lunedì 22 ottobre 2012

"Le ragioni della storia dell'arte" di Fritz Saxl

Fritz Saxl
Le ragioni della storia dell’arte, del 1948, è uno dei saggi più famosi di Fritz Saxl nonché uno dei suoi più importanti a livello metodologico- non a caso Gertrude Bing lo scelse per concludere quella straordinaria raccolta di Lectures  poi ristampata in Italia col titolo La storia delle immagini[1].
Il saggio è piuttosto breve, e il titolo ci lascia supporre, e con ragione, che esso si occupi di questioni generali, relative allo statuto disciplinare della storia dell’arte: perché, si chiede Saxl, questa disciplina è importante? Per quale motivo lo studio delle manifestazioni artistiche susseguitesi nel corso dei secoli è necessario?
Vediamo in breve a quali conclusioni giunge il grande iconologo.

Premetto innanzitutto che anche Saxl sembra a prima vista non essere immune a un problema che accomuna quasi tutti i maestri dell’iconologia: la scarsa comprensione dell’arte contemporanea.
Dico questo perché lo scritto si apre con una critica forte al Futurismo che sembra coinvolgere tutte le avanguardie storiche in quanto fenomeno di ribellione e rottura.
Ecco il suo commento al Manifesto tecnico dei pittori futuristi del 1910: «esprimeva un atteggiamento che contribuì forse ad aprire la strada al fascismo. Ma qui non è del suo aspetto politico che voglio occuparmi; m’interessa invece notare come nessuno dei firmatari del manifesto sia poi diventato un grande artista. Gli artisti creativi non hanno mai dimostrato- né mai hanno sentito il bisogno di farlo- che fosse da condannare ogni interesse per l’arte del passato»; evidenti in questo passaggio almeno tre errori: il primo è nel creare un collegamento diretto e semplicistico con l’avvento della dittatura fascista e la prima avanguardia del Novecento, in quanto il Futurismo (almeno quello più autentico degli anni ’10) è l’avanguardia rivoluzionaria per definizione; il secondo nel credere che il Futurismo non abbia prodotto nessun grande artista (cosa su cui non potrei essere più in disaccordo, dato il mio amore per Boccioni- amore che chi segue questo blog avrà sicuramente notato); e infine, la considerazione troppo semplicistica del rapporto dei futuristi e delle avanguardie in genere con l’arte del passato.
Ma questi, a dire il vero, sono solo ed esclusivamente difetti di interpretazione derivanti dal fatto che Saxl non è uno specialista di storia dell’arte contemporanea. Voglio dire che in lui- e questo è un sicuro titolo di merito- non c’è (o almeno non sembra ci sia) quella chiusura ai fenomeni artistici contemporanei riscontrabile in Panofsky e in Gombrich- il caso di quest’ultimo è più complesso, e prima o poi, parzialmente, lo tratterò.
Dico questo perché il saggio prende le mosse da Picasso. 

P.Picasso, Donna con pere, 1908-09
Da notare che Saxl scrive qualcosa che sarà il punto di partenza del libro di Edgar Wind Arte e anarchia[2]: « ci si rende conto  che probabilmente mai prima d’ora, nella storia della nostra cultura, è successo che la gente faccia la coda non per un film, un balletto, un’opera […] ma per il privilegio di essere ammessa alla presenza di un gruppo di quadri? E che questo accade malgrado il fatto che la maggior parte di queste persone non può neppure vedere i quadri perché le sale sono sovraffollate, e che comunque solo quei pochi il cui spirito s’accorda con quello dell’artista possono apprezzarli?».
Se la domanda è interessante, l’illuminante risposta lo è ancora di più: « perché questa nostra epoca non è un’età della ragione ma un’età visiva, e molti di noi sono più inclini a trarre lumi e piacere e gioia intellettuale dalle immagini che non dalla parola stampata e detta». Insomma,  Saxl si rende ben conto che la civiltà contemporanea è una civiltà dell’immagine.
«Una delle conseguenze di questa nuova situazione- continua lo studioso- è l’accresciuto interesse per la storia dell’arte», una crescita così esponenziale da poter essere «addirittura pericolosa». E per fronteggiare tutto questo, ecco che appare ancor più necessario (e questo vale anche oggi) domandarsi quali sono, appunto, le ragioni della storia dell’arte.

