lunedì 18 novembre 2013

Iconografia, iconologia, lana caprina

J.Vermeer, Allegoria della Fede, 1673 ca. New York, Metropolitan Museum of Art.
"Le personificazioni sono per lo più figure femminili [...] Si presentano vestite o ignude,
hanno quasi sempre con sé alcuni oggetti e/o piante e animali (attributi) che possiedono
significati particolari e raccontano qualcosa del carattere o delle qualità del concetto
astratto rappresentato".



L’Introduzione all’iconografia dell’olandese Roelof Van Straten, tradotta in italiano da Jaca Book nel 2009, è proprio ciò che il titolo promette: una introduzione, anzi, un’ottima introduzione, a uno dei più vecchi e ricchi campi d’indagine della storia dell’arte. Il dettato di Van Straten, semplice e conciso, chiaro in ogni punto, rende la lettura piacevole e istruttiva; inoltre, l’appartenenza dell’autore a un clima culturale diverso dal nostro, rende il tutto più stimolante e, in un certo senso, eccentrico – basti vedere la bibliografia consigliata.
Particolarmente, oltre all’ultimo capitolo dedicato a ICONCLASS, è la prima parte a meritare di essere letta, perché spiega chiaramente alcuni dei termini tipici della ricerca iconografica – personificazioni, allegorie, simboli – nonché i modi e le fasi in cui questo tipo di ricerca viene approntata.

Insomma, a questo libro non si può muovere nessun appunto.
Tranne uno, a ben vedere, su una questione che, in realtà, è in buona parte solo terminologica - questioni di lana caprina, appunto. E dunque: qual è la differenza tra iconografia e iconologia? Dove il confine tra le due discipline? E infine – problema più interessante – l’iconologia a quale branca del sapere appartiene?


T.Boeyermans, Anversa come protettrice delle arti. Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Junsten.
"un'allegoria nell'arte figurativa è una rappresentazione in cui una personificazione appare impiegata in combinazione
con una o più personificazioni o figure; insieme possono essere coinvolte in un'azione".


La questione è abbastanza inutile perché Van Straten, nel mettere in discussione tutte queste cose, fa riferimento alla famosa tripartizione dell’interpretazione storico artistica messa a punto da Panofsky nel momento in cui egli teorizzava (o meglio, sistematizzava) il metodo iconologico[1].
Von Straten il sistema di Panofsky - tranne che per qualche piccolo e marginale aggiustamento – lo accetta e lo fa suo. Solo che decide di inserire una quarta fase dell’interpretazione: quarta fase che però, onestamente, non aggiunge niente a quanto già proposto da Panofsky.
In pratica, quella che per quest’ultimo è l’iconografia in senso più profondo, quella cosa cioè che si occupa del significato “profondo” delle opere d’arte, l’iconologia appunto, è per Van Straten ancora iconografia: è l’iconografia a occuparsi del “senso più profondo” delle opere , e non l’iconologia. A una condizione, però: che il significato profondo dell’opera sia intenzionale, cioè intenzionalmente voluto e inserito dall’artista.
Ora: capite che stiamo parlando del nulla? Chiamatela come vi pare, chiamatela anche Nonna Papera, l’importante è che del significato profondo (se c’è!) qualcuno se ne occupi, e al diavolo le etichette.


Isack Elyas, Allegra compagnia, anni '20 del Seicento. Rijksmuseum, Amsterdam.
"Nelle scene di genere, comprese di solito tra le rappresentazioni simboliche, il significato profondo è spesso
incorporato nelle cose (oggetti, piante, animali e segni) che fanno parte del quotidiano, e la cui presenza nella rappresentazione appare in certa misura ovvia. Non sempre, dunque, in casi del genere si è realmente avvertiti che vi è
di più di quanto si osserva in superficie".


La domanda più interessante è: ma allora, di che cosa si occupa in realtà l’iconologia?
Secondo Van Straten essa si occupa di un eventuale “senso più profondo” non intenzionale, cioè non intenzionalmente voluto dall’artista: «Nella fase iconologica andranno pertanto indagati, idealiter, gli aspetti della società, di carattere non storico-artistico, che possono aver influenzato l’artista: quei valori che presumibilmente non era intenzione dell’artista inserire […] E’ evidente che gli sviluppi scientifici, sociali, religiosi, storici e filosofici della società sono di importanza estrema per l’interpretazione iconologica».
Innanzitutto, non vedo per quale ragione togliere all’iconologia la pertinenza di quello che rimane uno dei temi ricorrenti della sua storia, l’analisi del concetto di intenzione[2]; inoltre, nell’operazione di Van Straten l’iconologia non diventa altro che pura e semplice storia sociale dell’arte. Ora, se è vero che tra queste due branche della storia dell’arte ci sono molte affinità, e che anzi la storia sociale dell’arte è stata profondamente influenzata dalla ricerca iconologica e su essa si innesta[3], è altrettanto vero che non c’è nessun motivo che giustificherebbe un’unione forzata di due metodi ben codificati e strutturati.


Il punto è che quello di Van Straten non è che l’ennesimo tentativo di escludere l’iconologia dalla storia dell’arte: solo che questa volta l’attacco non viene dagli avversari tipici – formalisti e conoscitori, ma da un iconografo. Egli infatti aggiunge che «lo storico, soprattutto quello della cultura, è forse più preparato dello storico dell’arte ad affrontare l’indagine iconologica», in quanto la domanda a cui l’iconologia cerca di rispondere non è una storico artistica, ma storico culturale: a mio avviso anche quest’ultima considerazione lascia il tempo che trova, perché credo che qualsiasi domanda posta a proposito di un’opera d’arte, con la sua relativa risposta, appartiene alla storia dell’arte.
Quindi diciamolo chiaro: l’iconologia, in quanto disciplina programmaticamente di confine, può sconfinare anche nella storia della cultura; ma essa rimane pur sempre un metodo della storia dell’arte, uno dei più privilegiati.
Lo stesso Panofsky, d’altronde, evidentemente conscio dell’obiezione, scriveva che «Certo, il rischio di prendere le mosse dalla storia dell’arte e finire per perdersi nella storia della cultura […] è sempre dietro l’angolo, ma credo di esserne immune».[4]




[1] Ovviamente il riferimento è a Iconografia e iconologia, che si trova sia nel classico Studi di iconologia che nell’altro classico Il significato delle arti visive – se non siete avvezzi a leggere Panofsky, il saggio ve lo consiglierei di leggere nella versione del secondo libro.
[2] Vedi Silvia Ferretti, L’intenzione dell’opera, EUM 2009
[3] vedi quanto sostiene Antal a proposito del ruolo di anticipatore della storia sociale dell’arte svolto da Warburg.
[4] Lettera di Panofsky pubblicata nella bellissima introduzione di Pietro Conte a E.Panofsky, La scultura funeraria. Dall’antico Egitto a Bernini. Einaudi 2011

4 commenti:

  1. Ciao Mario!
    Come sempre, un post interessante, complimenti! Continua così...

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  2. Panofsky e la scultura funeraria!Sono interessata all'argomento,provvederò a reperire il libro.Grazie e complimenti per l'articolo.

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