lunedì 2 settembre 2013

Franco Fossa - La figura e i suoi luoghi

In una città culturalmente devastata come Foggia, ci sono alcuni luoghi che davvero si presentano come roccaforti della cultura, oasi in un deserto vasto e aridissimo: penso primariamente alla Biblioteca Provinciale e al magnifico Museo Civico, la cui sezione archeologica, giustamente dedicata all’archeologa Marina Mazzei e dedicata in prevalenza ai reperti di Arpi e Herdonia, è un qualcosa di realmente spettacolare.
Perché il Museo Civico, anche grazie all’opera della direttrice Gloria Fazia e del personale amministrativo, è un vero e proprio fortino, una trincea della cultura a Foggia? Perché si trova ad agire in una realtà doppiamente disastrata: alla situazione generale dell’intero Paese, che ha nei tagli alla cultura, nei tentativi sempre più pressanti di privatizzazione coatta e nella spending rewiew i modi d’approccio preferiti al problema del patrimonio culturale, si aggiunge quella specifica di Foggia, in cui al disinteresse della cittadinanza si aggiungono le condizioni grame del Comune, costantemente sull’orlo della bancarotta e quindi con urgenze che non sono quelle della cultura – tipico di quest’Italia, il relegare ai margini la cultura.
Eppure il Museo riesce a organizzare sovente delle mostre davvero interessanti: quella in corso - chiuderà a Ottobre - è dedicata a un magnifico scultore del secondo Novecento italiano, Franco Fossa. E’ quindi proprio di Franco Fossa – la figura e i suoi luoghi, che voglio parlarvi: non solo per la qualità dell’opera di questo artista, ma anche perché le mostre, se fatte bene, sono la migliore dimostrazione della vitalità d’un museo che ogni giorno la propria vitalità deve guadagnarsela a denti stretti.

Preghiera, anni '50


L’esposizione, che si concentra in una sola sala del Museo generalmente adibita per queste occasioni, presenta un percorso in cui è illustrato tutto il percorso artistico di Fossa, dagli anni ’50 ai primi anni ’90: un percorso vario e sfaccettato, da un punto di vista sia formale che per quanto riguarda tecniche e materiali (dal legno al bronzo al rame), e che tuttavia ha una costante, un momento unificatore, un motivo che rende l’unità dell’opera fossiana: l’urgenza, la necessità, l’impellenza di raccontare col mezzo scultoreo la solitudine, lo sconforto, l’alienazione dell’uomo contemporaneo; una necessità che, anche più del dato stilistico, avvicina Fossa a scultori come Giacometti.
Preghiera è una scultura lignea dei primi anni ’50, a grandezza naturale, in cui vediamo questo viso di donna, affranto, quasi sorretto dalle mani giunte nell’atto dell’invocazione e installato su una struttura corporea esile, longilinea, accennata per via compendiaria e solcata da scanalature profonde che rendono questa colonna di dolore ancor più instabile, ancor più incerta; una superficie che il lavorio continuo degli attrezzi dell’artista rende irregolare, sporca, ruvida: siamo insomma di fronte a una statua che di statuario ha ben poco, e che tuttavia ci mostra come l’interesse per l’uomo e per la sua figura, in Fossa, possa assumere dimensioni ragguardevoli, opposte alle misure miniaturistiche degli omini degli anni ’80.

Uomo del Gargano, 1972

 Uomo del Gargano del ’72, a sua volta in legno, è un’opera invece in cui il dolore diventa spavento puro, paura sgomenta: cosa stia guardando quest’uomo rugoso e scavato, dalle guance incavate e le orbite fuoriuscenti non c’è dato di saperlo con certezza – ed è forse questo a renderlo più spaventoso. Qui è ragguardevole non solo il lavoro sul legno, ma anche l’approfondimento polimaterico, per esempio nelle pupille realizzate con chiodi conficcati nel legno: uno sguardo reso più assente e insieme inquietante.

Contenitore, 1974

 Un vero capolavoro, per ideazione e realizzazione pratica, è invece il Contenitore del 1974. Trattasi appunto di un semplice contenitore diviso in tre piccole scatole quadrangolari che si possono aprire e chiudere: aperte, svelano un contenuto d’orrore, tre teste mozzate – non c’è dato sapere se morte o ancora stranamente viventi – di cui due in preda a differenti stati di tensione dolorosa, autenticamente patetica; solo la terza faccia riccioluta sembra aver accettato con nobile semplicità e quieta grandezza il proprio triste destino di sofferenza. Qui Fossa sembra appellarsi a un dolore partecipato, condiviso: comune non solo alle tre facce, ma anche all’ignaro spettatore che, dietro la calma apparente e asettica di cose comuni e quotidiane, si trova a dover fare i conti con un orrore svelato all’improvviso e che coglie dunque impreparati.

