lunedì 21 ottobre 2013

Wind e la pericolosità dell'arte

Arte e anarchia di Edgar Wind è un superclassico della storia dell’arte pubblicato per la prima volta giusto cinquant’anni fa; è un libro che, lo ammetto, mi sta mettendo in difficoltà: nel senso che sono così tanti i suoi punti per me inaccettabili che, nel parlarvene, non so da dove cominciare.
In questo post vedremo uno di questi punti: l’arte come pericolo indomabile e, al contrario, l’arte contemporanea come ben domato pericolo.

Edgar Wind


Il punto di partenza di Wind è che l’arte, in quanto fenomeno dell’immaginazione, è una cosa pericolosa. Nell’affermare ciò lo studioso si rifà a tutta una tradizione che da Baudelaire risale fino a Platone: «L’arte è – abbiamo il coraggio di ammetterlo – una faccenda scomoda, e scomoda soprattutto per l’artista stesso. Le forze dell’immaginazione, dalle quali egli trae ogni suo vigore, possiedono una loro energia, dirompente e capricciosa, che l’artista deve sapere amministrare con prudenza. Se egli concede troppa liberà alla propria immaginazione, essa può sfrenarsi e distruggere lui e la sua opera, per eccesso».
L’artista vive quindi in uno stato di pericolo che riguarda se stesso e chi gli è attorno: Platone ha paura di lui, capisce – anzi, crede - che in lui si condensano forze difficili da dominare, e quindi lo vuole fuori dai confini della città, esiliato con tutti gli onori.
E Wind ci crede davvero, nonostante tutte la professione di prudenza, al fatto che i momenti artisticamente più significativi siano anche quelli socialmente più devastanti: «Se lo sprigionarsi delle forze immaginative è una minaccia per l’artista, […] la stessa minaccia incombe quindi su di noi, anche se in misura minore, quando partecipiamo all’esperienza dell’artista»; e aggiunge: «Ho sentito uomini eminenti e intelligenti discorrere sull’Arte e la Società, o sull’Arte e lo Stato. […] Per loro, l’argomento fondamentale era questo generoso presupposto: che la massima diffusione possibile dell’arte può produrre soltanto un’azione benigna e civilizzatrice».

Su questo punto bisogna distinguere due livelli:
1) certo, non è detto che a grandi periodi artistici rispondano grandi periodi socio politici[1] - lo dimostra, per esempio, il primo Novecento; ma come si può anche solo immaginare un nesso tra, per esempio, Hiroshima e il grado di immaginazione liberato dalle Damoiselle d’Avignon? Le correnti artistiche possono preparare e presagire certi eventi infausti – il Futurismo che in parte annuncia il Fascismo, per esempio – ma solo in quanto appartengono integralmente a un sistema sociale di cui fanno parte anche altri elementi (economici, politici, ecc.) altrettanto, e forse più, preparatori e determinanti.
Ma l'ipotesi che sia l’arte in quanto tale a essere socialmente pericolosa è il frutto di un pensiero decisamente romantico, o, più semplicemente, di un determinismo di bassissima lega.
2) E a parte questo, se anche fosse vero che a grandi periodi artistici non corrispondono grandi periodi sociali, è altrettanto vera un’altra cosa: che la più ampia diffusione della storia dell’arte, dunque della conoscenza dell’arte, è un enorme impulso allo sviluppo della civiltà: non credete che una vera conoscenza del patrimonio culturale italiano, con tutti i concetti di democrazia, bene comune, memoria collettiva che lo accompagnano, renderebbe l’Italia e gli italiani migliori di quello che sono attualmente? Io lo credo ardentemente: non per niente il progressivo deperimento della storia dell’arte nelle scuole italiane è una delle più grosse disgrazie che sia capitata al nostro sistema scolastico – e non per niente facciamo di tutto per difendere il nostro patrimonio culturale, che se fosse un pericolo potrebbe anche andare allegramente al diavolo!

