lunedì 28 ottobre 2013

Beato Angelico senza aureola

Probabile autoritratto del Beato Angelico nel San
Sisto consegna a San Lorenzo i tesori della Chiesa
,
Cappella Niccolina


Se seguite le pagine Facebook e Twitter di questo blog, vi sarete probabilmente fatti l’idea che tra i miei artisti preferiti c’è il Beato Angelico. Vero: adoro l’Angelico, le sue opere mi emozionano enormemente e non mi stanco mai di guardarle; in questo periodo nessun altro artista riesce come lui a rilassarmi spiritualmente, a pormi in un godimento serenamente estatico.
Detto questo, la mia visione dell’Angelico è profondamente condizionata da una delle prime cose che ho letto sulla sua opera, la spettacolare monografia di Argan del ’55[1]. L’interpretazione arganiana, complessa e articolata (prima o poi gli dedicherò un post specifico) è, riducendo all’osso, essenzialmente laica e razionale, integralmente intellettuale: contro gli aneddoti misticheggianti di Vasari[2], Argan ci parla di un intellettuale che agisce lucidamente e intenzionalmente, un pensatore che persegue i suoi scopi nella maniera più consciamente chiara[3].
Ed è proprio questa una delle cose che del Beato Angelico mi affascinano di più: la sua incredibile capacità di essere a un tempo profondamente spirituale e integralmente razionale, mistico per eccellenza e campione del Rinascimento.

Il punto essenziale è: può un ateo come me amare un artista che dipinse a ripetizione solo e unicamente soggetti cristiani? Un pittore che fu uno dei più intimamente devoti della storia dell’arte, e la cui opera è tra i vertici del misticismo cristiano? Certo che sì, ovviamente, e in questo non c’è nulla di paradossale.
Più in generale: ci si può innamorare di opere d’arte e di artisti che, a livello contenutistico, si presentano distanti dalla nostra sensibilità, dal nostro credo religioso o politico, dal nostro modo generale di intendere le cose della vita? Senza dubbio sì: il mio antifascismo non mi ha mai impedito di ritenere che il gigantesco Polittico della rivoluzione fascista di Gerardo Dottori sia una delle cose più spettacolari esposte alla GNAM di Roma.
O può forse, una non condivisione degli ideali e dei contenuti dell’opera, metterci in una posizione talmente esterna da precluderci la sua piena comprensione, il suo pieno apprezzamento e godimento? Certo che no.
Perché – rimanendo sul Beato Angelico - stiamo parlando di arte, non di religione: l’oggetto in esame non è il messaggio religioso, che si può accettare o meno, ma il modo in cui l’artista è riuscito a veicolare quel messaggio attraverso l’opera, nell’opera; è dunque la modalità artistica della comunicazione che ci interessa e ci esalta: e in questo senso l’opera d’arte – cristiana o islamica, fascista o comunista - grazie alle sue intime qualità artistiche diventa linguaggio universale che può parlare davvero a tutti, una roba così incredibilmente comunicativa che può rapire anche chi è distante da ciò che comunica - e cioè dal motivo stesso per cui è stata creata.
Le opere cristiane del Beato Angelico mi rapiscono, le statue devozionali della mia vecchia parrocchia mi lasciano del tutto indifferente: e non c’è niente di meno paradossale.

La questione che sto affrontando è in realtà di una banalità disarmante. Ma se tutto ciò l’ho scritto con specifico riferimento all’Angelico è perché mi sembra che nessuno come  lui corre il rischio di essere sfruttato dalla propaganda clericale – se ci spostiamo nel campo della politica, è il Futurismo che è costantemente e beceramente sfruttato dal neofascismo che ammorba l’Italia.
Credo che generalmente anche i migliori cataloghi di mostre hanno alcune pagine che si possono tranquillamente strappare e buttare nel camino: quelle iniziali che portano le firme dei vari ministri, sindaci, assessori. A questa regola il magnifico catalogo della mostra Beato Angelico – L’alba del Rinascimento (che vi consigliai QUI) non fa eccezione: Umberto Broccoli, all’epoca Sovraintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma (non so se ora lo sia ancora, spero proprio di no!), in un intervento più lungo del normale (si era proprio preso sul serio!) usa l’Angelico per denunciare, con toni involontariamente divertenti, l’ «affanno storico … di vergognarsi delle origini cristiane della nostra cultura, che è un po’ come vergognarsi dell’esistenza dell’aria» (questa è una fissazione ricorrente dei cattolici, molti dei quali, evidentemente, non credono che i greci e i romani siano mai esistiti), e per attaccare, attraverso improbabili pensieri appiccicati al frate pittore, l’ottima idea di togliere i crocifissi dalle aule delle scuole pubbliche.
Comunque sia niente di grave: le due paginette del nostro fine intellettuale trovano il tempo che trovano, e una volta strappate e buttate nel camino fanno anche una bella fiamma.
Il problema è quando rigurgiti clericali del genere, che con la Storia dell’arte – disciplina laica, razionale, scientifica – non hanno niente a che vedere, si trovano, e come parte integrante, in un libro serio di storia dell’arte.

