lunedì 17 dicembre 2012

Per una storia locale dell'arte

Troia, Cattedrale di santa Maria, primi decenni del XI secolo
Vi confesso un mio rimorso di coscienza.
Io, che dico di studiare la storia dell’arte,  per anni ho sinceramente creduto che la “mia terra”, la Capitanata, non offrisse, in quanto a bellezze artistiche, nulla o quasi nulla. Non sapevo che la Capitanata è una delle zone del sud Italia con la più alta densità di complessi castrali, rocche, residenze, siti archeologici, cattedrali e santuari d’ogni epoca e stile: una straordinaria densità di opere, generalmente di grande valore, per un percorso storico artistico che parte dall’ VIII secolo a.C. e comprende tutta l’età medievale[1].
Non la sola cattedrale di Troia, quindi, noto capolavoro del Romanico pugliese, ma tutta una serie di gioielli di cui ignoravo l’esistenza.

Arpi, interno dell'Ipogeo della Medusa, III-II secolo d.C.
Saranno poco meno di due anni che ho preso coscienza di quanto il mio errore sia stato madornale, gravissimo per uno che dice di interessarsi alla storia dell’arte, e, peggio ancora, alla Tutela del patrimonio culturale.
Poiché non c’è nulla di più pericoloso, per la sopravvivenza del nostro patrimonio culturale, che la non conoscenza dei pezzi che lo compongono, di quei pezzi, in particolar modo, che, sconosciuti ai più, non compaiono nei manuali di storia dell’arte o nelle guide turistiche: in Italia non abbiamo solo il Colosseo, ma, purtroppo, ce lo siamo scordati.
Così, per esempio, lo straordinario sito archeologico di Arpi, a 8 km da Foggia, va alla malora (leggi l’articolodell’archeologo Manlio Lilli) senza che la cosa scateni il putiferio che dovrebbe scatenare.

Ciglio dell'Arco scolpito del Palazzo di Federico II a Foggia, con la
eccezionale epigrafe di fondazione, 1223
Forse, mi dico a volte, noi italiani abbiamo troppo.
Come chi si trovi seduto di fronte a una tavola esageratamente imbandita,  troppo piena di leccornie e portate per una sola persona, non abbiamo più occhi per i beni culturali, specie per quelli meno noti: ci danno la noia, se non proprio un senso di nausea; non riusciamo più a gustarli, perché l’abbuffata è stata esagerata; sono davvero troppi!
O, ben che vada, ci sono del tutto indifferenti: e quindi chi se ne frega se l’arco del Palazzo di Federico II incassato all’esterno del Museo Civico di Foggia è una delle testimonianze storiche e artistiche più importanti della città? Le cose antiche, le cose belle sono altre: il Colosseo e Leonardo! - e al diavolo tutto il resto.

Regia Masseria del Pantano, villa federiciana, Foggia
Insomma, noi italiani (e certamente non solo noi) soffriamo del “culto del capolavoro”.
E quel che è grave è che ormai ci siamo così abituati alla indifferenza per le “piccole cose”, che essa si è trasferita anche ai capolavori noti: cito Pompei, e non aggiungo altro.
E allora, se Pompei crolla tra il menefreghismo generale, a chi volete che importi che la Regia Masseria del Pantano, alla periferia di Foggia, uno dei capolavori dell’architettura residenziale federiciana, si trovi in uno stato pietoso, nell’abbandono totale e rovinata dai crolli, circondata dai palazzi che la speculazione continua a innalzare, nel silenzio di politici e amministratori inetti (e, perché no?, magari collusi)?

Cosa fare? Credo che, innanzitutto, bisogna escludere una soluzione stupida e pericolosa: affidare la Tutela a privati o a stranieri.
E’ stupida perché difficilmente privati italiani e enti stranieri, privati o pubblici che siano, potrebbero trovare interesse nel salvare la sconosciuta Masseria del Pantano; pericolosa perché se davvero affidassimo il nostro patrimonio culturale[2] ad altri (privati o stranieri che siano), allora assisteremmo alla resa del popolo italiano come comunità, che ammetterebbe di non essere capace di custodire la sua storia e la sua memoria, anche perchè di esse se ne frega. Cosa ci sarebbe allora ad unirci? Niente, e dunque come comunità saremmo finiti- e questo senza che a dircelo vengano i grugniti secessionisti dei leghisti .
Allora è necessaria una presa di coscienza della collettività: bisogna che il cittadino capisca che anche portale del Palazzo di Federico II è una cosa importante, una cosa che lo riguarda, che appartiene alla sua comunità e di conseguenza alla sua stessa storia.

