lunedì 18 marzo 2013

Dio ci salvi da Luca Nannipieri!

Disegno di Luca Dell'Uomo, da
Dylan Dog n.11

Vi confesso due miei difetti; il primo è di ordine “informatico”: non sono il tipo che controlla la mail ogni giorno, anzi, a dire il vero non lo faccio quasi mai; mi annoia, non so spiegarvi bene per quale motivo. Devo però dire che, a volte, quando mi ricordo di controllarla, mi attendono simpatiche sorprese, mail inaspettate e curiose: e leggendo il post capirete cosa intendo.
Il secondo, di tipo caratteriale, è che quando una cosa mi indigna, in un primo momento reagisco con foga, d’istinto, non conto fino a dieci.

Stanotte, 12 Marzo 2013, controllando la casella mail, ho finalmente visionato il messaggio inviatomi dal Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino - nella persona di Francesca Briganti - situato nei pressi di Pisa, in cui mi veniva segnalato il recente articolo che Luca Nannipieri ha pubblicato su Il Giornale del 10 Marzo, dal titolo - che già vi fa capire di che tipo di prodigio intellettuale stiamo parlando - Una proposta-infarto: privatizzare la tutela dei beni culturali (lo potete leggere QUI).
Nannipieri, nella mail, viene presentato come “saggista”, il che vuol dire tutto e niente; io però questo nome già lo conoscevo: infatti costui in passato si è segnalato per la grandiosa proposta di inserire le biblioteche nei centri commerciali, per l’appoggio a progetti odiosi come la torre progettata da Pierre Cardin vicino Venezia, per gli attacchi a Salvatore Settis e per la vicinanza a individui Vittorio Sgarbi. 
Insomma, dato il titolo dell’articolo, e dato il personaggio, già partivo con la guardia ben alzata (e certo, il fatto che il pezzo comparisse su Il Giornale, il più immondo organo di propaganda berlusconiana, contribuiva ad atteggiarmi a quel modo): eppure, non pensavo che avrei letto una cosa tanto balorda, balorda e pericolosa.

1) L’articolo di Nannipieri butta letteralmente a mare la grande tradizione italiana di tutela del patrimonio culturale, quella tradizione che, sviluppatasi nel corso dei secoli e consolidatasi nell'ultimo attraverso i contributi di grandi personalità della storia dell’arte (e non), si era fondata sul principio che il bene culturale è bene di tutti, è cosa che appartiene ai noi cittadini italiani in quanto memoria storica e componente prima della nostra identità nazionale, del nostro essere collettività - ecco perché non può che essere lo Stato a occuparsi del patrimonio culturale, e con lui, in forme diverse, i cittadini che lo compongono: salvaguardarlo e, successivamente, valorizzarlo nelle forme più idonee è un dovere che non può essere delegato ad altri. 
Così tra gli articoli cardinali della nostra Costituzione c’è l’articolo 9 - che stranamente, incomprensibilmente, il nostro saggista non cita.
2) Il nostro Nannipieri fa riferimento esplicito a Kulturinfarkt, uscito in Italia nel 2009, e a un altro volume di prossima uscita scritto da autori francesi. Io non ho letto nessuno dei due libri, ma sinceramente mi fa ridere il fatto che vengano presi come modelli libri scritti in altri paesi, che si riferiscono alla realtà di altri paesi, e quindi al patrimonio culturale e al sistema culturale di altri paesi!
Insomma, ci saranno delle differenze sostanziali tra la realtà italiana e quella tedesca, oppure no? E inoltre, il patrimonio culturale italiano non è costituzionalmente diverso da quello degli altri paesi? Non è forse un caso unico? Viene facilmente da pensare che Nannipieri non abbia mai sentito parlare di concetti fondamentali, e tutti italiani, come tessuto connettivo, che identificano il nostro patrimonio: e dunque, è legittimo chiedersi se il nostro ideatore di proposte abbia una reale coscienza e conoscenza dell’argomento di cui tratta - dubbio che aumenta se si ripensa al silenzio sull’articolo 9.
3) Nel passaggio più agghiacciante del pezzo, il Nostro sostiene che «La vera riforma della Cultura avverrà quando si romperà il tabù su cui si è costruito il suo Ministero: la tutela del patrimonio». Ma allora, benedetto uomo, di cosa dovrebbe occuparsi il Ministero dei beni culturali? Inoltre, leggendo questo (lo ribadisco) agghiacciante passaggio, sembra che il Ministero davvero, in questi ultimi decenni, abbia tutelato il patrimonio culturale sempre e nella maniera più ferrea e intransigente (come sarebbe suo dovere!): è quindi evidente che il Nannipieri non deve aver sentito il rumore dei crolli a Pompei, né deve aver mai letto niente sulle continue offese al nostro patrimonio culturale che sempre più diffusamente si perpetuano su tutto il territorio nazionale, e forse dei vari Bondi, Galan e Ornaghi non ha mai sentito parlare (o forse li conosce, e, data la pattumiera di giornale che gli pubblica gli articoli, gli piacciono pure!).

