lunedì 8 aprile 2013

Jean Fautrier e gli Otages: il grido soffocato della materia


E’ con molto piacere che pubblico il post di questo lunedì, perché mi permette di presentarvi un bellissimo studio della dott.ssa Maria Elisa Repetti: la sua tesi di Laurea triennale su Jean Fautrier e la serie degli Otages, discussa nel 2008. Ve la propongo non solo perché è un lavoro splendido (come potrete constatare da soli), ma anche perché la difficile reperibilità, nelle librerie italiane, di testi monografici e introduttivi sul lavoro di Fautrier, rende questa lettura ancor più stimolante- già la sola presentazione di molti esemplari degli Otages è una conferma di quanto dico. Se il testo riportato di seguito, a firma sempre della Repetti, vi avrà incuriosito, non vi resterà che scaricare il file pdf, ovviamente gratuito- Jean Fautrier e gli Otages: il grido soffocato della materia.
Non mi resta che augurarvi una buona lettura.
Edit 28/02/2016. La tesi è ora disponibile su richiesta.

J.Fautrier, Tête d'Otage N.1, 1943
Otages (Ostaggi) è il nome di una serie di opere – composta da circa una trentina di esemplari - realizzata dall'artista francese Jean Fautrier tra il 1942 e il 1945, anno in cui, tra mille polemiche, essa fu quasi integralmente esposta presso la galleria Drouin di Parigi.
Ostaggi: un nome che riflette, da una parte, la drammatica situazione della contingenza storica nel periodo bellico, dall'altra, parallelamente, una condizione esistenziale dell'uomo novecentesco.
Si tratta di una condizione che artisticamente si traduce nelle espressioni dell'arte informale, di cui Fautrier può essere considerato il padre, grazie proprio a questa serie, per aver introdotto il concetto di arte di “processo”, frutto di un’esperienza di tipo “comportamentale”, che conduce alla dissoluzione della forma nell’informe (processo per la verità iniziato già nella produzione degli anni Trenta), con l’assoluta predominanza di una materia che, nella sua fisicità, diventa significante dell’opera. Fautrier realizza gran parte degli Otages allorché, rifugiatosi in una clinica per malati mentali a Chatenay-Malabry, nei pressi di Parigi, ode, ogni notte, al di là del muro che separa il giardino della clinica dal resto del mondo, le fucilazioni dei tedeschi inflitte ai prigionieri francesi, i cui corpi senza vita vengono lasciati a terra.
L'artista diviene, così, spettatore, pur non vedendo direttamente la scena, e non può fare a meno, nella sua impotenza, di scaricare per così dire “in diretta” la propria rabbia per la mutilazione dell'uomo a cui assiste, dando vita ad una materia che si fa carne. La materia, che è la vera protagonista negli Otages, è infatti capace di evocare, con la sua brutale oggettività, l'idea della carne ferita e straziata, divenendo emblema della sofferenza e dell'essenza stessa della natura
umana, come una materia viva e parlante, pur nel suo assorto silenzio.
La serie in questione è una tra le prime testimonianze del dramma di questa guerra, con la loro rappresentazione, del tutto particolare e innovativa, di corpi mutilati, di frammenti corporei, perlopiù teste, tutte rassomiglianti nella loro irriconoscibilità. Della carne i soggetti hanno il colore roseo; della carne offesa hanno le piaghe, le abrasioni, i lividi e le macchie verdi e bluastre; del volto conservano tracce incerte e indefinite. Questi volti senza figura sono quieti, senza rivolta,
ma ancora pulsanti di vita nell'ultimo spasmo del moto scomposto di materia che è anche carne.
Gli Otages non sanguinano: l'atto del massacro è quasi dimenticato, essi sono tornati ad essere un tutt'uno con la terra primigenia da cui hanno avuto origine, come feti, e a cui sono tornati, come ammassi in decomposizione.
Ad esempio, tra i primi Otages possiamo osservare nell’ordine, oltre alla Tête d'Otage n.1, L'échorché (Lo scorticato), Sarah, o ancora Il massacro, realizzati alla fine del 1942, per giungere alle numerose teste, come la n.8, la n.19, la n.21, la n.20 .

J.Fautrier, Tête d'Otage N.8, 1944
La testa, si rivela uno dei soggetti prediletti nella produzione pittorica di Fautrier, non rappresenta un ritratto, ma arriva ad essere - per dirlo con Argan - come una “sfuggente immagine di memoria”, frutto di esperienza, ed è da intendersi come sineddoche (la figura retorica che privilegia la parte per
indicare il tutto): da una parte, essa è sineddoche di un corpo martoriato, dall'altra, per traslazione, rappresenta la coscienza umana. La testa si presenta, pertanto, come la focalizzazione ravvicinata di un nucleo figurale che viene estratto dal contesto per privilegiarne il valore assoluto della presenza.
Alla base, dunque, della serie in questione si pone l'idea dell'uomo come frammento, in accordo con le poetiche esistenzialiste tipiche del periodo. Per dare vita agli Otages, Fautrier si è servito di varie tecniche, infatti esistono Otages scolpiti in bronzo in 3 esemplari, disegnati, stampati e, soprattutto, dipinti con la nuova tecnica dell'enduit su carta - di cui parleremo descrivendo un esemplare – tecnica che l'artista crea ad hoc per soddisfare le proprie esigenze tecniche e nel contempo poetiche.
Per quanto concerne gli esemplari scolpiti, possiamo osservarne dueesemplari, di cui uno è conservato presso il Musée de l'île de France a Sceaux, l'altro al Tate di Londra.

