lunedì 18 febbraio 2013

Metodica del dubbio: la lezione di Schapiro


Meyer Schapiro
Chi di voi segue più frequentemente questo blog avrà notato come, nei confronti dei diversi e opposti aspetti della storia della critica d’arte io mantenga una posizione, se così si può dire, “neutra”. Delle speculazioni dei maestri della nostra disciplina c’è sempre qualcosa che mi piace, che trovo valida: anche in studi che nella sostanza condivido poco (per quel che riguarda l’oggetto dell’analisi, per esempio) qualche insegnamento lo ricavo sempre.
Questo mio atteggiamento a volte mi ha dato da pensare: è sintomo di indecisione e immaturità? L’incapacità di scegliere una volta e per sempre una scuola metodologica definita, è il sintomo di una formazione ancora inadeguata a un tale passo?
Ma soprattutto mi veniva un’altra domanda, ben più interessante: è dunque necessario fare una scelta? Optare per una metodologia escludendo le altre?
La mia conclusione - dall’alto della mia immaturità - è che sia inutile e soprattutto dannoso fare una scelta esclusivistica.

Certe volte ho l’impressione che per alcuni studiosi ciò che più conta sia la creazione di una impalcatura metodologica grande e solida, che non abbia falle o buchi o incongruenze: è importante che tutto sia consequenziale, logico, legato da fili e doppi fili indissolubili; un sistema metodologico che sia inattaccabile o almeno coerente.
Non che tutto ciò non sia affascinante e denso di conseguenze importanti: ma a mio avviso la necessità di crearsi una dottrina ineccepibile è più un’esigenza “da filosofi” che “da storici dell’arte”. Perché lo storico dell’arte, secondo me, deve rendere conto del suo operato non a mere speculazioni astratte, o a sistemi dogmatici, ma a oggetti concreti, tangibili, numerosi e soprattutto multiformi, che in quanto tali esigono di essere esperiti nella maniera più totalizzante e multiforme: le opere d’arte (e la loro storia).

Per quale motivo dovrei buttare a mare il formalismo, se può servirmi a capire le evoluzioni dello stile di Boccioni? E perché non dovrei adoperare la storia sociale dell’arte, utile per comprendere le motivazioni sociali di alcune sue scelte? Oppure, perché non dovrei affidarmi alla psicologia dell’arte, per capirne le motivazioni “profonde” e più o meno inconsce? - e credo che Boccioni, coi suoi temi ricorrenti (la madre in primis), sia un degno soggetto per un’analisi psicoanalitica. E ancora, perché non potrei provare un’interpretazione iconologica della sua opera, indagando, per esempio, il nesso estremamente complesso tra i suoi scritti e la sua opera figurativa, e ancora con gli scritti e le teorie di altri artisti e pensatori del suo tempo[1]?
L’idea di una convivenza delle varie metodologie della storia dell’arte l’ho espressa prima nel post su Fritz Saxl (clicca QUI), prendendo spunto da una sua considerazione sullo storico dell’arte del futuro, e poi, credo più compiutamente, nel post in cui mettevo a confronto le interpretazioni di Wölfflin e Panofsky delle tombe medicee di Michelangelo (clicca QUI).

Ecco allora cosa intendo per metodica del dubbio: un modo di approcciare la storia dell’arte che metta in dubbio la validità dell’applicazione di una singola metodologia consolidata; che non miri alla costruzione di un modello interpretativo intransigente e chiuso, autosufficiente; che, di fronte all’infinita complessità della singola opera d’arte e dell’intero corpus delle opere d’arte, non abbia remore nel verificare i propri assunti attraverso l’uso incrociato di metodi diversi e divergenti.
Penso, insomma, a una metodologia “unificatrice”. E che, credo, ci restituirebbe una interpretazione più complessa e completa.

