lunedì 19 novembre 2012

Lionello Venturi e la modernità dell'Impressionismo

C. Monet, Il ponte di Argenteuil, 1874. "La conquista dell'autonomia
dell'arte era così compiuta, e tutta la pittura d'allora in poi si è diretta al
medesimo fine. L'occhio di Monet è stato dunque geniale, inventivo,
eccezionale. Ma dietro quell'occhio che cosa c'era? Quale il rapporto tra
ciò che vedeva e ciò che sentiva o immaginava? A questi interrogativi
rispondono trionfalmente le pitture eseguite ad Argenteuil tra il 1874 e
il 1878. Esse mostrano l'artista puro, il creatore felice".
Cinquantuno anni fa moriva Lionello Venturi, uno dei più grandi storici dell’arte del secolo scorso- e non solo. Personalmente sono molto legato ai suoi studi e alla sua figura di storico dell’arte e intellettuale, tanto che uno dei protagonisti della mia tesi di laurea triennale sarà proprio lui.
Uno dei temi portanti della sua biografia di studioso è stato l’Impressionismo: si può dire che nell’ambito della Storia dell’Arte accademica egli sia stato il primo e forse più importante interprete (certamente per quel che riguarda l'Italia) di questa corrente; non solo, attraverso l’Impressionismo Venturi riuscì nell’impresa di allargare l’orizzonte della Storia dell’Arte, imponendole il confronto con l’arte contemporanea: un aggiornamento tematico e metodologico di straordinaria importanza.


Lionello Venturi
L’anno scorso, in coincidenza col cinquantennale della scomparsa, Mimesis ha pubblicato un bel libro di Laura Iamurri, Lionello Venturi e la modernità dell’Impressionismo.
Prima di passare alla recensione del volume voglio dire che una piccola controindicazione c’è: questo libro mette un po’ di tristezza; nel senso che, una volta terminata la lettura, il primo impulso naturale è quello di fiondarsi in libreria e prenotare titoli classici e fondamentali come Il gusto dei primitivi[1] (che sto leggendo in questi giorni: splendido!) e La via dell’impressionismo[2]; peccato che tale voglia si scontri con la triste realtà che vede questi libri nella immeritatissima condizione di “fuori catalogo”: uno stato di cose che va avanti da ormai molto tempo, e che li accomuna ad altri classici di Venturi e della critica d'arte italiana e internazionale.

P.A Renoir, La première sortie, 1874. "[Renoir] ha
seguito varie tendenze di stile durante la sua lunga vita,
ora più ora meno adatte al suo temperamento d'artista,
e ha commesso numerosi errori di gusto, ma è sempre
riemerso, e non soltanto è riuscito a evadere dagli
errori, con la sua vena inventiva sempre fresca, ma
persino a piegare gli errori a dar fuori qualcosa che
fosse arte
Il titolo del volume può sembrare alquanto ingannevole; nel senso che l’autrice propone un percorso che, pur avendo nel rapporto dello studioso con l’Impressionismo il momento centrale, è molto più ampio: esso comprende una puntuale e approfondita rassegna sui fatti culturali della Parigi degli anni ’30 del Novecento, quella in cui Venturi si trova ad agire dopo che il rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà al Fascismo lo costrinse all’esilio.
Così i primi due capitoli del libro sono dedicati al mondo delle riviste e del mercato, e al più generale contesto di ritorno all’ordine in cui la storia dell’arte contemporanea francese viene riletta in chiave nazionalistica, legata dunque alla tradizione della pittura prodotta in Francia nei secoli precedenti.
L’Impressionismo è, di questa situazione, la vittima designata, per la sua irriducibilità a qualsiasi lettura tradizionalista.
Questi due capitoli sono dunque necessari perché ci fanno capire il contesto in cui l’intellettuale italiano si trova ad agire, e ci rende ben coscienti dell’importanza dei suoi studi, per tanti e determinanti versi controcorrente.
Controcorrente perché, a fronte di una rivalutazione del Renoir classicista degli anni ’80, Venturi ribadisce che quella «[…]fu una crisi, non un progresso, come alcuni critici recenti, in nome del classicismo, proclamano […] Prendendo a prestito motivi non suoi, insistendo su forme scultoree idealizzate, moltiplicando schizzi, abbozzi e disegni finiti,  Renoir ha fatto con le Baigneuses del 1885 la dimostrazione della vanità dei suoi sforzi per entrare in un mondo che gli era estraneo». Esplicito, in questo passaggio, la polemica contro i classicismi dei vari ritorni all’ordine, e la conseguente rivendicazione militante dell’Impressionismo come fatto positivo.