La serie dipinta, in particolare, subisce al suo interno una evoluzione formale che conduce ad una sempre maggiore definizione di quella che Fautrier stesso chiama “defigurazione” e che consiste nella creazione di una immagine che cresce in assoluta indipendenza dal rappresentare, secondo
un processo di crescita corporea dell'immagine, che Fautrier inizia a sviluppare già sul finire degli anni Trenta, come se l'energia in seguito liberata fosse già contenuta in potenza.
Questo processo di progressivo allontanamento dalla descrittività fisiognomica si può comprendere meglio osservando alcuni esemplari di Otages: dalla Testa d'Ostaggio n.1 in poi possiamo notare il graduale svincolarsi della rappresentazione da riferimenti convenzionali osservando, ad esempio, nell’ordine, la n.8, la n.19 o la n.21.

In tal modo, si realizza quello che, come ha osservato Malraux, è il più grande merito di Fautrier, ovvero l'aver dato vita a un'arte che, riconducendosi sempre al tragico, lo rappresentasse sempre meno, esprimendolo, però, sempre di più. Per comprendere meglio il modo di procedere di Fautrier e la tecnica che impiega, si può osservare la Tête d'Otage n.1.
J.Fautrier, Tête d'Otage, 1944, Centre Pompidou, Paris
Il supporto utilizzato è un foglio di carta grezza, intelato su tela di juta. Su di essa l'artista ha steso uno strato di enduit, costituito da bianco di Spagna e colla, su cui interviene con un leggero strato di olî colorati. Un contorno ovalizzante dai tratti incerti ed appositamente imprecisi va a circoscrivere una materia centrale (la cosiddetta hâute pate), che però non ne segue l'andamento: ecco l'eterno rapporto dialettico che Fautrier instaura tra segno e materia. L'inchiostro completa la sua azione disegnativa nel centro della superficie della pasta, grezza e data ad ampie spatolate, il cui bianco è
stato trasformato in una articolata varietà di sfumature delle polveri di pastello che l'artista ha applicato sopra, amalgamandole con il complesso. Un occhio, un naso e una bocca semichiusa: ecco quello che possiamo scorgere in questo volto d'ostaggio, che aderisce ad un inconsistente campo color terra: terra da cui è nato, e a cui è chiamato a fare ritorno. Un aspetto interessante dal punto di vista tecnico è il modo in cui l'artista tratta i colori, infatti il riferirli sempre ad un grigio di base, e cioè ad un neutro, dà risalto cromatico a tinte che altrimenti non apparirebbero così forti.

La sagoma della Tête d'Otage n.20 si configura sommariamente accennata, sullo sfondo indistinto. Pare una forma antropomorfa ectoplasmica con all'interno un accumulo di materia biancastra i cui segni delle spatolate sono rimasti ben evidenti. Il cenno di incarnato risultante è percorso secondo l'asse verticale da un segno rosso discontinuo evocante un profilo, quasi a volerne dissociare la presenza, come simbolo di una coscienza, dal resto del corpo, che è rappresentato, sineddoticamente, dal capo. Come se questa coscienza, si potrebbe dire, guardasse inorridita il proprio corpo che non esiste più.
Jean Fautrier
Fautrier ha creato dunque un nuovo linguaggio, basato sulla sperimentazione di una forma libera da schemi e strutture, conferendo una sempre maggiore significanza alla materia pittorica. La predominanza della materia nell'arte di Fautrier del periodo in esame lo pone come il capostipite della tendenza, appunto materica dell'Informale europeo, che si distingue dal versante segnico-gestuale. Tuttavia, se osserviamo a fondo le sue opere, in particolare gli Otages, è in esse evidente
la compresenza delle due componenti. Il disegno, che è anche segno, deve rimanere visibile, così come il colore, come “fatto”, come azione creatrice fondamentale nel processo espressivo.
Ma non è solo il particolare utilizzo della materia a determinare l'informalità degli Otages, bensì anche il rapporto diretto che l'artista instaura con l'opera, che diviene il frutto di un'arte di processo e di una esperienza di tipo comportamentale, e non di tipo ottico-contemplativo; infatti l'artista non
pone il quadro sul cavalletto, ma sopra un tavolo, attorno al quale può muoversi e creare l'opera, che si configura come il risultato di varie stratificazioni della materia e dell'esperienza.
Ritengo che uno dei meriti più grandi di Fautrier sia stato quello di essersi espresso attraverso un'arte di autentica realtà, intessendo un profondo legame su due livelli: quello del soggetto - per cui del significato - e quello della tecnica, nel diretto rapporto che l'artista instaura con la materia.
Si tratta anche di un aspetto fondamentale per gli sviluppi dell'arte futura, in particolar modo delle poetiche informali che in alcuni casi giungeranno, attraverso nuove strade, all'assunzione di materiali del tutto nuovi per ottenere una resa poetica altamente drammatica.

Di Maria Elisa Repetti

2 commenti:

  1. complimenti per l'articolo ;)

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  2. è possibile avere il file con la tesi? Grazie

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