lunedì 21 gennaio 2013

Il Manierismo secondo Antal


Oggi vi parlo di un libro di Frederick Antal che non troverete nella libreria sotto casa (e purtroppo ciò vale per tutti i suoi libri), ma spero, con questo post, di incuriosirvi quanto basta da farvi prendere il disturbo di cercarlo nelle biblioteche- altrimenti su Ebay, al momento in cui scrivo, un paio di copie ci sono.
Si intitola La pittura italiana tra Classicismo e Manierismo; è una splendida analisi, breve ma molto ricca, dell’arte prodotta tra la fine del Rinascimento e i principi del ‘600. Protagonista principale è il Manierismo, coi suoi artisti e con quelli che a esso si avvicinarono di striscio, lo anticiparono, lo presentirono - un nome su tutti, di quest’ultima schiera, mi ha fatto rimanere di stucco.

J.Pontormo, Storie della Passione: Cristo davanti a Pilato. "Gli
affreschi della certosa del Galluzzo [a Firenze] sono gli esempi migliori di
composizione manieristica, irrazionale e soggettiva prodotti in quegli anni
inquieti [...]. Una figura così gotica e allungata come quella dell'inquisitore
a sinistra di Cristo non è mai apparsa prima nel manierismo fiorentino. Non
resta spazio per muoversi liberamente [...] . Con l'aiuto dei gruppi uniti e
interdipendenti e di una scala decorativa piatta, che non ha profondità
ma soltanto altezza, Pontormo realizza una composizione maestosa che si
eleva rigidamente".
Il volume raccoglie gli appunti di Antal per le lezioni universitarie del 1934-35; se considerate che la sua opera fondamentale per la definizione della storia sociale dell’arte[1], Florentine Painting and Its Social Background[2] è del 1947, capirete che siamo di fronte a un testo precoce, "giovanile". Ciò tuttavia non significa che questo sia il prodotto di un Antal immaturo, non ancora formato nei suoi mezzi: a mio avviso questo è un saggio in cui si fa della genuina storia sociale dell’arte[3].
 “Istruttivo” è un termine per me importantissimo: se un libro riesce a essere tale, riesce cioè a insegnarti qualcosa che non sapevi, o anche solo ad aprirti verso orizzonti che prima non contemplavi, allora è un gran libro. Per me La pittura italiana tra Classicismo e Manierismo lo è senza dubbio, perché mi ha aperto al Manierismo, me ne ha fatto intuire la bellezza e complessità, mi ha insegnato che Pontormo è un artista meraviglioso. Tutte cose che prima non sapevo, e che ora so.

