lunedì 24 dicembre 2012

Fry e Bell finalmente in Italia



Negli ultimi anni, e con un ulteriore exploit in questo 2012, sta avvenendo un fatto importante per chi studia la storia dell’arte: l’editoria italiana ha finalmente deciso che, dopo più o meno cento anni dalle rispettive pubblicazioni, i libri di Roger Fry e Clive Bell possono finalmente essere disponibili anche per il lettore italiano!
E’ quindi giunta l’ora in cui anche noi possiamo capire qualcosa di più delle teorie di coloro che sono stati tra i più influenti esponenti del formalismo: quante volte avete sentito parlare del fatto che fu Fry a coniare la nozione di postimpressionismo? E quante volte la significant form di Bell vi si è parata davanti (a me, per esempio, nel libro a cui dedicai il secondo articolo del blog: clicca qui)?
Insomma, non lasciatevi sfuggire l’occasione: stiamo assistendo, a livello editoriale, a un revival degli studi di Fry e Bell fino a qualche anno fa impensabile!

E allora, vi chiederete, perché nella prima immagine del post compare Visione e disegno di Fry, l’unico titolo essenziale ancora non ristampato (a dire il vero ci sarebbero anche il Since Cézanne di Clive Bell e le Trasformazioni dello stesso Fry), e leggibile solo attraverso l’unica edizione italiana del 1947, nemmeno troppo facile da trovare nelle biblioteche? I motivi sono espressi proprio nella domanda: mai come ora che vengono ristampati i saggi di Fry (e anche su Fry, come vedremo) è necessario rendere più facile per lo studioso (specie se studente) quello che è forse il suo testo più importante, autentico caposaldo della storia della critica e della teoria dell’arte- e i saggi di questo volume, a prescindere dal loro valore storico, sono davvero molto belli (in un paio dei prossimi post vi parlerò del saggio su Giotto e di quello sul rapporto tra arte e storia).
Se poi mi chiedete per quale strano motivo un libro tanto importante non abbia ancora trovato una riedizione a tanti anni di distanza, allora vi risponderei facendo spallucce: perché davvero i meccanismi dell’editoria non riesco a comprenderli- non riesco a capire, per esempio, per quale dannato motivo Einaudi non si decide a ristampare i saggi di Riegl o Lionello Venturi o Antal o Baxandall o Previtali -e chi più ne ha più ne metta- che pure ha (o almeno ha avuto) in catalogo.

Roger Fry; Clive Bell
Tutto ha avuto inizio pochi anni fa, nel 2006: a cura di Caroline Elam vengono tradotti e pubblicati in unico volume, da Abscondita, i saggi di Fry su Mantegna, seguiti, nei due anni successivi, al ritmo di uno all’anno, dai volumi su Giovanni Bellini e Giotto (è il saggio che citavo prima di Visione e disegno), sempre curati dalla Elam e pubblicati sempre dalla benemerita Abscondita.
Evidentemente siamo di fronte a un’operazione meritoria che mira a presentare Fry al pubblico italiano attraverso i suoi studi giovanili sull’arte italiana prerinascimentale e rinascimentale: è il Fry che ancora non ha scoperto Cézanne e i postimpressionisti né scritto il fondamentale Un saggio d’estetica, e che dunque non è ancora interamente il critico formalista della maturità.
Ma proprio nel 2008, Un saggio d’estetica viene fortunatamente risuscitato dalle pagine ingiallite dell’unica edizione italiana di Visione e disegno per essere incluso nella bella raccolta Alle origini dell’opera d’arte contemporanea, curata da Giuseppe Di Giacomo e Claudio Zambianchi e pubblicata da Laterza, che riunisce alcuni saggi fondamentali di storici e teorici dell’arte inerenti la produzione artistica dell’ultimo secolo- tra gli altri Schapiro, Greenberg, Danto, Steinberg (il suo essenziale saggio Altri criteri è qui tradotto e pubblicato in italiano per la prima volta- ovviamente, il fatto che nessun libro di Steinberg sia disponibile nella nostra lingua è una delle tante stranezze del rapporto tra editoria italiana e storia dell’arte).
L’anno successivo, nel 2009, tocca infine ad Ananke rendere giustizia al Fry maturo, quello formalista e modernista, con la traduzione e pubblicazione di un libretto bellissimo, che personalmente mi è stato necessario per la tesi e che chiunque abbia a cuore Cézanne non può non leggere: trattasi infatti della monografia che il nostro studioso dedicò al grande artista nel 1920, presentata da una bella introduzione di Nicoletta Salomon (che per’altro, sul problema del formalismo di Fry, è in netto contrasto con quanto afferma la Elan- ma la questione è abbastanza complessa, e ci tornerò a luogo e tempo debiti). Per Lionello Venturi questa è «la prima vera sistemazione critica dell’opera di Cézanne[1]» : non aggiungo altro per convincervi all’acquisto …
Per quanto riguarda Fry è tutto finito? Fortunatamente no, ma ne parlo dopo; perché adesso dobbiamo fare un salto dal 2009 all’anno corrente, e parlare di Clive Bell.

