lunedì 22 luglio 2013

Philippe Daverio e l'Italia dei Ponzio Pilato

Antonio Ciresi, Ecce Homo, 1871

Giovedì 4 Luglio 2013 è andata in onda la puntata di Servizio Pubblico Più (clicca QUI) dedicata alla situazione del patrimonio archeologico di Roma: si è mostrata una realtà per troppi aspetti disarmante - tesori chiusi al pubblico e in uno stato di abbandono pericoloso per la loro stessa sopravvivenza e integrità – e grottesca, degna dei migliori film di Totò e Alberto Sordi: la gattara esperta di archeologia che blocca le ricerche, il centurione depresso, l’Alemanno archeologo che, se non fosse che fino a poco fa era il sindaco della città, sarebbe quasi da coccolare tanto è pateticamente ridicolo.
Sulla qualità della trasmissione ci sarebbe anche da ridire: tra tutti gli studiosi seriamente interessati al problema della tutela, chi hanno intervistato? I soliti Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, “storici dell’arte” da prima serata. Ma non di questo voglio parlare: trovo più interessante soffermarsi  su una proposta di Daverio per la salvaguardia del patrimonio.
Una proposta tanto bislacca che per un periodo ho pensato fosse solo una provocazione: ma così non è, purtroppo, data la costanza e la convinzione con cui il Nostro la va ripetendo.

Premettiamo un paio di cose: del discorso di Daverio qualcosa di più o meno accettabile c’è; ma a mio avviso già la proposta (provocatoria?) delle lezioni di storia dell’arte in Parlamento è contestabile, non solo e non tanto per il populismo intrinseco, ma per un equivoco di fondo tanto di moda in un momento in cui si sfrutta il volontariato culturale: della tutela del patrimonio è giusto che se ne occupino persone competenti, gli specialisti, quelli che il patrimonio lo studiano da una vita, storici dell’arte e archeologi – e quanti ce ne sono di giovani laureati che non trovano occupazione! Alla politica non si devono richiedere nozioni banali di storia dell’arte, ma semplicemente di fare il proprio dovere, di anteporre gli interessi della collettività a quelli dei privati e delle varie cricche,e quindi di prestare ascolto alla voce degli specialisti: questo si deve pretendere dai politici, che non facciano orecchie da mercante di fronte alle proteste degli addetti ai lavori e delle associazioni più attivamente impegnate nella tutela – per esempio Italia Nostra.
Le nozioni di storia dell’arte servono eccome, ma non in Parlamento, bensì a scuola: lì è la battaglia da compiere, dentro un sistema scolastico volutamente degradato che le ore di storia dell’arte le vede calare drasticamente; perché la cosa davvero importante è che siano i cittadini, e soprattutto le nuove generazioni, a prendere coscienza, pian piano, per gradi diversi, dell’importanza fondamentale del patrimonio: solo così, in futuro, potremo avere anche storici dell’arte e archeologi in parlamento, e solo così potremo sperare di smettere di mangiare il passato – non te ne fai niente che uno Scilipoti, autore della vergognosa proposta di affitto delle opere d’arte conservate nei magazzini dei musei, ti sappia dire chi ha scolpito la Pietà Rondanini.