P.Cézanne, La montagna Sainte-Victoire, 1904-06. "Negli ultimi anni
della sua vita contempla ancora la sua [montagna] con l'occhio sempre
ingenuo e creativo, come nella sua prima giovinezza. La vede ora lontana
e imponente, non più per la sua massa volumetrica, ma per la sua luce
spirituale.[...] Il tocco del pennello sempre più libero, come negli
acquerelli, crea un colore sempre più intenso. La luce si fa tenue e
lontana. Sembra che Cézanne reciti, a bassa voce, la preghiera della
sera"

Stesso dicasi per la lettura venturiana dell’opera di Cézanne.
Contraddicendo risolutamente la critica di quegli anni, Venturi riallaccia i fili che collegano l’opera del Maestro di Aix a quella degli impressionisti (Pisarro in primis): «Cézanne ricostruiva a modo suo un mondo della forma, senza nulla rinunziare delle conquiste artistiche impressionistiche». Il merito di Venturi, precisa Nello Ponente, è quindi quello di aver «sottratto Cézanne alle false o devianti interpretazioni, ha smentito il Cézanne restauratore, contro l’impressionismo, di un ordine classico»[3].

Come dicevo, il percorso tracciato dalla Iamurri riguarda il Venturi francese, e dunque l’insieme di opere che vanno dagli articoli apparsi su L’Arte nel ’32 fino allo scritto su Pisarro del’39: le stazioni fondamentali del percorso sono opere magistrali come il catalogo ragionato dell’opera di Cézanne[4], la Storia della critica d’arte e Les Archives de l’Impressionisme[5],  titoli con cui lo studioso realizza il suo capolavoro metodologico, essenziale per la definizione dei compiti della disciplina storico artistica: l’arte contemporanea viene per la prima volta studiata da un'accademico con la serietà e la complessità che la Storia dell’Arte aveva concesso esclusivamente all’arte del passato.
Sono i metodi della connoisseurship e dell’analisi filologicamente fondata delle fonti  e delle testimonianze degli e sugli artisti che Venturi mette in campo; scrive la Iamurri che quello della connoisseurship è una consuetudine degli studi storico artistici «che Venturi rinnova spostandola sul terreno della pittura moderna», «in una prospettiva storica e metodologica di ampio respiro che non esclude, in linea di principio, la contemporaneità». Il catalogo dell’opera di Cézanne quindi «appare come l’approdo esemplare dell’intenzione critica di Venturi: trattare Cézanne con gli strumenti della filologia e della connoisseurship equivaleva ad inserirlo di diritto  nella “storia vera”, e ad indicare la strada per uno studio dell’arte moderna condotta “con la disciplina dello storico dell’arte”».
D’altronde, nella Storia della critica d’arte[6], autentico capolavoro venturiano, lo studioso non aveva proclamato la necessità per la disciplina di andare di pari passo con gli sviluppi artistici della propria contemporaneità? Non aveva concluso che «la coscienza dell’arte attuale è la base di ogni storia dell’arte passata», rendendo esplicito omaggio a Charles Baudelaire e alla critica francese dell’ottocento contro il neoclassicismo tutto rivolto a un passato idealizzato di Winckelmann?
Così la Storia, per tanti versi summa del pensiero metodologico venturiano, si presenta come il sottofondo costante delle ricerche mature sull’Impressionismo: non è un caso che la sua data di uscita, il 1936, coincida fatalmente con quella del catalogo cézanniano.