Particolare dei magnifici rilievi scultore del Portale di San Leonardo di
Siponto, XI-XII secolo
Dunque, la necessità di una storia locale dell’arte.
I miei studi superiori li ho fatti all’ Istituto d’Arte di Foggia, e ho avuto la fortuna di avere dei buoni docenti di storia dell’arte che, tra le altre cose, non avevano timore a portarci a Roma per vedere la mostra di Modigliani o a Napoli quella di Caravaggio.
Ma se quei docenti benemeriti si fossero scomodati tanto di meno, e ci avessero portati a San Leonardo di Siponto, o alla Fortezza Angioina di Lucera (di cui ho scritto QUI), ci avrebbero fatto scoprire opere di cui nemmeno sospettavamo l’esistenza, opere sconosciute, gioielli insospettati nella nostra terra. Così questa nostra terra l’avremmo conosciuta un po’ di più, avremmo imparato ad amarla, e quindi, come naturale conseguenza, a difenderla- Caravaggio e Modigliani avremmo avuto altre cento occasioni per conoscerli, tanto grande è la loro fama, tanto universalmente riconosciuta la loro grandezza!
Alcuni degli affreschi nell'abside poligonale della chiesa di san Francesco
a Lucera, inizi del XIV secolo

Allora la mia piccola proposta, da esterno al mondo della scuola, è questa (e si può allargare alle altre materie scolastiche che possono avere un legame diretto col territorio: la storia e la geografia, e anche la letteratura): è ovviamente giusto, doveroso, necessario studiare il Gotico francese e il cantiere di Assisi, ma affianco a loro diamo un po’ di spazio, anche minimo, a Lucera e alla sua magnifica chiesa di San Francesco!
Nel momento in cui facciamo studiare una corrente artistica famosa, internazionale, “da manuale”, proviamo a far vedere cosa, contemporaneamente, si va producendo nella nostra zona, nella nostra realtà locale, a prescindere dall’importanza e dalla qualità della produzione: le chiese di Borromini e Bernini a Roma, Torre Guevara tra Bovino e Orsara.

Anche così, rendendo gli studenti più consapevoli dei luoghi in cui abitano, si forma una cittadinanza più cosciente e attenta.
Dobbiamo dar loro la possibilità di farsi una memoria, offrirgli l’occasione di una presa di coscienza.
O questo, o la perdita di una parte considerevole del nostro patrimonio culturale, dato che, ovviamente, ciò che non si conosce non si può pensare di difenderlo.


ps. Mi rendo conto di quanto questa mia proposta (che non è detto che già non sia messa in pratica da più di un professore illuminato) sia difficile da realizzare oggi, in un momento in cui la scuola, dopo anni di cure berlusconiane e post berlusconiane, vive uno sbando senza precedenti.
Nel caso della storia dell’arte, poi, parliamo di una materia che dalle scuole sta vergognosamente scomparendo (senza contare quelle in cui non è mai entrata): in queste condizioni, quel poco che si riesce a fare è tutto grasso che cola.



[1] Non che altri periodi non siano rappresentati: ma quello citato, in base alle mie conoscenze attuali, è quello di cui la Capitanata conserva la più ampia rassegna di opere
[2] Sia chiaro: da questo “nostro” escludo ogni significato nazionalistico!

2 commenti:

  1. La storia dell'arte dovrebbe essere sempre approfondita nelle sue forme locali, nella Capitanata, il medioevo ha trovato terreno fertile, basti pensare che nella fase normanno-sveva hanno avuto origine tutte le rocche ed i castelli fredericiani che costellano l'intero territorio. La proposta è molto fondata (quella di far conoscere agli studenti le realtà locali) e non dovrebbe neppure considerarsi una proposta ma una normalità. Ma la storia dell'arte in Italia non rientra proprio più nella normalità e per quel poco che si fa anche nelle scuole non si avrebbe tempo di approfondire i patrimoni locali, e questo è un dramma che poi sconfina rapidamente nella catarsi e nello sfacelo del nostro patrimonio artistico. Ci sono tesori che purtroppo spariscono quasi sempre prima della loro scoperta, dalle mie parti, a Napoli, ci sono chiese completamente distrutte (in pieno centro) e/o completamente svuotate dalla scelleratezza dei ladri che agiscono indisturbati per l'assenza dei controlli.
    È drammatico lo stato dell'arte nel nostro Paese e dallo Stato non ci saranno più fondi necessari ne volontà di rialzare questo settore, la privatizzazione è un concetto da non sottovalutare a priori. Andrebbe sicuramente sostenuto e soprattutto monitorato incessantemente affinché non si compino soprusi o atti indecorosi ed espropriazioni di fatto. Ma io credo che proprio nel "privato" controllato e sostenuto, ci sarà la soluzione del nostro problema, diversamente tutto cadrà in rovina e tra non molto tempo (Pompei ne è un esempio).

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    1. A me il privato non piace a priori: direi proprio per una questione ideologica, lo ammetto.
      Senza contare che in italia un privato "controllato" mi sembra utopico, e che le privatizzazioni che abbiamo visto a più livelli negli ultimi anni hanno peggiorato le cose in tutti i settori in cui si sono fatte.
      Secondo me la strada non può essere questa- per me è solo una scorciatoia.

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