Ma veniamo al clou del discorso: E’ talmente importante [Roma] che pensare che appartenga solo agli italiani è un po’ difficile da credere… pensare che l’Italia sia degli italiani è una pura follia… un terzo dei materiali che costituiscono la coscienza storica del globo terrestre gravita più o meno intorno all’Italia… ed è molto superiore alle nostre responsabilità, alle nostra capacità di gestire… noi abbiamo questa fortuna di star seduti nel luogo in cui è nata la civiltà d’Occidente.
E’ tanto facile la retorica internazionalistica e multiculturale di DAverio, quasi un copia e incolla da Imagine di John Lennon, che quasi, a non accettarla, si rischia di passare per nazionalisti; ma dire che Roma e l’Italia appartengono al popolo italiano non è patriottismo spicciolo: è la semplice costatazione di quanto una convivenza millenaria ha formato, e cambiato, i due termini del discorso: gli italiani da una parte e l’Italia (e quindi il suo patrimonio culturale) dall’altra; di quanto i due termini, nel bene e nel male, si siano fusi l’uno nell’altro, inestricabilmente, diventando una cosa unica: il patrimonio culturale italiano appartiene al mondo in quanto, appunto, italiano, con tutte le caratteristiche e le criticità che questa identità comporta – allo stesso modo mi appartengono le cattedrali gotiche francesi in quanto, appunto, francesi, e mai mi verrebbe in mente di negare questa identità storica e artistica.
Dire che noi abbiamo questa fortuna di star seduti offre la falsa impressione che gli italiani, un bel giorno, si siano risvegliati, quasi per caso e per una coincidenza fortuita, sui resti di Roma; non è così e questi resti, il modo stesso in cui ci sono giunti e in cui li vediamo e in cui li consideriamo, recano la traccia indelebile del rapporto vitale e diretto che li lega e li ha legati agli italiani – a partire da quel Rinascimento citato nella trasmissione.

Dire che l’Italia, e con essa il patrimonio culturale che la compone, appartiene al popolo italiano, non è nazionalismo né Fascismo di ritorno, ma indica la necessità di una nuova responsabilità collettiva e condivisa. E’ proprio una tale coscienza che oggi manca (ma fino a un certo punto, perché cittadini che lottano ci sono ancora!), e le tesi di Daverio favoriscono tale mancanza.
E’ troppo semplice delegare ad altri; troppo semplice e troppo comodo, e tanto italiano: noi ci sguazziamo da sempre nell’idea del’affidare ad altri, ai padreterni che ci risolvano i problemi, alle guide che ci indichino la rotta da seguire con la testa calata; l’italiano sembra deresponsabilizzato per natura, ama il quieto vivere, il volemose bene, segue la massa e il capo carismatico (come ve li spiegate vent’anni di Berlusconi?): ecco dunque che l’internazionalismo di Daverio è quanto di più italiano ci possa essere dato che giustifica, favorisce, esalta, l’italico menefreghismo, l’italico disimpegno, la deresponsabilizzazione di massa e di costituzione. Il motivo principale per cui non possiamo delegare ad altri (e di questi altri fanno parte anche i privati e i riccastri in cerca di visibilità che come avvoltoi roteano a cerchi sempre più bassi sui resti del nostro sistema di tutela), è che se lo facessimo questo Paese, questo popolo, subirebbe, autoimponendosela, una nuova sconfitta morale, una nuova arresa al menefreghismo e al disimpegno, e all’illusione del Padreterno di turno sceso a salvarci; e ancora una volta si comporterebbe, ci comporteremmo, come un qualsiasi Ponzio Pilato che se ne lava le mani e lascia ad altri il compito di agire.
Credo che debba pur giungere il momento in cui questo popolo si assuma le proprie responsabilità, anche nei confronti dei nostri coeredi, e si ricordi che il patrimonio culturale italiano appartiene al mondo intero proprio in quanto italiano.
Gli italiani lo devono al patrimonio culturale che gli appartiene, e quindi a loro stessi.


Di fronte a questo imperativo, le obiezioni tecniche e fattuali, concrete sul piano operativo, che si possono e si devono muovere all’internazionalista Daverio, per quanto essenziali, mi sembrano addirittura di secondo piano.

14 commenti:

  1. Proprio un bel post, concordo completamente! Intellettualmente goffo slegare la produzione culturale dalla cultura che l'ha tenuta in gestazione, prodotta, interpretata. Dovremmo iniziare a comprendere il valore che solo noi possiamo dare al nostro patrimonio culturale; semplificare dicendo che siamo tutti uguali è un atto di ignoranza nei confronti dei processi culturali.
    Comunque dovremmo tornare ad amare maggiormente il nostro Paese, in questo critico un po' il voler per forza calcare la mano sulla ricerca dei difetti italiani (io vengo dal mondo scientifico, quindi un'affermazione provo sempre a motivarla razionalmente, altrimenti la reputo "sentir comune" alla stregua dei discorsi di D'Averio.
    Io porto sempre su un palmo Stiglitz, l'economista americano che ha mostrato come gli USA e il mondo anglosassone, tanto osannati come modello economico da seguire, abbiano diversi parametri di redistribuzione e mobilità sociale pari ai paesi del terzo mondo... I paesi delle opportunità (citando 1/2 Italia). Per dire, amiamo di più l'Italia e magari la produzione culturale italiana :)