C.Monet, La cattedrale di Rouen. Facciata. Tramonto, 1892-94. "Quel che
resta è un bisogno di grandezza, di potenza, di sforzo eroico. Certo lo studio
della luce nella serie è un programma scientifico, ma la realizzazione pittorica
rivela tendenze sentimentali. L'espressione dell'inesprimibile, del mistero,
[...] rivela in Monet quel medesimo gusto donde nacque il simbolismo. Qui
Monet appare un velleitario, perché quel che rimane in lui d
d'impressionistico gl'impedisce di realizzare appieno il nuovo ideale"

La lettura dell’Impressionismo si svolge quindi con una attenzione costante alla situazione del sistema dell’arte francese degli anni ’30 (temi su cui l’autrice ritorna più volte nel corso del volume); curiose e numerose le idiosincrasie di Venturi: a fronte di una valutazione positiva del Picasso del periodo blu assistiamo a una svalutazione dell’esperienza cubista; e se Modigliani e Roualt (a cui lo studioso dedica un volume nel ’40) erano tenuti in gran considerazione, al contrario l’ultimo Monet rimane essenzialmente non capito dallo studioso.
E la situazione politica e sociale di un’ Europa stretta nella morsa del nazifascismo e a un passo dalla guerra, non poteva lasciare indifferente un intellettuale come Venturi; come è noto, la polemica contro i neoclassicismi e i ritorni all’ordine in favore dell’Impressionismo nasce in lui come reazione al sistema culturale promosso dalla retorica fascista: Il gusto dei primitivi, del 1926, è testo esemplare che mostra quanto il coinvolgimento nelle questioni dell’arte contemporanea e della politica siano precedenti all’esilio francese - e qui aggiungo che, se c’è una critica che si può avanzare al lavoro della Iamurri, riguarda proprio la scarsa attenzione a quest’opera la cui importanza mi sembra uscire da queste pagine notevolmente sminuita (Ponente parla de Il gusto dei primitivi come di «un libro capitale per la cultura italiana ed europea»[7]).
Per tornare alla questione del “problema” politico, l’autrice conclude che «la nuova sensibilità di Venturi per gli aspetti sociali della storia dell’impressionismo sia da intendere come il riflesso di un passaggio importante nell’esperienza politica dello studioso, maturato all’interno di Giustizia e Libertà, a contatto con il variegato mondo dei “fuorusciti”» -esemplare in questo senso l’innovativa ricerca svolta sull’attività e la personalità di Durand-Ruel.

Per concludere, non mi resta che consigliare la lettura di questo volume.
Un volume chiaro nella sua complessità, ricco di informazioni sull’attività di Venturi e sui rapporti con altri grandi nomi della storia della critica d’arte (il padre Adolofo, Henry Focillon, Bernard Berenson e John Rewald); stimolante sia per gli studiosi dell’arte contemporanea che per coloro che sono interessati alla ricostruzione della storia della critica d’arte, di cui Venturi è momento imprescindibile.
Laura Iamurri, Lionello Venturi e la
modernità dell'Impressionismo,
Quodlibet 2011, 200 pagine,
22 euro



[1] L’edizione più facile da reperire nelle biblioteche è quella Einaudi del 1972, con prefazione di Giulio Carlo Argan
[2] Einaudi 1970. E’ dalle monografie di artisti impressionisti contenute in questa raccolta fondamentale, curata da Nello Ponente, che sono tratte le descrizioni delle opere “allegate” alle immagini del post
[3] Cézanne e le avanguardie, a cura di Nello Ponente, Officina Edizioni 1981- di cui ho scritto QUI
[4] Mai tradotto in italiano, mi sembra
[5] Tradotto e pubblicato nel già citato La via dell’Impressionismo
[6] Einaudi presenta ancor oggi il volume in catalogo, l’unico sopravvissuto dei libri venturiani dell’editore, tutti fuori catalogo.
[7]  Cézanne e le avanguardie (vedi nota 3)

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