J.Pontormo, Sacra famiglia, 1528. "Il quadro manca totalmente
di sfondo. Le figure son poste dinanzi a un piano scuro, alla
maniera del tardo Botticelli, e danno la paradossale impressione
di essere dei fantasmi plastici. La contraddizione , che è tale solo
se guardiamo il quadro alla luce dell'esperienza del nostro
secolo, è caratteristica di questa fase del manierismo". 
Idea di partenza: il Cinquecento come secolo caratterizzato dalla contrapposizione, addirittura dalla lotta, tra lo stile rinascimentale (Classicismo) e quello manierista, che Antal riporta alla contrapposizione più generale, e fondativa, tra le diverse classi sociali[4]- «e’ essenziale conoscere almeno i tratti fondamentali delle concezioni del mondo delle diverse classi, perché la classe emergente determina lo stile artistico». A conferma di tale linea interpretativa, che lega indissolubilmente l’arte alle condizioni sociali ed economiche delle varie epoche, Antal sostiene che nella Firenze instabile dei primi decenni del secolo, «all’incirca ogni cinque anni incontreremo un tipo diverso di espressione artistica», e si assiste, in pittori come Fra Bartolomeo, a una oscillazione continua tra i due poli opposti del classicismo rinascimentale e del Manierismo[5].
Ora, il ricongiungere la storia dell’arte alla storia, togliendola così dalle illusioni del formalismo, è indubbiamente il merito più grande, e indiscutibile, della storia sociale dell’arte; ma accettare una dipendenza così totalizzante dello stile artistico dalle questioni socio economiche è, almeno per me, difficile: indubbiamente è vero che «l’intensità dello stile dei due artisti [Pontormo e Rosso Fiorentino] fu possibile solo a Firenze, con le sue particolari condizioni sociali ed economiche», ma non sarà per caso che tale intensità dipende anche da altri fattori, per esempio di tipo psicologico, o di reazione deliberata alla tradizione artistica precedente[6]?
Insomma, va benissimo la storia sociale (marxista o non marxista che sia), ma prima di buttare a mare altri modelli interpretativi ci penserei bene: come sempre, io preferisco una fruttuosa convivenza[7].
J.Pontormo, Diecimila martiri, 1529-30. "Il quadro colpisce per il
carattere volutamente disordinato della rappresentazione [...]. La
confusione degli eventi nasce dalla concezione artistica del manierismo,
che continua il metodo  medievale di illustrare e mettere in relazione fatti
diversi nello stesso dipinto; ma il Pontormo lo traspone in uno stile
affettato. Nel medioevo il metodo di spezzare la cosiddetta relazione
continua
 era usato per agevolare la comprensione generale. Ora invece
lo stesso metodo è usato per un fine quasi opposto: distogliere lo
spettatore dall'evento principale e interessarlo alle semplici prospettive
artistiche o agli spettacoli anatomici".

Convivenza che poi, almeno in parte, Antal sembra attuare, perché lo studioso non rinuncia all’analisi formale delle opere; anzi, come sostiene Nicos Hadjinicolau nell’Introduzione, tutto il libro si configura come un insieme di monografie sui singoli artisti in cui l’analisi della forma è preponderante -oltre che eccelsa. I fatti sociali sono in realtà appena accennati, e accennati solo se strettamente necessario – si potrebbe parlare di una storia sociale dell’arte sintetica, non analitica.
Ma, essenzialmente, per i motivi che spiegavo prima, la convivenza viene meno.

Ma quali sono i caratteri tipici del Manierismo?
Innanzitutto il riavvicinamento alla logica compositiva del Medioevo e del “gotico quattrocentesco”[8]: ciò porta a composizioni irrazionalistiche - nel caso delle opere di Pontormo, per esempio, si ha una «astratta assenza di confini [e] figure premute l’una sull’altra»; scene diverse temporalmente e spazialmente che si svolgono su uno stesso piano pittorico, disposte l’una sull’altra e/o affiancate. In questo modo l’ordine classico si perde in una vera e propria confusione narrativa: non riusciamo a leggere chiaramente l’ordine cronologico delle scene- e Antal parlerà dello straordinario ribaltamento della logica medievale dello spezzamento della “relazione continua”, che da metodo per rendere più chiara la comprensione della scena, diventa strumento di ulteriore disordine spaziale .
Ancora dal Medioevo abbiamo l’allungamento delle figure, tendenti alla ieraticità e alla verticalità, e una composizione che vede la ripetizione degli elementi strutturali delle singole figure alla ricerca di un equilibrio armonico. Il tutto sotto l’influenza dell’arte che si produce a nord delle Alpi, quella di Dürer in primo luogo.
Raffaello, Cacciata di Eliodoro dal tempio (Stanza d'Eliodoro). "Nella
Cacciata di Eliodoro, che segna una svolta nello sviluppo artistico di
Raffaello, si possono identificare, oltre alle tendenze prebarocche [!].
alcune componenti irrazionalistiche del manierismo, come per esempio
la dislocazione laterale dell'azione più importante. L'evoluzione del
cinquecento procede, in linea generale, nella direzione delle potenzialità
manieristiche"
E ancora: uno spazio che può anche diventare astratto (o quasi del tutto assente) e in questa astrattezza coinvolgere i personaggi che, realizzati con colori brillanti, intensi e innaturali, e con una ricerca insistita della monumentalità - evidentemente debitrice di Michelangelo (ma di un Michelangelo estremizzato) - raggiungono il risultato, sorprendente e paradossale, di essere insieme fortemente plastici e intimamente astratti: «l’astrattezza del Manierismo si esprime vividamente in una esasperata plasticità», questa l’affascinante conclusione di Antal.

