lunedì 3 giugno 2013

Tutela: i falsi problemi di Carandini

Andrea Carandini
L’intervista di Paolo Conti ad Andrea Carandini, contenuta in Il nuovo dell’Italia è nel passato (Laterza 2012), è indubbiamente una lettura bella e stimolante su cui si potrebbe discutere a lungo, data la varietà di temi che affronta: tra gli altri la personalità di Ranuccio Bianchi Bandinelli, per Carandini storico dell’arte e non archeologo, o ancora lo statuto scientifico della connoisseurship di stampo morelliano (nella polemica tra Carandini e Carlo Ginzburg[1], per come viene riassunta, io parteggio per il secondo); o ancora, l’utilizzo delle tecnologie informatiche per le ricerche degli archeologi.
Carandini è un maestro, e non è ovviamente mia intenzione contestare questa innegabile verità. Detto ciò, aggiungo che, col suo modo di intendere il problema della tutela del patrimonio culturale, io non ci vado molto d’accordo, e l’ho capito anche leggendo questo libriccino.

Non voglio però concentrarmi su tutto quello che della sua idea di tutela non mi piace, a partire dalla definizione di talebani della tutela, offensiva poiché delegittimante, o ancora sull’accento un po’ troppo insistito sulla valorizzazione – non certo negativa in sé, ma che nella disastrata situazione attuale è a mio avviso da mettere decisamente in secondo piano -, e quindi sull’appoggio a progetti, anche passati, a dir poco scandalosi. E non lo faccio perché già altri ben più titolati di me l’hanno fatto, contestando giustamente: leggi QUI QUI.

Mi concentro solo su un punto del suo discorso, per me assolutamente centrale.
Ecco cosa sostiene Carandini (il corsivo è mio), nel frattempo diventato presidente del FAI: «Gran parte dell’Italia, dalla superficie del suolo fino ai quindici metri di profondità, presenta qualche traccia alto-medievale, romana, pre-romana… E allora? Blocchiamo tutto comunque e sempre? Una tutela intelligente crea le condizioni per far convivere le diverse esigenze della società, nell’ottemperanza del principio costituzionale. Salvare tutto e sempre si può, ma soltanto dal punto di vista conoscitivo, in quei sistemi informativi territoriali, in quei musei virtuali e reali delle città e dei loro territori che mancano purtroppo nel Paese»

Vengo innanzitutto al secondo periodo che ho sottolineato. Io credo che se una cosa viene distrutta viene distrutta punto e basta. E cosa può rimanere di conosciuto? Pezzi sopravvissuti, parti incomplete che, private del loro contesto, perdono la realtà che li ha generati e che li significa, diventando figli bastardi senza radici: al Museo Civico di Foggia, fortunatamente, sono conservati pezzi importanti da Herdonia e Arpi, ma la loro presenza non potrà mai essere un sostituto di questi siti straordinari, quando un giorno, sottoposti come sono a distruzioni, sfaceli di vario tipo, incuria e ruberie cesseranno di esistere, o al limite sopravviveranno irrimediabilmente deturpati, inesistenti nella loro integrità stuprata – cosa che in parte è già successa e continua a succedere.
Dunque il museo non può sostituire il sito archeologico, o quella seppur minima traccia a cui si riferisce Carandini.
E questo vale, a maggior ragione, per i musei virtuali: quando Carandini espone il suo progetto per Pompei scrive che «chiunque nel mondo dovrebbe poter entrare, grazie a uno schermo, in ciascuna casa di Pompei, presentata con le parti mancanti integrate, dal momento che non sarà possibile aprirle tutte ai visitatori. Disporremmo in tal modo di un museo virtuale di Pompei on line: chiunque potrebbe girare per le strade della città romana ed entrare in ogni edifico senza muoversi da casa».
Cose di questo tipo si stanno già facendo per musei di opere d’arte: ma nessuno potrebbe sostenere di essere stato al MOMA di New York perché ha usato Internet – figuriamoci quindi per una roba come Pompei. Internet può certamente servire per conoscere, presentare, documentarsi sul sito che si vuol visitare: ma la visita reale è insostituibile: finché non vado a Pompei e al MOMA non posso dire di esser stato a Pomepi e al MOMA. E di certo non è con ricostruzioni virtuali che si può rispondere ai crolli reali di Pompei.