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  2. Finalmente, dopo aver letto l'articolo (ben scritto e motivato) ho guardato il video, e devo confessare la mia sorpresa. La sorpresa l'ho avuta più nel leggere l'articolo, mentre il video ha confermato ciò che pensavo su questo show man odiato dai più. Infatti forse sono io che desto più sorpresa nell'ammettere la mia stima verso Daverio, che porta alla massa un po' di cultura artistica, storica, antropologica e culturale. Spesso lo fa in modo "superficiale" (ma non dimentichiamoci a chi si rivolge) ma non banale, con un suo stile fresco, ironico e mai scontato. Secondo me l'articolo (come molti che si scagliano contro tutti personaggi che hanno successo, forse perchè si pensa non lo meritino o per invidia)travisa gran parte dell'intervento di Daverio che specifica, dopo aver parlato di lezioni di storie dell'arte in Parlamento, che sarebbero lezioni di PRESA DI COSCiENZA, espressione sacrosanta: non si vuole formare un'aula di storici dell'arte ma non è neanche giusto che ci siano "solo avvocati" incompetenti fino all'estremo di Beni Culturali, solo di gente con una coscienza.
    Altro discorso frainteso è quello sulla tutela che dovrebbe richiedere l'intervento di tutti gli stati. Niente mi farebbe pensare che l'autore di questo articolo sia nazionalista, ma altrettanto niente mi fa pensare a Daverio come ad un Ponzio Pilato internazionalista! Penso dica semplicemente che i beni italiani non sono solo degli italiani, come appunti i beni di altri stati sono anche nostri. Altrimenti che senso avrebbe l'UNESCO che fa di questi beni patrimonio dell'umanità? E perchè io mio sento responsabile dei siti archeologici greci che, come l'Italia, costituiscono una culla della nostra civiltà?
    Non credo che Daverio, come tutti, non abbia "lati oscuri", credo solo che sia una persona che porta idee e concetti validi, e che sia riuscito a farsi conoscere nonostante (sì, ho detto nonostante) la sua intelligenza, caratteristica sempre più spesso bandita nel mondo dei media!

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    1. anche se, ovviamente, non condivido niente del tuo commento, ti ringrazio comunque per averlo postato :)

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    2. Premessa: mi occupo di diversi progetti culturali di diffusione del patrimonio culturale, che hanno come target quello che potremmo definire "il grande pubblico", quindi mi rendo conto benissimo quanto sia alto il valore della divulgazione, ed ogni cittadino in più che si avvicina alla presa di coscienza sul nostro patrimonio è un tassello in più al rafforzamento del tessuto sociale.
      Leggendo questo articolo ho percepito la consapevolezza che uno storico dell'arte che intenda la sua professione (anche) come missione sociale nei confronti della comunità, essendo in grado di decifrare e sottolineare la nostra visione del mondo come popolo, la nostra vita civile, la nostra cultura, beh credo che storici dell'arte che intendono in questo modo la loro professione siano legittimamente delusi se a rappresentarli ci siano semplici divulgatori o ministri-amministratori di condomio (quando va bene!).
      Credi davvero che lezioni di storia dell'arte ai nostri parlamentari sia una proposta da "storico dell'arte", una proposta efficiente, efficace e pesata?
      Io condivido maggiormente le osservazioni di Kunst riguardo la responsabilizzazione degli italiani rispetto alle parole viste in video di Daverio, che continuo a trovare semplicistiche; tralaltro in linea con la vox populi, visto che anche su Facebook spessissimo mi è capitato di leggere che è una buona cosa far occupare agli stranieri del nostro patrimonio, perché sarebbero maggiormente in grado di valorizzarlo etc etc etc, concetto a mio avviso di una sciocchezza unica, a meno che non si intenda una valorizzazione meramente economica.
      Ti auguro una serena serata!