Così, partendo da una breve analisi di Donna con pere del primissimo cubismo di Picasso, analisi esplicativa di quello che è il metodo base dello storico dell’arte, Saxl giunge alla conclusione che la storia dell’arte non può in alcun modo essere utile al godimento estetico dello spettatore; non è questo il compito dello storico dell’arte, il cui compito è esclusivamente quello di «chiarire dei fatti storici», niente di più e niente di meno.
«La discussione storica di un quadro- continua lo studioso- non porta necessariamente al godimento spirituale delle sue qualità […]. In questo la discussione storica non c’entra affatto». E ancora: «E’ la vostra anima […] che deve fare i conti con Picasso, e in questa lotta la conoscenza storica  non è un’arma di grande utilità».
Se le cose stanno così, per quale motivo la storia dell’arte merita di essere studiata? «Io credo- risponde Saxl- che a questo interrogativo non ci sia che una risposta: la curiosità umana».

Personalmente, sono in netto disaccordo con entrambe le conclusioni.
In primis, sono assolutamente convinto che un’opera d’arte si possa godere pienamente e realmente, anche a livello estetico, solo attraverso lo studio, e dunque attraverso i metodi della disciplina storico artistica; collocare un oggetto tanto complesso nella storia dello stile, dei contesti sociali e culturali è necessario per comprenderlo: se così non fosse, allora bisognerebbe ammettere che l’opera d’arte può essere afferrata da qualsiasi “esteta” dall’animo artistico, da qualsiasi “illuminato” con una “sensibilità superiore” e da questi soltanto, e che dunque, in ultima analisi, la storia dell’arte in quanto disciplina è superflua: per quale motivo sbattere la testa sui libri se, alla fine dei conti, il godimento dell’opera d’arte dipende da una sensibilità e una predisposizione esclusivamente personali?
La seconda conclusione un motivo per studiare la storia dell’arte ce lo da: pura e semplice “curiosità umana”. Ma anche questo, secondo me, è di un semplicismo e di una superficialità inaccettabili, specie ai giorni nostri, in cui al contrario questa disciplina è chiamata a prendersi le proprie responsabilità nell’ambito del discorso pubblico: quello di “curiosità umana” mi sembra un concetto deresponsabilizzante.

P.Picasso, Cavallo agonizzante, 1937. "Picasso -scrive Meyer Schapiro-
realizza una serie di dipinti che sono interpretabili  come commento o
riflessione su Guernica". 

Ma c’è di più!
Lo studioso espone quelli che sono stati i due metodi più influenti nella storia della critica d’arte fino a quel momento: il metodo comparativo di Wölfflin, dunque il formalismo, e l’iconologia della scuola di Warburg «nella quale anch’io mi sono formato».
Di entrambi Saxl canta le giuste lodi, perché entrambi, nelle loro divergenze, assolvono al compito della storia dell’arte in quanto disciplina scientifica- quel compito che la rende indispensabile: la comprensione dell’opera d’arte che sia a un tempo storica e formale, e dunque il più completa possibile.
Ecco quindi ancora un esempio da Picasso, questa volta da Guernica: «Noi possiamo comprendere ciò che questo dipinto esprime perché siamo passati attraverso Guernica e i tempi che seguirono», ma se uno studioso di un lontano futuro volesse comprenderla, gli sarebbe indispensabile la documentazione storica che permette di inserire l’opera nel suo giusto contesto, quel contesto indispensabile per comprendere «i particolari del dipinto, la sua ispirazione e il suo stile», e che contemporaneamente la rende uno dei documenti più straordinari di una delle pagine più buie della storia umana.
Ecco dunque la necessità della storia (e delle istanze iconologiche).
E alla necessità storica si aggiunge, come detto, quella formale: «il punto essenziale è che la storia dell’arte ha bisogno di studiosi che abbiano il senso dei valori visivi oltre che storici»: l’opera d’arte è un insieme di valori visivi, e ignorarli sarebbe dunque imperdonabile.
E’ così che indagine iconologica e formalista trovano la piena giustificazione in una necessaria convivenza, in una unità di intenti: la comprensione piena dell’opera d’arte.
Questa, a mio avviso, è l’importante lezione che si ricava dal saggio di Saxl: perché solo superando le proprie conflittualità interne e trovando una unità di fondo, la storia dell’arte può avere la stessa dignità, nonché, soprattutto, la stessa importanza per il genere umano, delle altre discipline storiche.
«La storia dell’arte illumina altri campi della storia e, inversamente, ne è illuminata», scrive Saxl: una frase tanto giusta che rende superfluo ogni commento.



[1] Laterza 1982
[2] Adelphi 1968

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