Regia Masseria del Pantano, villa federiciana (o quel che ne resta), Foggia
Ma il punto che più mi interessa è questo: blocchiamo tutto comunque e sempre?
Qui Carandini sembra avallare un’idea che purtroppo è irreale: e cioè che in Italia non si costruisce, o che si costruisce poco; che, addirittura, non si costruisce per colpa delle scoperte archeologiche, tanto imponenti da non permettere lo sviluppo edilizio. Le cose non stanno affatto così.
Ecco cosa scrive Salvatore Settis nel suo magistrale Paesaggio Costituzione Cemento – la battaglia per l’ambiente contro il degrado civile[2]: «secondo dati Istat tra il 1990 e il 2005 la superficie agricola utilizzata (SAU) in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663 mila ettari, un’area più vasta della somma di Lazio e Abruzzo: abbiamo così convertito, cementificato o degradato in quindici anni, senza alcuna pianificazione, il 17,06% del nostro suolo agricolo». Secondo i dati del WWF, riportati ancora da Settis, «dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro Paese è aumentata del 500%... insomma il consumo di suolo ha viaggiato al ritmo di 244 000 ettari all’anno… ogni giorno in Italia vengono cementificati 161 ettari di terreno».
Dati a dir poco agghiaccianti, che dimostrano che in Italia non è che blocchiamo tutto comunque e sempre, ma che, esattamente al contrario, non blocchiamo proprio un bel niente, costruiamo troppo e male in barba all’agricoltura, all’ambiente, al paesaggio, alla storia dell’arte e all’archeologia.

Foggia 2013. I giovani fuggono (clicca QUI), le case rimangono vuote, ma
si costruisce allegramente a tutto spiano!
Allora io credo che Carandini, con quella sua preoccupazione, vada proprio al di là del nocciolo evidente dei problemi, e semplicemente, dimostri di avere preoccupazioni che non guardano in faccia la realtà; e la realtà ci dice che dobbiamo smettere di costruire: oltretutto la popolazione italiana non cresce e c’è una forte eccedenza di abitazioni invendute, altro che storie! – Settis si sofferma, nel suo libro, sul fenomeno dello urban sprawl, e d’altronde basta aver guardato la puntata di Servizio Pubblico di Giovedì scorso per essersi fatti un’idea del problema.
Il paesaggio intorno alla Masseria

Insomma, in Italia costruttori, politicanti e amministratori indegni nel corso dei decenni (e tuttora) non hanno certo avuto di che lamentarsi – a farne le spese, in maniera più evidente, il patrimonio paesaggistico del Paese, e non solo: l’affarismo privato può giungere a minacciare anche i beni culturali, e ciò avviene con estrema facilità specialmente nelle aree periferiche e degradate, dove esistono splendori che non godono di visibilità e che anzi sono ai più sconosciuti.
Vi ho parlato alcune volte della Regia Masseria del Pantano. Gioiello federiciano che sorge alla periferia di Foggia, lasciato nell’abbandono, condannato a una morte lenta e irrimediabile:  nulla viene fatto per preservarlo: lo si lascia lì, a morire pian piano, come un malato terminale che ormai nemmeno si lamenta più. E questo perché qualcuno, in barba alla memoria storica e culturale della comunità, ha deciso che anche in quel punto bisogna andare avanti con la speculazione edilizia: non si aspetta altro che il “rudere” collassi definitivamente.

Insomma, data questa situazione estrema, non credete che, eventuali estremisti della tutela (e non talebani, che i talebani le opere d’arte le distruggevano!) farebbero tutt’altro che male?
Quel che è certo è che Carandini può dormire sonni tranquilli: in Italia si costruisce eccome, in barba a tutto quel che non sia denaro.




[1] Autore del celebre saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario, ora in Miti emblemi spie - morfologia e storia, Einaudi 1986
[2] Einaudi 2010

2 commenti:

  1. Carandini probabilmente non sa quel che dice, anche per via del conflitto semantico che hai sottolineato (i talebani distruggevano le opere d'arte, vedi Buddha di Bamyian, e da noi fortunatamente non si è ancora palesato nessuno dotato di velleità distruttive). Sbaglia nel dire che l'Italia è il paese del blocco sistematico nei confronti di chi vuole costruire, quando cementificazione scriteriata e abusivismo affliggono gran parte del paese. E soprattutto non concepisco come faccia, da archeologo, a pronunciare una frase come "Salvare tutto e sempre si può, ma soltanto dal punto di vista conoscitivo, in quei sistemi informativi territoriali, in quei musei virtuali e reali delle città e dei loro territori che mancano purtroppo nel Paese", quando si sa benissimo che a un'opera d'arte o uno scavo archeologico che non siano parte del paesaggio/luogo/tessuto storico-sociale a cui sono legati, manca sempre qualcosa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo con te su tutto; però credo che, purtroppo, gente con velleità distruttive in Italia si sia palesata e si stia palesando: pensa che pochi mesi fa un affresco di Vasari, uno dei maggiori artisti del 500, è stato allegramente bucherellato dal signor Matteo Renzi, sindaco di Firenze - per non parlare di quello che si sta facendo a tanti beni "periferici" e sconosciuti, come la Regia Masseria del Pantano a Foggia.
      Forse sono catastrofico, ma penso che davvero lo stato delle cose sia di una gravità mai vista prima.

      Elimina