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  3. La cosa più bella e utile è, e deve restare, il confronto :)

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  4. Io penso solo che chi si prende la briga di imbastire una trasmissione sui beni culturali, dovrebbe quanto meno informarsi e studiare un po' sull'argomento. L'aver invitato Sgarbi e Daverio come "esperti" penso la dica lunga sulla qualità dell'approfondimento della trasmissione: credo non valga la pena neppure perdere tempo per guardarla (complimenti a te Mario per averlo fatto). Io una volta non mi perdevo nessuna puntata di questi talk show politici. Da un anno a questa parte ho completamente spento la tv, la qualità del dibattito è davvero infima.

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    1. Santoro delude molto anche me, da quando, ogni volta che si parla della tutela, invita sempre e solo Sgarbi- penosa la sua performance a "Servizio pubblico".
      Però comunque credo che la trasmissione una sua utilità l'abbia comunque: almeno ha mostrato a un pubblico più ampio in quale schifo siamo arrivati - ciò non toglie ovviamente le pecche enormi, come dici tu...

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  5. Innanzitutto trovo anch'io ridicolo il pensiero di fare lezioni di storia dell'arte in parlamento, credo che la parola da virgolettare nel discorso di Daverio sia "lezione" e credo intendesse semplicemente che occorre sensibilizzare la medriocrissima classe politica ai temi culturali, e a testimoniarlo sono le risorse nulle che investono in cultura e in istruzione ogni anno (ma ormai dire ciò risulta banale, tant'è ovvio!) sono pienamente convinto che ci debba essere una responsabilizzazione degli italiani, che non esclude la partecipazione degli altri paesi (dove tra l'altro sembra esserci molto più senso del "bene comune"). Io sono un semplice laurendo in Conservazione dei Beni Culturali e da studente ho a che fare con persone del settore come lo siete voi, che non si fermano di certo ad un livello divulgativo dell'arte, ma la mia posizione per fortuna/sfortuna mi permette anche di fare esperienza della percezione che la gente "non addetta ai lavori" ha dell'arte e credetemi se vi dico che a volte è demoralizzante. Questo argomento mi sta a cuore e nel mio piccolo penso che creare una nuova sensibilità tra la gente sia fondamentale. E come si fa? Io a questo punto lo chiedo a voi :)Invito i miei amici a leggere libri specialistici di arte? Sicuramente l'uso che ne faranno non sarà di certo quello che ci aspettiamo.

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    1. Io credo che la divulgazione possa essere storia dell'arte solo quando è fatta con serietà e da storici dell'arte veri: l'esempio tipico è Argan col suo glorioso manuale, che davvero ha formato generazioni di italiani (ora nelle scuole è sostituito da libracci indegni!).
      Ma Argan, nella sua divulgazione, non era né semplice né banale né sensazionalistico, anzi, era volutamente complesso: ecco la differenza tra lui e certi personaggi (mica solo Sgarbi e Daverio) che si vedono oggi.
      Un buon modo di divulgare senza banalizzare, credo, è non anteporre la propria persona, il proprio ego, la propria immagine: cosa in cui, sia pure in forme diverse, Sgarbi e Daverio sono maestri (ricordate le ridicole immagini negli editoriali degli Art Dossier con Daverio ?).
      E la mia scarsa fiducia in Daverio e nella sua divulgazione trova conferma quando sento le proposte che va facendo per il patrimonio culturale - o meglio: per me Daverio come showman va anche bene, e magari a sentirlo mi diverto pure, e mi piace pure, ma la storia dell'arte è un'altra cosa.