Da qui Wind giunge a un’idea fondamentale per l’economia del suo discorso:«Siamo inondati da mostre, ci rimpinzano di libri d’arte […]. E’ diventato ormai rarissimo il caso della persona che, messa di fronte a un linguaggio pittorico per lei insolito, si permetta di deriderlo, come se fosse lo scherzo di un buffone che non sa disegnare. Simili insofferenze ci sono oggi felicemente risparmiate», perché il pubblico «ha ormai sviluppato una forte immunità alle esposizioni. L’arte è così bene accetta perché ha perso il suo pungiglione».
Ma sarà poi vero? Non so quale fosse l’ambiente sociale e culturale in cui viveva Wind, ma io tutto questo rispetto per l’arte, nel pubblico dei “profani”, non ce lo vedo più di tanti: credo che chiunque di noi si sia trovato almeno una volta a dover difendere il Cubismo o l’Astrattismo dalle solite sentenze idiote questa non è arte, questi sono imbrattatele, o ancora questo è solo mercato e speculazione. Insomma, non è affatto vero che l’arte ha perso il suo pungiglione, o che l’arte in tutte le sue forme – specie se contemporanee e specie se anticlassiche - sia sempre bene accetta: è vero l’esatto contrario.
Inoltre, cosa dire del fatto che la storia dell’arte è l’argomento di cui tutti si sentono in diritto di parlare? Contrariamente a quello che potrebbe pensare Wind, io ritengo che il grido di battaglia del giovane Aby Warburg sia, purtroppo, ancora attuale: «Noi della generazione più giovane vogliamo far progredire la scienza dell’arte al punto che chiunque parli dell’arte in pubblico senza averne una conoscenza approfondita e specifica sia considerato ridicolo come quelli che discorrono di medicina senza essere medici»[2].

Ad Reinhardt, Abstract Painting, 1963, New York, MOMA


V’è inoltre un punto da non sottovalutare: Wind, parlando dell’addomesticamento di un’arte incapace di pungere, si riferisce alle avanguardie storiche, l’arte del primo Novecento; ma il suo saggio è del ’63: dunque è normale che l’arte di «Arp, Picasso, Rouault e Klee» non crei più scandalo, sia del tutto digerita – ma anche no, non del tutto, come dicevo.
A dimostrare l’infondatezza dell’ottimismo di Wind basta inoltre pensare che, nello stesso periodo in cui redigeva le sue tesi, Frank Stella veniva considerato un delinquente[3], i Black paintings di Ad Reinhardt erano sottoposti ad atti di vandalismo da parte del pubblico[4], e, se non ricordo male, qualcosa del genere avveniva anche a Lucio Fontana - e le cose oggi non vanno meglio, se pensiamo a quanto è successo alla Galleria L’Opera di Roma (clicca QUI).


Frank Stella fotografato nel 1964 da Ugo Mulas nel suo studio di New York mentre realizza Quathlamba


Ora, secondo Wind l’arte viene spostata ai margini da una società che prende come guida e modello la scienza, diventando così una cosa superflua; addirittura l’arte contemporanea «perde […] il suo legame diretto con la nostra esistenza», si chiude in se stessa, non ha più rapporti con la realtà sociale e diventa “pura”. A mio avviso tutto ciò è palesemente falso - oltre che puramente formalista - e segna il punto in cui maggiormente la riflessione di Wind si allontana da una comprensione piena dell’arte del Novecento.
Ma di questo me ne occuperò in un’altra occasione.




[1] Lo notava già Roger Fry in un saggio in molti punti illuminante, L’arte e la vita, di cui presto vi parlerò.
[2] Lettera del 1888, riportata da C.Cieri Via in Nei dettagli nasosto- Per una storia del pensiero iconologico, Carocci 2009.
[3] Vedi Riccado Venturi, Black paintings, eclissi sul modernismo, Electa 2008.
[4] Ibid, pag.9.

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