lunedì 9 settembre 2013

Comment(in)o al Caravaggio di Longhi

Caravaggio, Autoritratto, particolare del  
Martirio di San Matteo
, 1599-1600, S.Luigi dei Francesi,
Roma

Roberto Longhi è un passaggio obbligato per chiunque studi la storia dell’arte, e particolarmente la storia dell’arte italiana. Questa verità scontata io, lo ammetto, l’ho capita e accettata solo recentemente, da quando, cioè, ho cominciato a interessarmi alla storia della critica d’arte. E nemmeno del tutto, a dire il vero: perché l’immagine che avevo di Longhi era quella di uno storico dell’arte principalmente preso dalla “bella prosa poetica”, e che dunque avesse poco da offrire, da un punto di vista specificamente critico – insomma, vedevo Longhi unicamente come protagonista, nell’ambito della critica, di quel “barocco moderno” di cui a me non interessa niente[1].
Ma insomma, quando vedi che Michael Baxandall e Carlo Ginzburg, nei loro studi su Piero della Francesca, si mostrano tanto legati a Longhi, allora, se hai un minimo di intelligenza, capisci che devi cominciare “a calarti”.
Io ho cominciato “a calarmi”, e l’ho fatto partendo dalla storica monografia di Caravaggio, che possiedo nell’edizione Editori Riuniti curata da Giovanni Previtali,[2] e che, per anni, è rimasta a dormire nella mia libreria.

E allora la prima considerazione sul libro è proprio a livello di linguaggio: la prosa di Longhi è magnifica, e non lo scopro certo io. Però, sinceramente, ci ho visto poco di “barocco”, o di troppo ricercato e pomposo, o di troppo vuotamente poetico; al contrario, il linguaggio longhiano mi è sembrato generalmente sobrio, misurato. 
Sia ben chiaro: le descrizioni sono spesso magnifiche, e non ho alcuna difficoltà a dire che alcune di esse sono tra le più belle che abbia mai letto. Ma il punto essenziale, per me, è che il valore di questo studio su Caravaggio risiede appunto nel modo in cui il tema viene trattato, dunque nel suo intrinseco valore critico: un qualcosa che è ben oltre i dati linguistici.

Roberto Longhi

E qui risulta davvero importante l’introduzione di Previtali[3], che spiega come quella che abbiamo di fronte sia l’ultima evoluzione del pensiero di Longhi intorno all’arte caravaggesca: una maturazione che lo porta ad abbandonare alcune delle sue idee iniziali – che pure erano state feconde per la critica coeva – per accettarne altre che aveva inizialmente ripudiato[4].
La prima, essenziale, riguarda il realismo, che per lo studioso è elemento centrale dell’arte di Caravaggio fin dalla giovinezza, e proviene all'artista da quella formazione lombarda che lo pone come elemento innovatore rispetto alla Roma manierista e classicista. Un realismo che nel Caravaggio giovane non è mai «abnegazione mentale di fronte al particolare», ma sempre «unità di visione, ferma e dura magari, ma sempre totale e pervasiva […] di fronte all’oggetto», una «certezza di visione in unità di lume circolante».
Insomma, la luce e il realismo nel giovane Caravaggio romano servono un contenuto nuovo per la pittura, che abbandona le divisioni gerarchiche per generi dato che « il Caravaggio si rivolgeva alla vita intera e senza classi, ai sentimenti semplici e persino all’aspetto feriale degli oggetti, delle cose che valgono, nello specchio, al pari degli uomini, delle “figure”» - da cui, per esempio, la natura morta «per sé sola».

La buona ventura, 1596-97. Louvre, Parigi.

E’ questo insomma il nucleo attraverso cui Longhi interpreta Caravaggio, questi i problematici temi portanti. Infatti, nell’introdurre alla genesi della maturità dell’artista, scrive: «Ma ciò che gli andava balenando era ormai non tanto il “rilievo dei corpi” quanto la forma delle tenebre che li interrompono. Lì era il grumo della realtà più complessa ch’egli ora intravedeva dopo le calme specchiature dell’adolescenza. […] Per restar fedele alla natura fisica del mondo, occorreva far sì che il calcolo dell’ombra come casuale, e non già causato dai corpi, esimendosi così dal riattribuire all’uomo l’antica funzione umanistica dirimente di eterno protagonista e signore del creato. Perciò il Caravaggio seguita, e fu fatica di anni, a scrutare l’aspetto della luce e dell’ombra incidentali».
Dunque, il contrasto tra la luce e l’ombra, il realismo integrale, e una vicenda artistica che si snoda in una ricerca continua – che appunto “fu fatica di anni”.

