lunedì 25 marzo 2013

G.C. Argan, intellettuale e storico dell'arte

Giulio Carlo Argan durante una conferenza
in una sede del Partito Comunista Italiano,
metà anni '80.

Credo che la mia generazione (sono dell’87) sia stata una delle ultime ad aver avuto il privilegio di studiare la storia dell’arte, alle scuole superiori, sul manuale di Giulio Carlo Argan[1] - purtroppo, aggiungo, perché non pochi manuali che l’hanno sostituito al confronto impallidiscono, dato che propongono una storia dell’arte didascalica e a-problematica (vi segnalo questo articolo).
Nel corso degli anni il mio rapporto con gli scritti del grande storico dell’arte è continuato e si è approfondito: da sempre lo annovero tra i miei “maestri ideali” – sul blog, la traccia più visibile di quanto appena detto è la recensione, che mai come ora mi sembra superficiale e da riscrivere, a uno dei suoi capolavori, L’Europa delle Capitali (clicca qui).
Capite dunque che l’acquisto del volume Giulio Carlo Argan. Intellettuale e storico dell’arte, uscito da poco presso Electa, era per me obbligato. Qui infatti sono raggruppati «gli atti dei due convegni tenuti a Roma in occasione del centenario della nascita dello storico dell’arte (ai Lincei nel 2009 e alla Sapienza nel 2010)», come recita il retro di copertina dell’opera.
Si tratta di un vero e proprio mattone, cinquecento e passa pagine densissime in cui, ad alcuni tra i più autorevoli e noti esponenti della nostra disciplina - affiancati, come vi dirò meglio in seguito, da giovani studiosi - viene dato il compito di analizzare la figura e l’opera di Argan. Il tutto è affidato alla cura di Claudio Gamba, e non poteva esserci scelta migliore.

Parliamoci chiaro: il volume costa 44 euro, una cifra che non è facile sborsare a cuor leggero, specialmente se si è studenti. Ma credetemi sulla parola: se c’è un libro di storia dell’arte per cui vale la pena risparmiare, tirare la cinghia, mettere pian piano i soldi da parte, ebbene, trattasi proprio dell’opera in questione.
Giulio Carlo Argan. Intellettuale e storico dell’arte è sicuramente uno dei più bei libri di storia della critica d’arte che abbia mai letto.

Ora, non aspettatevi da questa recensione un’analisi di qualche saggio: in primis perché non saprei quali selezionare (soprattutto, quali escludere), e poi perché credo che una cosa del genere annoierebbe sia voi che me. Preferisco chiedere: che cosa il libro restituisce di Argan? Cosa, sulla sua biografia intellettuale, offre di nuovo e inaspettato, anche a chi, come me, crede (o meglio, credeva) di conoscerlo abbastanza bene?

In primis, Argan come figura poliedrica, multiforme.
Incredibile la molteplicità di ambiti di cui si è interessato e in cui è riuscito a scrivere pagine memorabili. Sapevo, per esempio - per aver letto i suoi articoli sull’argomento raccolti nel bellissimo Occasioni di critica[2] - che forte in lui era l’interesse per la tutela del patrimonio culturale, ma non immaginavo che tale problematica fosse tanto importante, tanto impellente da rimanere punto fermo e costante di tutto il suo percorso di studioso, dagli anni giovanili fino agli ultimi come senatore; né sapevo che, nella creazione dell’Istituto centrale per il Restauro, il suo ruolo, anche da un punto di vista teorico, fosse stato tanto cruciale.
Altra grossa sorpresa: Argan come importante studioso dell’arte neoclassica e della scultura di Canova, oltre che del settecento inglese - tutti ambiti per cui, lo ammetto, provo un misto di disinteresse e repulsione. Ora Argan mi costringe, con la sua posizione, non a rivedere ciecamente l’ opinione che di questi fenomeni mi ero fatta solo perché l’ha detto lui (cosa che sarebbe totalmente antiarganiana), ma a ritornare sulla questione, a riconsiderarla, ad affrontarla in maniera più approfondita e consapevole.
Insomma, l’Argan che ci viene restituito è non solo figura poliedrica, ma figura problematica: problematica perché ci pone, e ci ripone, problemi che non avevamo considerato o che credevamo già risolti.
D’altronde, basta un elenco veloce e sommario dei concetti fondamentali della sua critica d'arte per capire quanto essa sia complessa e difficile, e proprio per questo stimolante e salutare: revival, rettorica, persuasione, fare, lavoro, morte dell’arte, progetto

Quello che il volume lascia, quindi, è primariamente una voglia straordinaria di leggere o rileggere gli scritti di Argan[3], a partire da quel magnifico saggio del ’69, La storia dell’arte, che torna costantemente in queste pagine come il testo teorico più importante dello studioso - e io, detto di sfuggita, non concordo con la lettura riduttiva che ne offre Orietta Rossi Pinelli. Ma certo, qualcosa che non convince del tutto è sempre facile trovarla: quando nella sua bellissima prolusione Maurizio Calvesi ha accostato l’attività di sindaco di Roma di Argan a quella di Alemanno, mi è venuto spontaneo immaginare Argan mentre si rivoltava nella tomba.