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    2. Io l'"Argan" (ormai il libro ha preso il nome dell'autore)ce l'ho in bella vista nella libreria quindi so di cosa parli, ma ti chiedo anche quale generazione ha formato (forse è quella che sta governando l'Italia ora? Perchè se parli degli attuali storici dell'arte va bene, ma adesso stiamo discutendo del grande pubblico).Condivido il giudizio che hai espresso sul volume di Argan, pur non condividendo pienamente l'efficacia e il metodo (lo dico con la massima umiltà, forse sbagliando).
      Per quanto riguarda la questione dell'ego su Sgarbi mi trovo d'accordo, su Daverio no. Secondo me queste sono critiche inconsistenti; ma da cos'è fatta una rivista (sempre di divulgazione tra la'ltro)? Da un direttore, un comitato scientifico, da studiosi che scrivono e... anche da chi si occupa della grafica (e lode a chi sa curare bene la grafica di una rivista!..non sto parlando per forza di Artedossier). Un gioco che strappa anche un sorriso (oserei dire a volte d'invidia). Per me non è nulla di più quello di Daverio, dire che per l'editoriale e il modo bizzarro di vestirsi antepone il suo ego al contenuto della rivista mi sembra davver(i)o eccessivo :)Ma visto che hai nominato Artedossier vorrei porti di fronte a una questione un po' ambigua. E per farlo cito una persona: te stesso. "...conferenze di alcuni noti specialisti (penso ad Augusto Gentili, tra gli altri ) con cui si è almeno realizzata della vera divulgazione di qualità." Bene,Augusto Gentili (mio professore tra l'altro), evidentemente apprezzato da te, scrive nientepopodimeno per questa stessa rivista di questo indegno divulgatore di arte e fa studiare, tra le altre cose, i dossier "divulgativi" della rivista stessa. Come la mettiamo? Non vorrai scivolare ora e dire che Artedossier fa divulgazione di qualità! Oppure pensi che Gentili sia un "venduto" che scrive articoletti per raccimolare soldi anteponendo la sua lunga barba bianca alla vera arte? (Ok, lui non si fa fare il fotomontaggio ma la battuta ha comunque senso) :)
      Concludo rispondendo alla tua ultima frase, utilizzando le stesse parole di Daverio che, infatti, non si ritiene tanto appassionato alla storia dell'arte, quanto alla storia del gusto, cosa non meno dignitosa e che, anzi, fa vedere le cose da un'angolazione molto interessante.

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    3. Dove ho parlato male di Art Dossier? Dove? Su Art Dossier ho le mie idee: che a volte fa divulgazione di qualità (l'ultimo numero, per esempio), a volte no (il penultimo). E so bene che quella rivista è fatta anche da gente seria: ma qui si sta parlando di Daverio, ricordi? Su Gentili nemmeno ti rispondo che non ne vale la pena.
      Per il resto non so cosa altro dirti, se non che l'impressione che avevo avuto e avevo scritto su facebook e che tu avevi negato (anche) con questo commento me l'hai confermata.

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  6. Salve,
    interessante e veramente illuminante questo articolo, che in parte condivido e in parte no. Sono comunque una persona piuttosto ignorante in materia e dunque parlo come tale...
    Vorrei spezzare una lancia in favore dal valore divulgativo e affatto banale di Daverio su temi che riguardano l'arte: ha una visione che si può trovare discutibile ma comunque non è scontata e sa parlare a coloro che che l'ascoltano, senza essere troppo rassicurante.
    Io ho studi universitari ma francamente faccio un po'fatica a seguire e comprendere certi dotti sapientissimi studiosi d'arte... la sensazione è che stiano un po' rinchiusi nelle loro bellissime torri d'avorio, senza poi curarsi troppo di uscirne... sono comunque d'accordo che per cambiare l'Italia ha bisogno di investire nella educazione e nell'insegnamento dell'arte ma non solo. Non vedo altra strada.
    Grazie per questo bel blog che scrivi!

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    1. grazie a te per questo commento, Monica... mi piacerebbe capire a quali "dotti sapientissimi" ti riferisci :)

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  7. Mah, personalmente stimo Daverio come divulgatore, non mi spiace seguire i suoi programmi televisivi, ho imparato qualcosa dalle sue trasmissioni. Lo trovo interessante soprattutto se sullo sfondo di un'offerta televisiva che spazia spesso fra il trash e l'obsoleto. Concordo con la tua idea della totale inutilità di portare lezioni di Storia dell'arte in Parlamento. E credo come te che il patrimonio artistico di questa nostra vessata Italia sia da porre in mano a gente specializzata e competente.

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