Madonna dei pellegrini, 1603-05. Chiesa di Sant'Agostino, Roma


Detto questo, io mi fermo qui, con l’analisi di singoli pezzi del libro: perché, sinceramente, mi sembra davvero di star facendo un lavoro inutile, un riassuntino fine a sé stesso, tanto il saggio è famoso ed essenziale in ogni punto. Non vi resta che comprarlo e leggerlo, senza la minima paura di star spendendo male i vostri soldi!
Voglio solo soffermarmi su un passaggio, a mio avviso davvero magistrale, in cui lo studioso, oltre a interrogarsi sul problema del ruolo della società in riferimento alla creazione artistica, si sofferma sul rapporto tra forma o contenuto – o meglio, ve lo riporto senza troppi commenti; è un passaggio memorabile perché cerca una coesistenza tra due termini spesso letti come opposti e inconciliabili dalla storiografia artistica, tentativo attuato da un Longhi maturo, ormai emancipatosi dal formalismo intransigente della giovinezza[5]: «La verità è che ogni pittore non dà alla fine che ciò che il mondo gli chiede; mostrando, entro quei limiti, la sua maggiore o minore capacità di resistenza. La chiesta era allora del quadro di evento sacro e patetico: questo è a spingere il Caravaggio sulla nuova via[6]. Gli scuri che ringagliardiscono sono dunque pur essi, preventivamente, affare di contenuto: che, fortunatamente, nell’occhio di un grande pittore, porterà con sé una forma atta ad incidere rapidamente sul contenuto stesso. Questo è il costante circolo di scambio fra arte e mondo sociale».




[1] Devo questa impressione limitante, oltre che a pregiudizi esclusivamente miei, alla lettura di un libretto di Pier Vincenzo Mengaldo, Tra due linguaggi – Arti figurative e critica, Bollati Boringhieri 2005, che ricordo come uno dei testi più mediocri che abbia mai letto sulla della critica d’arte – sono comunque passati anni dalla sua lettura: conto di rileggerlo al più presto.
[2] Oggi il libro è disponibile nelle librerie grazie ad Abscondita – e ormai è un motivo costante, il far riferimento a testi di storia dell’arte resi disponibili da questa splendida casa editrice.
[3] Che, nei toni esplicitamente antiventuriani, mostra le tracce di quella contrapposizione fra venturiani e longhiani di cui ho parlato poco tempo fa (clicca QUI).
D’altronde, come spiega Alessandro Zuccari nell’introduzione al suo Caravaggio controluce, Skira 2011, «Venturi non era d’accordo con alcune scelte della celebre mostra milanese (mostra da cui si ritirò in dissenso con la decisione di esporre sotto il nome del Caravaggio quadri non autografi o comunque non attestati dalle fonti) » - la mostra è quella organizzata da Longhi, Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi.
[4] Aggiungo che, cosa che ho scoperto più di recente, gli scritti longhiani vivono di ripensamenti continui, di aggiunte e aggiustamenti – penso alla storica monografia su Piero della Francesca, o ai “Fatti di Masolino e Masaccio” di cui ho letto recentemente un primo abbozzo.
[5] Penso al Longhi, di cui parla Cesare Garboli in una ricca introduzione al giovanile Breve ma veridica storia della pittura italiana, che alla storia dell’arte senza nomi di Wölfflin aggiunge senza nomi e senza date – da pochi giorni sempre Abscondita questo libro l’ha ripubblicato, mantenendo –merito ulteriore - anche l’introduzione di Garboli.
[6] Per “nuova via” Longhi intende l’evoluzione stilistica di Caravaggio (scuri che ringagliardiscono) occorsa quando si trova ad affrontare le prime commissioni pubbliche a soggetto sacro.

2 commenti:

  1. leggo con interesse il blog di cui apprezzo la la passione e la schiettezza. a proposito di roberto longhi mi piace segnalare il saggio "Carlo Braccesco" disponibile in una edizione ricchissima di apparati critici per i tipi di Guanda; un testo meraviglioso del 1942, un vero classico della soriografia artistica italiana che, tra gli altri pregi, metteva sul tappeto la questione tuttora irrisolta dell'arte lombarda

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    1. la ringrazio per i complimenti e per il consiglio bibliografico! Cercherò di trovare il libro! :)

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