Nicola Carrino, Logo del Comitato Nazionale Argan, 2009

C’è poi un altro aspetto che rimane: la statura morale, oltre che intellettuale, dell’uomo Argan. Ovviamente ci sono tante cose della sua vita che tale statura la evidenziano più chiaramente, ma a me, in questo senso, hanno colpito i suoi rapporti di amicizia con Emilio Vedova e Cesare Brandi: in un mondo in cui i rapporti umani possono dipendere da un tweet o da un commento su Facebook interpretati male, vedere legami che rimasero inflessibili nonostante le incomprensioni su questioni importanti (interpretazioni della propria arte non condivise da parte di Vedova, approcci inconciliabili al problema del razionalismo architettonico con Brandi), ci dice molto della grandezza di questi personaggi, e riesce perfino malinconicamente sorprendente.

Il volume è diviso in più sezioni; e, oltre ai saggi, non mancano né le belle immagini (specie nell’ultima sezione, in cui è pubblicata la mostra didattica su Argan curata da Gamba alla Sapienza), né le chicche, come le lettere che lo studioso si scambiava coi protagonisti della scuola iconologica.
Ma di tutto il volume ci tengo segnalarvi, in questa recensione, un’unica sezione. Una sezione che forse, da un punto di vista prettamente critico e teorico non è tra le più importanti, ma che è, a mio avviso, la più genuinamente arganiana di tutte.
Io l’uomo Argan non ho avuto la fortuna di conoscerlo, quindi quello che sto per dire pecca forse di presunzione; ma dalle testimonianze dei suoi allievi e dalle sue stesse parole, ne esce il ritratto di un intellettuale che, tanto legato al mondo della scuola e della formazione (e di una visione come la sua su questi temi si sente forte l’attualità, e la necessità), ha sempre guardato ai giovani con simpatia e affetto, con stima – tutto il contrario, quindi, del professorone snob. Quindi questa sezione, in cui vengono pubblicati i saggi di alcuni studenti della Sapienza che hanno affrontato le sue opere, credo sia davvero notevole: vi segnalo, tra gli altri, il contributo di Maria Chiara Mascia, Argan professore alla Sapienza attraverso i Verbali della Facoltà di Lettere e Filosofia (1959-67), uno dei saggi in cui la statura morale e intellettuale del Nostro maggiormente viene illuminata.

Mi sarebbe piaciuto concludere così questa recensione. Ma una postilla polemica è d’obbligo.
Perché quella voglia di leggere gli scritti arganiani di cui dicevo prima è frustrata dall’oblio a cui l’ editoria italiana li sta da troppo tempo condannando. Dopo che anche L’Europa delle capitali, ripubblicata da Skira nel 2007, è recentemente tornato fuori catalogo, l’unico libro di Argan che si trova in libreria è Walter Gropius e la Bauhaus[4]: classici come Studi e note, Salvezza e caduta nell’arte moderna, Progetto e destino, Classico e anticlassico, Arte e critica d’arte, Da Hogart a Picasso, Immagine e persuasione, oltre al già citato L’Europa delle capitali, sono rintracciabili solo nelle biblioteche o, ben che vada, nelle librerie antiquarie.
Questo fatto è non solo vergognoso, ma anche strano: perché Argan è uno degli storici dell’arte italiani più famosi anche a livello popolare, grazie al suo manuale; e perché in questi libri sono affrontati, in maniera tutt’altro che superata, argomenti che non hanno certo perso la loro attrattiva: il Rinascimento e il Barocco, l’arte e l’architettura degli ultimi tre secoli e il design…
Insomma, temo che, sotto questo aspetto, il centenario della nascita di Argan sia stata un’occasione sprecata.


Cliccate qui per ulteriori informazioni sul volume.



[1] Manuale che comunque ancora oggi non cessa di essere ristampato!
[2] Raccolta, curata da Bruna Contardi e pubblicata da Editori Riuniti nel 1981, degli articoli di Argan pubblicati su L’Espresso .
[3] Per cui non meravigliatevi se sul blog il nome di Argan comincerà a essere più ricorrente – a cominciare da un prossimo post in cui analizzerò la sua posizione nei confronti del Cubismo (una sorta di “preparazione” alla recensione della mostra sul Cubismo che si sta tenendo al Vittoriano di Roma).
[4] Ripubblicato da Einaudi nel 2010 con una nuova introduzione di Marco Biraghi.

2 commenti:

  1. Grazie per la segnalazione, mi fa molto piacere sapere che hai apprezzato il mio intervento pubblicato nel volume.
    Ciao
    Maria Chiara Mascia

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  2. Io invece ringrazio te per questo commento, che mi permette di farti i complimenti personalmente per il tuo scritto! :)

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