Ma, a questo punto, ecco che Nannipieri cala l’asso, giunge al punto essenziale della proposta-infarto: «Una riforma lungimirante della Cultura deve invece portare all'abolizione del Ministero dei Beni culturali», in modo che l’esercizio della tutela possa diventare «il più possibile esternalizzata». Chiaro? Non una riforma, non un miglioramento del ministero e della sua macchina burocratica, partendo, come atto primo e inderogabile, dal posizionamento al suo vertice di una persona competente e qualificata dopo anni e anni di incompetenti: no, Nannipieri il ministero lo vuole abolire del tutto!
Ed “esternalizzare” cosa vuol dire? Vuol dire «permettere che le insorgenze del territorio possano gestire e valorizzare anche economicamente i loro beni culturali, di concerto con le amministrazioni del luogo; le industrie culturali e creative devono far riferimento al Ministero dello Sviluppo economico e necessitano di un fisco meno invasivo». “Insorgenze del territorio”: e che diavolo significa? Capite quanto sia aleatoria questa definizione, che può attagliarsi sia al pubblico che al privato – senza peraltro specificare quale tipo di privato? E quanto il riferimento al Ministero dello Sviluppo economico sia figlio di quella sottocultura che ha visto nel patrimonio culturale primariamente una macchina per far soldi, che ha portato (e continua a portare) ai tanti sfaceli che conosciamo?

Ma, come a volte accade, il peggio sembra non aver mai fine: «ma il cambiamento più sostanziale è quello della tutela: le soprintendenze e gli istituti centrali per il restauro, che sono stati il tentativo, anche generoso, di una conservazione comandata dall'alto in modo unitario, dovranno essere gradualmente soppressi, a favore di professionisti privati della tutela che lavorano nei territori e che vengono chiamati alla preservazione o alla manutenzione ordinaria dalle amministrazioni locali o dalle comunità che li richiedono».
Qui, ancora una volta, Nannipieri sembra venire dalla Luna, e non sapere che l’infausto percorso di smantellamento delle soprintendenze è in corso da parecchi anni, e sembra un processo irreversibile: un processo che nega gli straordinari progressi che l’Italia ha compiuto nel corso del secolo scorso in materia di tutela (il sistema delle soprintendenze era il nostro fiore all’occhiello); che toglie dignità alla formazione dei giovani storici dell’arte che escono dalle università italiane e si vedono negare quello che, fino a qualche decennio fa, era il più naturale sbocco lavorativo; e sembra non sapere, il Nannipieri, che, a maggior ragione data la situazione attuale (tra scandali e ruberie varie), affidare la manutenzione del patrimonio culturale solo alle amministrazioni locali e alle loro eventuali richieste è follia, pura follia! 
E poi: se un monumento ha bisogno di un restauro e nessuno, alla regione o al comune o alla provincia, lo richiede? E ancora: chi sarebbero questi “professionisti privati della tutela”? Che significa precisamente questa formula? Dove si formano, e chi li forma, questi personaggi? E poi: come si può negare, come fa il nostro saggista, che il ruolo di coordinamento e controllo del glorioso Istituto Centrale del Restauro, è quanto di più importante si sia prodotto in Italia?
E inoltre, il Nannipieri, lo sa che gli enti locali sono tanto affidabili che ad oggi, l’unico Piano paesaggistico territoriale regionale è quello della Puglia?

Insomma: non è solo la proposta a essere da infarto, ma tutto l’articolo. Perché ce ne vuole di fegato e pelo sullo stomaco, per reggere l’urto della valanga di baggianate che Nannipieri è riuscito a inserire in così poche righe.

Nota a margine.
Se ho scritto questo post è stato anche perché, data la mail del Centro Studi, mi sono, in un certo senso, sentito chiamato in causa. Come dicevo, Nannipieri ne è fondatore e direttore, ma io questo l’ho scoperto solo successivamente, quando ormai già avevo risposto con una mail che chiedeva testualmente se «voi siete d’accordo con le scemenze che scrive Nannipieri?» (così vi ho spiegato il riferimento iniziale al mio carattere istintivo), perché davvero come cosa non mi era chiara.
La risposta è stata questa, testuale, inviatami stavolta da Elisabetta Schiavi: «certo che le condividiamo. E visto che Nannipieri non le dice al bar ma le scrive sui quotidiani nazionali, con il placet dei direttori, vuol dire che ci sono molti altri che le condividono»: insomma, se vieni pubblicato da un quotidiano (e che quotidiano poi!), se più direttori di giornale accettano le tue idee, e se tali idee trovano concorde qualcuno, allora sono automaticamente giuste, automaticamente fondate, intellettualmente valide. Questa la risposta del Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino.
Buono studio a tutti.

2 commenti:

  1. Brutto affare la cultura italiana, non c'è che dire.
    :)

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    1. Più che la cultura, la pseudo cultura italiana... ;)

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