Mi riferisco ad Angelicus Pictor, curato da Alessandro Zuccari e pubblicato da Skira, che raccoglie gli Atti del Convegno del 2006 sull’artista: qui l’allora vescovo di Civitavecchia Carlo Chenis si lancia in un sermone imbarazzante, a cui davvero manca solo l’Amen finale, dal titolo La concezione artistica del Beato Angelico attraverso il magistero di tre papi contemporanei, in cui, in un concentrato di retorica stucchevole, si attaccano le «riduzioni illuministiche» degli studi contemporanei sull’Angelico - delegittimando così proprio gli studi che nell’ultimo secolo, liberandolo da lacrime e visioni, ci hanno restituito l’immagine più autentica dell’artista; in cui si ritiene che «l’indagine deve essere condotta nei parametri di un’ermeneutica religiosa e perciò nell’alveo del magistero cattolico»; in cui, a fronte di rimandi continui a Pio XII[4], Paolo VI e Giovanni Paolo II - noti storici dell’arte e rinomati specialisti del Beato Angelico - non se ne fa uno ai tanti fondamentali studi di storia dell’arte che hanno gettato luce sull’opera angelichiana; in cui si scrive che sono non le riflessioni storiografiche, ma i «moniti pastorali» a poter dare la «chiave ermeneutica» per comprendere l’artista; e in cui si crede di dimostrare – sempre attraverso le prediche dei papi e lo sfruttamento dell’Angelico – «come l’arte sia subordinata alla morale».
Non mi soffermo oltre, che non ne vale la pena. La questione essenziale è: il sermone del vescovo, pur nella sua mediocrità, è lecito; ciò che non è lecito - direi inaccettabile - è che una roba del genere venga pubblicata in un libro di Storia dell’arte che, in quanto tale, con la propaganda cattolica non dovrebbe avere niente a che spartire.

Per concludere voglio ribadire il punto essenziale: mentre, per comprendere il Beato Angelico, i sermoni di papi e vescovi sono cose perfettamente inutili se non dannose, la monografia del laico e comunista Argan è invece assolutamente essenziale.
E se, il giorno in cui andrò a visitare San Marco dovessi guardavi in maniera sbalordita e magari un po' irrisoria mentre vi inginocchiate in preghiera davanti agli affreschi del convento, beh, non stupitevi.



[1] Il saggio, uno dei più importanti della bibliografia sull’Angelico, venne pubblicato da Skira in lingua francese. Introvabile da troppi anni, lo potete trovare, in biblioteca, nella altrettanto introvabile raccolta di scritti di Argan sul Rinascimento, Classico Anticlassico, edita da Feltrinelli.
[2] E’ nella seconda edizione delle Vite che Vasai, in ossequio al nuovo clima controriformistico, calca la mano sul misticismo dell’Angelico, mettendo da parte alcune delle essenziali considerazioni (sul rapporto con Masaccio, per esempio) espresse in precedenza.
[3] Il titolo di questo post è un omaggio a quello, geniale, che Eugenio Battisti diede alla sua recensione della monografia di Argan: L’Angelico senza aureola.
[4] Molto interessante questo ricordo di Argan: «Fatto sta che il papa, che allora era Pio XII, decise di fare un discorso all’apertura della mostra centenaria dell’Angelico, nel ’55. E poiché quella è gente seria, si fa portare tutta la bibliografia sull’argomento per documentarsi, e capisce subito che interpretare l’Angelico laicamente come un politico-religioso era anche dal suo punto di vista più importante che rappresentarlo come un imbambolato in attesa di visioni celesti. Tutto il suo discorso all’apertura della mostra dell’Angelico in Vaticano è praticamente una recensione del mio libro» - da G.C.Argan, Un’idea di Roma – intervista di Mino Monicelli, Editori Riuniti 1979

6 commenti:

  1. Interessante, preciso, chiaro, puntuale... complimenti per il post. Il Beato Angelico è un pittore che sa essere mistico e razionale allo stesso tempo e la sua razionalità va storicizzata nel contesto di uno dei momenti più felici della storia dell'arte, quel Rinascimento dove spesso e volentieri anche le esigenze della pittura religiosa (che rappresenta la totalità della produzione dell'artista, aspetto di cui bisogna tener conto: era un frate e lavorò quasi esclusivamente per una committenza religiosa) avevano pari dignità a confronto della razionalità che stava nascendo, cosa di cui spesso si dimentica chi tenta di piegare l'arte del Beato Angelico a una propria visione.

    Oltre al Museo Nazionale di San Marco consiglio a te, se ancora non ci sei stato (e in generale a chi legge) una visita al Museo Diocesano di Cortona, uno dei musei allo stesso tempo più interessanti e meno frequentati che conosca.

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    1. Grazie Federico! - il fatto che l'Angelico ha dipinto solo opere di soggetto cristiano l'ho puntualizzato proprio per non sottovalutare il fondamentale lato "mistico" della sua arte.
      Il tuo consiglio lo seguirò con molto piacere, anche per l'importantissima Annunciazione angelichiana lì conservata :)

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  2. Se ti sei innamorato del Beato Angelico senza ancora aver visto il Convento di San Marco non oso immaginare cosa ti succederà quando ci andrai :-)

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    1. hai ragione, me lo chiedo anche io! :D

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  3. non sei ancora stato al convento di San Marco????????? un peccato gravissimo, per uno storico dell'arte

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    1. Se sei tu a dirmelo mi sento ancora più in colpa, ma rimedierò quanto prima! ;)
      comunque sono tanti i posti che non ho mai visitato, altrettanto gravi.

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