lunedì 1 ottobre 2012

Un secolo di iconologia

Gertrude Bing, Aby Warburg (al centro) e Fritz Saxl
In un 2012 pieno di anniversari e ricorrenze, ce n’è uno che cade in questo ottobre che merita di essere festeggiato alla grande, tanto è importante per la storia dell’arte: cento anni fa Aby Warburg teneva, al X Congresso internazionale di storia dell’arte a Roma, la conferenza su  Arte italiana e astrologia internazionale nel palazzo Schifanoja di Ferrara[1].
Con questo saggio, breve quanto denso di significati, il grande studioso amburghese fondava l’iconologia, «quel ramo della storia dell’arte che si occupa del soggetto o significato delle opere d’arte contrapposto a quelli che sono i valori formali», secondo le parole famose di Panofsky[2].
Un secolo, dunque, è passato; un secolo in cui si sono dette tante cose su una disciplina complessa e dalle tante facce, che ha saputo rinnovarsi e allargare i propri ambiti e metodi di ricerca, che ha insegnato anche attraverso quegli errori che i suoi contestatori hanno messo in evidenza. Tanto si è detto e tanto, in futuro, si dirà.

In realtà qualcuno potrebbe obiettare che non c’è niente da festeggiare, perché l’iconologia non è da considerarsi come una disciplina con una storia unitaria e consequenziale.
Penso anche a George Didi-Huberman che nel suo grandioso volume su Warburg[3], di cui ho parlato qui, sostiene che in realtà il metodo warburghiano è cosa molto diversa dai tre livelli di significazione proposti da Panofsky- cardine del sistema iconologico di quest’ultimo.
Se così fosse, allora, potremmo al limite parlare di storia dell’iconologia  solo escludendo da essa Warburg e quindi spostandone la data di nascita di qualche decennio: la storia canonica della disciplina sarebbe quindi da sconfessare e da rivedere in uno dei suoi punti cardinali.
Inoltre, studiosi la cui formazione è stata indubbiamente segnata dall’iconologia, o che hanno dialogato con lei in periodi determinanti del proprio percorso intellettuale, sostanzialmente si sono poi allontanati per seguire altre strade molto diverse.
Ma davvero dobbiamo giungere a un tale revisionismo? Non credo.

Interno della Biblioteca di Aby Warburg (Kulturwissenschaft
Bibliothek Warburg
) ad Amburgo
E non lo credo per un motivo semplice ma a mio avviso fondamentale.
Al di là della multiformità, delle deviazioni, dei percorsi a volte agli antipodi dei suoi interpreti, e degli errori rispetto allo stesso programma iconologico a cui nelle intenzioni si faceva riferimento,  un punto comune rimane, imprescindibile e fondativo, capace trascende il singolo nome per instaurare una unità superiore: tratta di una lezione che, ne sono convinto, era valida cento anni fa e lo rimarrà sempre.
Mi affido alle parole di Claudia Cieri Via: « L’iconologia, come metodo di studio delle immagini e in particolare delle opere d’arte , si caratterizza sostanzialmente per un’implicita finalità conoscitiva volta a cogliere nell’opera d’arte non solo il come o il cosa ma anche il perché dei fenomeni artistici, indagando sulla genesi, sui diversi aspetti del loro manifestarsi, in rapporto alla tradizione artistica e letteraria e al contesto storico-culturale […] »[4].
E’ quindi il sottrarre l’opera d’arte alla esclusività dell’indagine formalista, nella coscienza che essa è parte di un contesto ineliminabile. Il tentativo di studiarla e comprenderla diventa quindi faccenda ancor più complessa e problematica, e non meno affascinate: la storia dell’arte si avvicina con un gran balzo alla comprensione piena del suo oggetto di studio.

Questo, al nocciolo, il lascito essenziale dell’iconologia alla storia dell’arte successiva (è Frederick Antal, per esempio, a parlare di Warburg come del «più importante pioniere» della storia sociale dell’arte[5]) e a noi, storici dell’arte di oggi; questa, credo, la linea guida che la caratterizza e unifica come disciplina , e che ci autorizza ad alzare i calici e brindare.

Con questo post apro il “mese iconologico” di questo blog: tutti i posti di ottobre saranno dedicati all’iconologia e quindi ad alcuni dei suoi massimi interpreti.



[1] Ripubblicato da Abscondita nel 2006 col titolo Arte e astrologia nel Palazzo Schifanoja di Ferrara
[2] Iconografia e iconologia, in Erwin Panofsky, Il significato nelle arte visive, Einaudi 1962
[3] G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta- Aby Warburg, la memoria dei fantasmi e la storia dell’arte, Bollati Boringhieri 2006
[4] C. Cieri Via, Nei dettagli nascosto- per una storia del pensiero iconologico, Carocci 2009
[5] Riportato in G.C. Sciolla, La critica d’arte del novecento, UTET 1995

Nessun commento:

Posta un commento