Tutto ciò l’ho ricavato studiando l’opera di Meyer Schapiro.
«Scapiro -scrive Claudia Cieri Via[2]- fu da sempre uno storico dell’arte atipico; non limitando i suoi interessi allo studio degli aspetti formali delle opere d’arte, concentrò le sue ricerche inizialmente negli anni trenta nell’ambito della tradizione iconografica […], per poi orientare i suoi studi in maniera critica e problematica attraversando in prima persona i settori disciplinari più all’avanguardia: dalla semiotica alla sociologia, all’iconologia, alla psicanalisi, alla psicologia della percezione».
Continua Cesare Segre[3], in un passaggio esemplare: «Schapiro non può identificarsi con queste, o con altre impostazioni teoriche, perché la sua esperienza straordinaria del fatto artistico gli offre, secondo la necessità, procedimenti e schemi e strategie staccati dai vari scomparti metodologici e collocati entro una visione personale»; tutte le teorie e metodologie sono quindi rivissute «in un’accezione strettamente personale. Lui è, per così dire, al di là delle teorie, perché le ha fatte proprie e totalmente introiettate, e rifugge da qualunque atteggiamento dogmatico. Soprattutto, è consapevole che l’operazione critica è così complessa da dover adottare per ogni problema procedure e punti di vista molto differenti». 
A mio avviso tutto ciò è straordinario: la complessità infinita dell’opera d’arte viene salvaguardata, e con essa lo stesso atto interpretativo dello storico dell’arte, che nella sua multiformità e ricchezza si conforma in maniera più aderente al proprio oggetto di studio.
P.Cézanne, Natura morta con Cupido, 1895. Scrive Schapiro: "Si può
ipotizzare che nell'abituale rappresentazione cézanniana delle mele come
tema a sé si nasconda un  impulso erotico latente [...]. Questa ipotesi
di massima, suggerita dalla teoria psicoanalitica, non spiega certo in
tutto e per tutto la predilezione del pittore per la natura morta. Estrapola
un singolo aspetto da un processo artistico in larga misura oscuro,
complesso e mutevole. Non ci dice come e perché Cézanne passasse
dall'espressione diretta dei quadri erotici [...] a un'espressione per
mezzo di oggetti apparentemente innocenti. Quest'ipotesi inoltre
trascura il mutamento di Cézanne intorno ai trent'anni"; e conclude,
meravigliosamente: " Limitarsi alla spiegazione della natura morta
come interesse sessuale spostato, significa non cogliere il senso della
natura morta in generale, né la rilevanza del significato manifesto degli
oggetti. nell'opera d'arte, quest'ultimo ha un suo peso, e la scelta degli
oggetti è legata sia alla vita conscia dell'artista, sia ad un simbolismo
inconscio; oltre ad esser radicato nella viva esperienza sociale
dell'artista" [da "Le mele di Cézanne, del 1968]

Devo la formula di metodica del dubbio a Beat Wyss[4] che parla di “dubbio metodico” a proposito del saggio di Schapiro sul rapporto tra Einstein e il Cubismo e tra scienza e arte[5]; ma tale dubbio è a mio avviso tipico di questo studioso, ricorrente: vedasi, come esempio principale, il famoso Le mele di Cézanne[6], in cui il dubbio è espresso non solo nei confronti della lettura tipicamente formalista data alle nature morte di Cézanne, ma anche nei confronti di quella da lui stesso proposta.

Prima di chiudere, una precisazione: includere nella pratica dell’interpretazione i diversi metodi della storia dell’arte senza escluderne nessuno, non significa accettare tutto e qualsiasi cosa. Questo è un fatto ovvio, tanto ovvio poiché primario.
Il punto d’arrivo, secondo me, deve essere quell’incorporazione, quell’introiezione profonda dei metodi di cui parlava Segre a proposito di Schapiro: solo così potremo utilizzare tutto e utilizzarlo bene (o meglio: nella miglior maniera possibile, e conformemente alle nostre possibilità- e perché no, magari reinterpretando e personalizzando), e riconoscere gli eventuali errori nostri o di altri.
Metodica del dubbio e convivenza dei metodi non sono sinonimi di accettazione passiva: non a caso, proprio Schapiro fu un commentatore molto severo di alcuni decisivi approcci alla storia dell’arte che si andavano sviluppando sotto i suoi occhi[7].



[1] Una iconologia dell’arte contemporanea la preconizzava Argan nel suo noto studio del 1969, Storia dell’arte, che apriva il primo numero della rivista omonima.
[2] C. Cieri Via, Nei dettagli nascosto- per una storia del pensiero iconologico, Carocci 2009
[3] Cesare Segre, Meyer Shapiro tra filologia e semiotica, saggio d’apertura del magnifico volume, realizzato da vari studiosi, Meyer Schapiro e i metodi della storia dell’arte, Mimesis 2010. Se ammirate Schapiro, ma anche (e forse soprattutto)se non lo conoscete, appena racimolate 22 euro andate a comprare questo libro: non ve ne pentirete.
[4] Beat Wyss, La contemporaneità del medievista. Il suggeritore dell’artista, contenuto nel già citato Meyer Schapiro e i… Di questo bel saggio non condivido alcune conclusioni a mio avviso eccessive nel loro essere antipanofskyane.
[5] Einstein e il Cubismo, scienza e arte, incluso in M.Schapiro, Tra Einstein e Picasso- spazio-tempo, Cubismo, Futurismo, Marinotti Edizioni 2003
[6] In M. Schapiro, L’arte moderna, Einaudi 1986
[7] Basti ricordare il suo dissenso da Focillon e Baltrusatis, e le critiche drastiche alla nascente Nuova scuola di Vienna di Pächt e Sedlmayr- oltre che gli attacchi al formalismo in Natura dell’arte astratta e Le mele di Cézanne.

2 commenti:

  1. Bello. E' un modo di pensare laico. Buon lavoro!

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    1. grazie, son contento ti sia piaciuto :)

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