Già, perché questo 2012 è stato per la fortuna critica in Italia di Bell un anno da incorniciare: nel giro di pochi mesi si sono avute le pubblicazioni, tutte in prima traduzione e prima edizione, di due suoi libri.
Il primo è L’arte (pubblicato da Aesthetica e curata da Claudio Zambinchi, autore della traduzione e di una bella introduzione), il suo testo più famoso e influente, caposaldo autentico della critica d’arte formalista, quello in cui, come già ricordato, Bell conia il concetto di significant form.
Era abbastanza grave che un libro tanto importante non fosse mai stato pubblicato in italiano; personalmente, era un bel po’ di tempo che desideravo leggerlo. Ma se devo essere sincero non è che mi sia piaciuto troppo; anzi, a dirla tutta, sono arrivato in fondo notevolmente scocciato, tanto che le ultime 5 o 6 pagine non ce l’ho fatta proprio a leggerle.
E non perché Bell sia un formalista: adoro l’estetica formalista, pur con tutte le sue lacune, e anzi le parti del libro più propriamente formaliste -che sono poi le più importanti: quelle cioè in cui viene teorizzata la significant form- sono gradevoli e istruttive, a mio avviso stimolanti ancora oggi. Il problema è tutto quello che viene dopo: e quello che viene è un concentrato di estetismo per i miei gusti insopportabile (l’estetismo è sempre insopportabile quando vuole affrontare teoreticamente una cosa seria come l’arte -vedi il caso di Oscar Wilde).
Inoltre, Bell decide di saggiare la sua teoria sulla realtà della storia dell’arte: peggio che andar di notte! Perché assistiamo a una serie di astrazioni, di banalità e giudizi sommari, decisamente insopportabili: così gli unici periodi di tutta la storia dell’arte che Bell considera positivamente sono il periodo bizantino, quello dei primitivi italiani (ma solo parzialmente) e infine il postimpressionismo- aggiungo che le pagine su Cézanne e i postimpressionisti, con cui credevo che il mio rapporto con Bell sarebbe migliorato, mi hanno deluso.
A tutto ciò si aggiunge l’incredibile circolo vizioso per cui la significant form avvia nello spettatore la pura esperienza estetica, ma allo stesso tempo è solo attraverso la pura esperienza estetica (che cosa sia questa cosa non è dato capirlo con precisione) che si può riconoscere la forma significante.
Insomma, mi direte: se non ti è piaciuto ‘sto libro, per quale strano motivo ce lo consigli? Beh, semplicemente perché, sia come sia,  L’arte rimane un libro che va letto - ciò non toglie che, a degli studenti squattrinati come me, direi che con 26 euro si possono acquistare libri più interessanti.

E allora la lettura de Il piacere della pittura, l’altro libro di Bell pubblicato da Mimesis e curato, tradotto e presentato da Antonella Trotta diventa indispensabile per “far la pace” con questo autore. Perché qui molte delle astrazioni che avevano contraddistinto L’arte vengono meno (è lo stesso Bell che critica le opinioni lì espresse bollandole come errori giovanili), e con esse cadono alcuni dei giudizi sommari e fastidiosi sul Rinascimento: infatti questo è anche un libro sul Rinascimento, sulla scoperta di Raffaello fatta da Bell nelle Stanze Vaticane.
Certo, anche qui non mancano le astrazioni difficili da spiegare (ancora l’esperienza estetica) e i toni da esteta; ma tutto è risolto con una vena ironica e leggera che, contrariamente a quanto avveniva ne L’arte, rende piacevole la lettura.
Ecco, questo libro mi sento di consigliarvelo senza problemi: e il suo prezzo modico è una freccia in più al suo arco.

Tutto finito? Niente affatto.
La fine del 2012 ci ha riservato un’altra sorpresa: Eliot, un casa editrice che ammetto di non aver mai sentito prima, ha dato alle stampe, sempre in prima edizione italiana, un autentico classico della bibliografia su Roger Fry: ovvero la Biografia che scrisse Virginia Woolf, una delle persone a lui più vicino.
Al momento in cui scrivo questo post il libro, che ho prenotato su Internet, non mi è ancora arrivato, quindi non posso dirvi niente di più sul volume.
Per chiudere, non possiamo che accogliere con molta gioia questa riscoperta del formalismo inglese da parte dell’editoria italiana- ammetto che tutto ciò è per me anche un grosso colpo di fortuna, dato che uno dei protagonisti della mia tesi di laurea triennale è proprio Roger Fry.
Mi restano delle domande: perché tutto in così poco tempo, dopo che per cento anni o poco meno le opere di Fry e Bell non avevano avuto in Italia praticamente nessuna edizione? Come funzionano i meccanismi delle case editrici? C’è la possibilità che le altre opere dei due autori  o almeno le più importanti rimaste, possano essere pubblicate?
A queste aggiungo un’ultima domanda: cosa deve avvenire perché case editrici importanti come Einaudi, Feltrinelli, Laterza, resuscitino dal limbo alcuni autentici capisaldi della nostra disciplina, da troppo tempo scandalosamente nella triste condizione di “fuori catalogo”? Mica può pensarci solo Abscondita, che iddio l’abbia in gloria!


ps. Nel frattempo il libro di Virginia Woolf mi è arrivato e l’ho pure letto. Dico solo due cosucce sull’edizione: la cosa migliore è l’apparato iconografico, perché ci permette di conoscere un po’ di più il Fry pittore.
Ma c’è pecca evidente, a mio avviso: che a curare il libro non è stato uno storico dell’arte, per cui:
1) Fry Cézanne lo conosce nel 1905 o nel 1906 (nell’introduzione di Barbara Lanati vengono offerte due date a distanza di una pagina!)?
2) E soprattutto è abbastanza ridicolo l’errore della nota 44: quando Fry parla di un Morelli, è ovvio che si riferisce a Giovanni Morelli, il grande conoscitore (al cui metodo dedicò alcune riflessioni molto acute) e non a Domenico Morelli, il pittore italiano …



[1] Giudizio che compare al termine della monografia su Cézanne inclusa in L. Venturi, La via dell’Impressionismo, Einaudi 1970, una raccolta essenziale (fuori catalogo da anni, manco a dirlo …). Allo studio di Fry su Cézanne Venturi dedica un passaggio in cui ne mette in evidenza i grandi meriti e anche le criticità.

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