lunedì 30 settembre 2013

I Pamphilj a Valmontone

Palazzo Doria Pamphilj (e a destra, Cattedrale dell'Assunta), Valmontone (Roma).


E’ con molto piacere che pubblico questo pezzo di Francesca Attiani su un gioiello artistico poco noto del Barocco, il Palazzo Doria Pamphilj di Valmontone (Roma).
Buona lettura, e buona scoperta di questo splendido pezzo di patrimonio culturale.


Nella cittadina di Valmontone, a 35 km da Roma, si trova il Palazzo Doria Pamphilj. Si tratta di un monumento dall'immenso valore storico e artistico, che non è probabilmente conosciuto come meriterebbe, né visitato dal crescente numero di turisti che passano nella città per recarsi nel famoso Outlet o nel famigerato Raimbow Magicland.

Il Palazzo fu voluto dal nipote del papa Innocenzo X, Camillo Pamphilj, che acquistò il feudo valmontonese dalla famiglia Barberini nel 1651.
Sulla cima più alta del borgo vi era all'epoca ancora stabile il castello medievale degli Sforza, che prima fu dei Conti di Valmontone. Camillo acquisiva così, oltre al vasto territorio, la magnifica veduta del castello, e da questo punto partiva l'idea per il Palazzo.
Il principe desiderava la creazione di un insieme di luoghi che potessero enucleare una piccola e perfetta cittadella provvista di tutto: dalle botteghe al mercato, dall'armeria alle carceri. E tutti questi luoghi avrebbero dovuto girare attorno al magnifico Palazzo principesco. Un progetto detto all'epoca "città pamphilia", una sorta di tardo concepimento della "città ideale".

Il risultato fu in parte diverso: l'architetto gesuita Benedetto Molli, e dopo di lui Antonio Del Grande, concretizzò il disegno di Camillo in un accorpamento di tutti gli spazi in un unico edificio. A ciò si deve, non a caso, la forma squadrata e massiccia dell'edificio, che recupera elementi medievali piuttosto che seicenteschi nel suo aspetto.
I quattro ordini di finestre, incorniciate dal tufo, ci ricordano il territorio sul quale il Palazzo del Principe stava sorgendo.
Contemporaneamente alla costruzione, si affiancarono i lavori dell'interno, di cui oggi rimane un importante ciclo di affreschi nel piano nobile.
Si tratta di undici sale, affrescate tra il 1657 e il 1661 da alcuni dei più quotati artisti dell'epoca; la scelta tematica ruotò attorno alle storie allegoriche dei quattro Elementi e dei quattro Continenti allora conosciuti, così da scegliere i nomi delle otto sale principali: sala dell'Africa, dell'America, dell'Asia, dell'Europa - con in mezzo la stanza detta 'del Principe' - e nell'altra ala la sala della Terra, dell'Acqua, dell'Aria e del Fuoco.

Francesco Cozza, Stanza del Fuoco

Mattia Preti, Stanza dell'aria
Pier Francesco Mola, Camerino dell'America


Pier Francesco Mola, Francesco Cozza, Guglielmo Cortese, Mattia Preti e Gaspard Dughet i pittori. Il primo di questi si vide parte del processo, che seguì alla lite con il principe per la distruzione della volta dell'Aria che aveva dipinto. Del Mola restano oggi le volte dell'Africa e dell'America.
Tra le personalità presenti nel cantiere interno, vi fu quella di  Guglielmo Cortese - detto "il Borgognone" - nella sala dell'Acqua, e quella di Gianbattista Tassi in quella della Terra.
Fondamentali i documenti sui pagamenti fatti a Francesco Cozza, relativi al periodo tra il 22 luglio 1658 al 14 marzo 1659, per segnalare la presenza dell'artista a Valmontone.
Dibattuta fu l'attribuzione degli affreschi nella Sala del Principe: creduti del Mola, oggi si attribuiscono alla mano di Gaspard Dughet ed a quella del Borgognone.
La stanza dell'Aria si realizzò velocemente: la volta fu portata a compimento in sole sedici giornate da Mattia Preti.
I lavori si conclusero nel 1670 circa; otto anni prima lo zio di Camillo, Innocenzo X Pamphilj, soggiornava nel Palazzo non ancora ultimato ma già noto nella curia romana.

Guillaume Courtois, Stanza dell'acqua
Pier Francesco Mola, Camerino dell'Africa

Gianbattista Tassi, Stanza della Terra

Gli affreschi sono stati recentemente restaurati (insieme al restauro dell'intero edificio), dal momento che non versavano in ottime condizioni: la Valmontone rasa al suolo nella Seconda Guerra Mondiale vide gran parte della popolazione accamparsi nel Palazzo e risiederci fino agli anni settanta; così avvenne la distruzione parziale delle pitture, in parte annebbiate dai fumi dei fuochi domestici.
Quel che rimane oggi è di certo di fondamentale bellezza e importanza. Il Palazzo è oggi più che mai un luogo da vedere e valorizzare sempre più, che potrebbe un giorno diventare motore occupazionale e di crescita per la città. Rappresenta la potenzialità, che in ogni paese c'è, di convivere con un patrimonio di valori e costumi locali unico, quell'unicità che spinse il principe Camillo Pamphilj a scegliere Valmontone per la sua dimora extraurana.


Francesca Attiani

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