lunedì 10 dicembre 2012

Boccioni e il Manifesto dell'architettura futurista

U. Boccioni, Io noi Boccioni, 1907

Correva l’anno 1971 quando Feltrinelli pubblicava il volume Gli scritti editi e inediti di Umberto Boccioni, curato da Zeno Birolli con introduzione di Mario De Micheli, seguito pochi anni dopo da un volume aggiuntivo, sempre curato da Birolli, Altri inediti e apparati critici.
L’opera era da anni fuori catalogo, rintracciabile nelle biblioteche o nel mercato dell’antiquariato a prezzi non troppo accessibili; una triste situazione terminata da poco grazie a Mimesis, che ha ripubblicato l’opera in un unico volume che riunisce i due originali. Una ristampa che mantiene introduzioni, illustrazioni e apparati critici originali: per lo studioso di Boccioni aprire queste pagine equivale a trovare tesori di cui ha solo sentito parlare, dato che molti testi boccioniani hanno avuto una diffusione editoriale non adeguata alla loro importanza.
In questa sede tratterò di un breve manoscritto rimasto sconosciuto per molti anni, e che proprio l’opera di Birolli portò alla luce, l’intenso Architettura futurista. Manifesto del 1914.

U. Boccioni, Studio di città con passerella e tram, 1910

I motivi dell’importanza storica e teorica di questo Manifesto mai pubblicato mi sembrano evidenti, e non manca una buona bibliografia sull’argomento- specie per quel che riguarda il rapporto tra il Manifesto di Boccioni e quello più famoso di Antonio Sant’Elia[1].
Un fatto mi sembra chiaro: Boccioni non è un architetto, e quindi non parla da architetto. Lui, pittore e scultore di formazione e di professione, non scende mai nel dettaglio tecnico della costruzione dell’edificio: semplicemente non sa farlo. Così Boccioni può dare l’impressione di un profano che parla di qualcosa che non gli compete.
A salvarlo da questa possibile accusa di ingerenza indebita potrebbe essere proprio quella tradizione che anche qui non manca di dileggiare: l’unità delle arti in nome della radice comune nel disegno (tutto ciò è ovviamente di stampo vasariano), in primis, nonché la tradizione degli artisti-architetti coi vari Arnolfo, Michelangelo e Bernini (questi, comunque, architetti lo erano per davvero).

U. Boccioni, Tavolo + bottiglia +casa, 1912

Ma è proprio il caso di tirare in ballo la tradizione? Sinceramente non lo credo; anzi, credo in tutta onestà che il richiamo alla tradizione che ho appena proposto sia un preziosismo del tutto inutile, gratuito. Il motivo per cui Boccioni è pienamente giustificato nel suo interessarsi all’architettura è un altro, ed è un motivo serio.
Scrive l’artista: «Abbiamo creato a spirale la simultaneità la forma unica e dinamica che crea la costruzione architettonica della continuità»; questo passaggio si conclude con l’equazione Dinamismo plastico = Coscienza architettonica dinamica. Più avanti aggiunge: «Le nostre opere di pittura di scultura sono fatte di calcolo perché l’emozione scaturisce da un’emozione interna (architettonica)».
Tutto ciò è importante perché indica che nella teoria artistica di Boccioni il riferimento a un costruttivismo  di tipo architettonico è fondante:  addirittura il concetto chiave di dinamismo plastico equivale a una coscienza architettonica; il Manifesto è quindi lo sbocco naturale e coerente di un pensiero artistico che all’architettura – o meglio, a un particolare concetto di architettonico - aveva sempre guardato (specie per quel che riguarda la costruzione dell’oggetto scultoreo). Non siamo al cospetto di un semplice scritto d’occasione.

Boccioni vuole un’architettura in cui l’esterno venga sacrificato all’interno, in cui cioè «anche la facciata di una casa deve scendere salire scomporsi entrare o sporgere secondo la potenza di necessità degli ambienti che la compongono»; e aggiunge: «il nuovo esterno che risulterà dal trionfo dell’interno creerà ineluttabilmente la nuova linea architettonica» .
Oltre a ciò, quello che il Nostro propone è consequenziale a quanto il Futurismo andava predicando.
Nella fattispecie la creazione artistica è da ottenersi mediante il soddisfacimento della necessità sociale (viene dunque riconfermata la coscienza boccioniana del ruolo sociale dell’artista): è a questa che l’elemento architettonico deve rispondere, per cui qualsiasi decorativismo o imitazione del passato e degli stili “stranieri” viene rigettato: l’architetto deve agire in nome di un vero e proprio funzionalismo che esalti la “bellezza nuda” dei materiali («Bisogna nobilitare le materie costruttive e rapide per eccellenza [ferro legno mattone cemento armato] mantenendo vive le loro caratteristiche»), prendendo ispirazione dal mondo della meccanica, considerata “educativa”.

Il punto d’arrivo è quello che l’estro di Boccioni chiama impressionismo architettonico: un’architettura in cui viene sacrificata la simmetria in nome dell’utilità, e attraverso la quale viene a modificarsi lo stesso paesaggio urbano: «Anche l’ambiente architettonico delle città si trasforma in senso avvolgente. Noi viviamo in una spirale di forze architettoniche. Fino a ieri la costruzione volgeva in senso panoramico successivo. Ad una casa succedeva una casa ad una via un’altra via. Oggi cominciamo ad avere intorno a noi un ambiente architettonico che si sviluppa in tutti i sensi. […] L’avvenire farà sempre più progredire le possibilità architettoniche in altezza e in profondità».
Questa l’avveniristica - e avverata - conclusione a cui giunge il Manifesto dell’architettura futurista di Boccioni, ennesima prova del genio teorico di questo grande artista, che l’operazione benemerita di Mimesis ci permette di gustare nella sua totalità.

U. Boccioni, Scritti sull'arte, Mimesis 2011, 500 pagine,
44 euro



[1] Vedi il bel volumetto di Michele Costanzo e Maria de Propris, Sant’Elia e Boccioni- le origini dell’architettura futurista, Mancosu Editore 2006

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