lunedì 31 dicembre 2012

Giotto, Dante, san Francesco

S.Francesco, Sacro Sepolcro,
Subiaco, anteriore al 1224
Doppio ritratto è un bel saggio di Massimo Cacciari che, pubblicato da Adelphi lo scorso febbraio, ha già avuto una seconda edizione: un successo più che meritato per un libretto che in poche pagine (una sessantina) riassume in maniera eccelsa l’incontro di teologia, arte e letteratura svoltosi intorno alla figura di san Francesco.
San Francesco in Dante e Giotto è infatti il sottotitolo chiarificatore: questi i tre grandi protagonisti dello studio di Cacciari- uno studio indubbiamente complesso, ma altrettanto affascinante.

Dante, il poeta ribelle, l’uomo politico in lotta con il suo tempo, che legge la figura del santo in chiave tutta politica e sociale, in quanto esempio da seguire per giungere a un fine necessario: la riforma della Chiesa: «nessuno slancio mistico -scrive Cacciari- può offuscare nel genio di Dante la coscienza del reale, delle figurae che possono operare decisamente nel reale». Queste figure sono due: san Francesco e san Domenico; ritornare a loro, al loro messaggio originario, è per il poeta l’unico mezzo per giungere alla riforma della Chiesa, «ma solo a condizione che essi [i due Ordini predicanti: francescani e domenicani] procedano tanto più uniti, quanto più consapevoli della forza della loro distinzione e dell’ordine gerarchico che in questa distinzione si esprime»- in Dante è infatti preminente la figura del santo di Assisi.
Insomma, «la rappresentazione di Francesco consegue alla determinatezza storica di questo disegno», per cui il poeta distingue nettamente tra leggenda e realtà e guarda esclusivamente a quest’ultima quando sceglie quali episodi della vita del santo rappresentare.
Ecco quindi che il ritratto dantesco è incompleto, perché « è assente lo spirito  del Canticum fratis solis. Il poeta Dante è estraneo proprio al Francesco poeta, al Francesco che chiede si canti nei momenti di più acuta sofferenza».

Giotto, San Francesco riceve le stigmate, 1300 ca, Musée
du Louvre, Parigi
Al contrario, «il carattere  del farsi prossimo di Francesco ad ogni ente del creato è compreso nel realismo di Giotto».
Negli affreschi della basilica di Assisi è infatti presente ciò che manca in Dante: la narrazione ufficiale della vita del santo, quella propria della comunità cristiana; «realtà, racconto ufficiale, leggenda si intrecciano nel pittore».
Necessità del realismo, in rottura col linguaggio artistico precedente, che Giotto soddisfa per il tramite della vita del santo; anzi, essa è di tale rottura la ragione essenziale: «il bisogno di dar massa, volume, consistenza drammatica alla figura» è dovuto alla necessità di far sentire come vera e storicamente accertata la vita di Francesco: è il contenuto, il messaggio, a determinare lo stile.
E il nuovo realismo giottesco riesce a cogliere uno degli elementi più importanti dell’esperienza francescana: la «nuova idea di natura che si esprime in  Francesco», che Dante non coglie.
Il ciclo di Assisi è il frutto dell’accordo tra il nuovo ordine francescano e l’autorità papale, «la soluzione di ogni contrasto tra la fraternitas spirituale, della cui idea i Minori volevano essere figura, e ecclesia reale, saldamente governata dall’autorità spirituale- politica del Papa». È così che in tutte le scene del ciclo «si vuole perfetta l’identificazione tra Francesco e i suoi. In tutte si sottolinea il ruolo attivo della comunità dei Minori: essi vedono, essi testimoniano, essi sempre con il Santo, e proprio nei momenti supremi».
E allo stesso modo si attua un falso storico: il rapporto tra la Chiesa e Francesco viene presentato come idilliaco, privo di quei contrasti e quelle tensioni che lo animarono: Innocenzo III sogna Francesco e subito ne accette la regola.

Ecco dunque la grande differenza dei ritratti francescani di Dante e Giotto: il primo non vede i miracoli e interpreta Francesco come figura di contrasto, il secondo vede i miracoli e la poeticità del santo ma ne propone una versione storica addomesticata, in linea con le necessità della Chiesa e dell’Ordine.

Maestro delle Vele, Allegoria della povertà, Basilica di san Francesco,
Chiesa Inferiore, Assisi. Al centro, le nozze tra il santo e Povertà.
Eppure su un punto essenziale, in uno stesso fondamentale errore, i due ritratti si avvicinano:  è l’incomprensione di un elemento determinante l’esperienza di Francesco: il matrimonio con la Povertà-  un errore ancor più grave perché questo, per Cacciari, è l’elemento più importante e rivoluzionario che il santo lascia in eredità, il nucleo autentico della sua esperienza, sui cui risvolti teologici lo studioso si sofferma a lungo.
Giotto non può rappresentarla, Madonna Povertà, perché le storie francescane «debbono poter essere rappresentate sulle pareti di queste chiese senza “scandalizzare”, con misura, in prospettiva»;  nella scena della Basilica di Assisi in cui Povertà è rappresentata, vengono alterati «i fondamenti sulla cui base era stata amata e ricercata: il significato essenziale di povertà e misericordia, e della loro paradossale quanto necessaria relatio con gioia, letizia, hilaritas».
Dante invece la tiene da conto, ma non comprende tutta la «profondità e straordinarietà» di questa relazione, poiché la misura col metro della «tragedia della sconfitta».
Insomma «in entrambi i grandiosi “ritratti” sembra assente l’aspetto più profondo e inquietante della mistica di Francesco, quello che sposa in sé amore, secondo una misura impossibile di dono e per-dono, e letizia, autentica letizia».

In conclusione, dal punto di vista di Cacciari siamo di fronte a due grandi ritratti incompleti e opposti; ma è proprio questo il loro valore per la scoperta dell’autentico messaggio francescano (scontata è la loro importanza intrinseca, ovviamente) perchè «solo nella loro concordia discors possono avvicinarci alla domanda: chi sei tu, Francesco, pauper?».

Nessun commento:

Posta un commento