Tutto quello che avete letto finora è soprattutto un sunto delle pagine che lo studioso dedica a Pontormo; ho scelto queste in maniera del tutto arbitraria, dato che le pagine dedicate agli altri artisti non sono meno belle.
Ma questa recensione è durata anche troppo: come sempre, mi sembra del tutto inutile, oltre che noioso e dispendioso, riassumervi tutto il libro o analizzarne ogni singola parte. Spero tuttavia di avervi incuriosito abbastanza da farvi cercare il volume: ne sarei davvero contento.
E per stuzzicarvi ancora un po’, vi dico quel nome che Antal inserisce nella schiera di coloro che il Manierismo l’hanno presentito e a cui si sono fortemente avvicinati: parlo dell’artista classico per eccellenza, l’eroe di tutte le accademie e i neoclassicismi che abbiamo avuto dal Cinquecento ad oggi: Raffaello! - e non aggiungo altro: se volete sapere il perché di questa incredibile inclusione, non vi resta che cercare il libro …






[1] Come noto fu Antal, con Klingender e Hauser, a inventare, nel secondo dopoguerra, la storia sociale dell’arte
[2] Il libro è stato tradotto e pubblicato da Einaudi, ma da anni è tristemente fuori catalogo- una situazione che lo accomuna a tanti altri capolavori della storia dell’arte pubblicati dalla casa editrice torinese (e non solo da lei).
[3] Enrico Castelnuovo, in un saggio giustamente famoso, Per una storia sociale dell’arte I, ora contenuto nel bellissimo Arte, industria, rivoluzioni- Temi di storia sociale dell’arte, Scuola Normale Superiore di Pisa 2007, parla della “conversione” di Antal alla storia sociale dopo aver seguito il magistero di Dvořák, «conversione di cui già si trova traccia nel bellissimo saggio su Classicismo e Romanticismo».
[4] Il riferimento al marxismo della prima storia sociale dell’arte, è stato la causa principale degli attacchi che il metodo ha subito- vedi ancora, su questo tema, il saggio di Castelnuovo.
[5] Per cui sbaglia G.C.Sciolla quando nella sua La critica d’arte del Novecento, Utet 1995, scrive che «Antal individua nel manierismo europeo due correnti di stile contrapposte e in conflitto tra loro: la classicista e la manierista», perché in questo modo si evince che Antal intravede due diverse anime all’interno del Manierismo, e così non è; non c’è contrapposizione tra un “Manierismo classicista” e un “Manierismo manierista”: il Manierismo non si sdoppia! La contrapposizione è tra Classicismo rinascimentale e Manierismo, due entità diverse.
[6] E con questo, chiaramente, faccio riferimento a una concezione della storia dell’arte di stampo formalista.
[7] Il problema di una possibile e necessaria convivenza tra modi diversi di intendere la storia dell’arte l’ho affrontato QUI.
[8] Per Antal c’è uno scarto essenziale tra l’arte del Quattrocento e quella del primi decenni del Cinquecento. Solitamente entrambi sono considerate come i momenti “per eccellenza” dell’arte rinascimentale; per Antal (o almeno per l’Antal di queste pagine) le cose stanno diversamente: il Quattrocento, coi suoi Botticelli e Ghirlandaio, è momento gotico, nordico, di ascendenza stilistica ancora medievale. La sua interpretazione mi sembra parecchio originale e personale, ma non troppo convincente.

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