Piani mobili, 1980

 E se nel Contenitore l’orrore non trova spiegazione e si accontenta della sua presentazione, nei Piani mobili del 1980 Fossa lo mette a nudo, ce ne spiega la natura e le cause; trattasi di un qualcosa di orrendamente, oscenamente concreto, che nulla ha a che vedere con mostri fantastici: è la realtà quotidiana, con le sue architetture enormi e spersonalizzanti che rendono l’uomo ancora più piccolo e inconsistente, irrimediabilmente schiacciato. Un ambiente apocalittico, nichilista al sommo grado. Ed è inutile voltarsi verso l’alto, come fanno alcune delle figurine: nessun cielo, nessun dio, ma solo pochi varchi verso il nulla che la pietà dello scultore ha aperto sul soffitto della scatola – o forse, chissà, quelli che alzano la testa non sperano in niente, e sono solo definitivamente inebetiti.
Con quest’opera entriamo in quello che è forse il periodo più interessante dell’artista: quello in cui piccoli omini dematerializzati vengono inseriti e schiacciati in architetture asettiche e irrimediabilmente vuote di vita, diventando i protagonisti del discorso di Fossa sulla condizione umana. Ed è interessante notare come l’artista proponga ancora un approccio all’oggetto scultoreo che non è statico, esclusivamente contemplativo: lo spettatore è invitato a muovere i piani interni della scatola e a spiare nei buchi e nelle finestrelle inserite qua e là dall’artista, e a diventare voyeur curioso e cosciente dell’orrore noioso che gli si viene a svelare.

E’ quindi lo spleen baudeleriano della grande città, della metropoli annichilente, che prende forma dalle mani di Fossa: e non conta quanto si possa essere indaffarati o quanto si possa camminare spediti, né quanta gente si possa avere intorno: il destino dell’uomo contemporaneo sembra quello dell’estraneo in un mondo di estranei affastellato di architetture stranianti – è Passaggi urbani del 1988[1] a mostrarcelo.

Passaggi urbani, 1988

Ma, insomma, il discorso di Fossa si riduce, in ultima analisi, a una denuncia della moderna società metropolitana e tecnologica? A una brutta favola col lieto fine costituito dall’abbandono del nostro stile di vita incosciente per uno nuovamente rurale, nuovamente naturale? E’ insomma Fossa un novello Gauguin, un nuovo Rimbaud che ci propone una critica sociale e il rimedio sociale alla crisi? Non credo che le cose siano così semplici, così rassicuranti e banali.
Credo che questo scultore vuole dirci che l’attuale miserrima condizione umana è dovuta certamente a una questione sociale, ma anche che questa miserabilità, questo dolore, questa irrimediabile solitudine, sono connaturati all’uomo, e non possono essere risolti con un nuovo tipo di primitivismo.
Nel bel Figura e orizzonte del 1991, un bassorilievo che sembra quasi la concrezione tridimensionale di un qualche quadro dell’ultimo e disperato Van Gogh, un uomo è solo nel bel mezzo di un ambiente naturale, solo e piccolo, col capo chino e le spalle pesanti, mentre arranca stancamente su un terreno alluvionato verso un orizzonte amorfo, che non promette gioie o consolazioni: l’unica cosa che gli resta è andare avanti, a capo chino.

Figura e orizzonte, 1991

Ma – e qui concludo – questa visione morale e contenutistica non deve farci dimenticare un punto essenziale: che le opere di Fossa devono il loro fascino e la loro statura anche agli aspetti puramente stilistici e tecnici, e dunque artistici, attraverso cui sono state generate; anche per questo credo che Franco Fossa sia un artista vero che merita di essere scoperto, e la mostra al Museo Civico di Foggia rappresenta una ghiotta occasione per farlo.




[1] Sul bel catalogo della mostra , scritto da Massimo Bignardi, viene segnata come data di realizzazione di quest’opera il 1958 sicuramente un errore di stampa.

3 commenti:

  1. bello bello bello!!! e io non sono una patita della scultura ma questo post e questo scultore sono meravigliosi!!

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  2. Penso che l'opera "paesaggi urbani" sia in grado di rappresentare perfettamente e in anticipo la solitudine del cittadino postmoderno.

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