo Astratto andò a lezione dai muralisti messicani e dagli indiani d’America. Dalla seconda metà del secolo scorso, infine, assistiamo a una ricerca artistica che è diventata decisamente internazionale, capace di unire il mondo da un estremo all’altro.
La storia dell’arte è quindi anche storia di integrazione e tolleranza, che insegna la possibilità di una convivenza autentica: un motivo ulteriore per studiarla, e credo che Saxl sarebbe d’accordo.
Indubbiamente perché popoli, culture e religioni diverse imparino a convivere, l’arte da sola non basta: se si coltivasse tale illusione si cadrebbe in un romanticismo idealistico che puzzerebbe di cadavere: anche altri fattori devono entrare in gioco, non ultimo quello politico. Ma indubbiamente la Cultura ha tanto da dire, e da insegnare.

Concludo con le parole che Salvatore Settis scrisse dieci anni fa, e tuttora attualissime, nel suo Italia S.p.A [3] in riferimento alla neonata Unione Europea: «Il problema, di grande attualità, è come definire un’identità culturale europea che non pretenda di cancellare le identità nazionali forti, ma nemmeno si limiti a generici principi; che riesca a essere inclusiva e non esclusiva; europea, non eurocentrica; che sappia rifiutare le tentazioni isolazionistiche (quelle che predicano la “superiorità” dell’Occidente sul resto del mondo, che sognano crociate di conquista. Il patrimonio culturale può giocare un ruolo capitale in questo processo, perché è il luogo di sedimentazione di processi secolari di osmosi e di interscambio fra le culture. La grande lezione che se ne trae (una lezione di tolleranza) è che ogni cultura si definisce non “per distinzione” dalle altre, ma attraverso la combinazione degli elementi che la compongono, molti dei quali sono condivisi con altre culture, o provengono da altre culture: in altri termini, l’identità culturale è scomponibile, è fatta di dare e avere».


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[1] In Fritz Saxl, La storia delle immagini, Laterza 1982
[2] Così Beat Brenk denomina l’immagine del Cristo Pantocratore nell’abside centrale della cattedrale- in I Normanni popolo d'Europa MXXX-MCC, a cura di M. D'Onofrio, Catalogo della mostra (Roma 1994), Venezia, Marsilio, 1993
[3] Einaudi 2002





2 commenti:

  1. È molto vero il concetto di integrazione dell'arte e l'esempio dei normanni è calzante. Soprattutto per quello che fecero in Sicilia appena qualche anno dopo il loro arrivo in Italia. Li ebbero modo di fondere la loro arte con la cultura millenaria di ascendenza araba, creando uno stile unico e di grande valore, e di cui Cefalù (con Monreale) rappresenta uno dei modelli più importanti. Basta pensare che le due torri in facciata sono tipiche e strutturali per il romanico d'oltralpe e poi una struttura dal modello benedettino a tre navate diventa scrigno-contenitore per i mosaici meravigliosi che si concludono nell'apoteosi del Pantocrator bizantino. Ma non solo ì, mi vengono da pensare a tanti altri esempi, vedi San Marco a Venezia, che per i traffici politici e commerciali divenne già nel Duecento modello per la realizzazione musiva tipica e fortemente bizantina. Gli esempi da citare sarebbero moltissimi e mi viene in mente che proprio nel periodo compreso fino al Rinascimento o poco dopo,, queste interazioni furono ordinarie e capaci di produrre un'arte "internazionale", favorita anche dall'"assenza" di confini netti e definiti, non solo, favorita da quegli spostamenti di popolazioni (nell'alto Medioevo) e poi di eserciti (nel Basso). A partire dal Seicento e poi proseguendo in avanti l'arte ha assunto carattere sempre più intimistico perdendo poi quel senso di "collettività" che la contraddistingueva. Ci sono sicuramente degli esempi anche nell'epoca moderna e contemporanea, ma non così forti come quelli di epoche passate. Forse l'interazione dell'arte ha cambiato oggi piano di confronto, ma resta pur sempre un baluardo capace di mettere insieme forze e persone fuori da ogni regola e da ogni credo.

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    1. Sulla perdita di "collettività" in favore del "privato" nell'arte degli ultimi due secoli sono d'accordo, e ne hanno parlato in parecchi (anche il Wind di "Arte e anarchia" se non ricordo male). Ma sul carattere fortemente "internazionale" e multiculurale dell'arte contemporanea credo ci sia poco da discutere: pensa al Primitivismo, tanto per fare un esempio ;-)

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