lunedì 11 novembre 2013

Jan van Eyck secondo Liana Castelfranchi Vegas

J.van Eyck, Ritratto di uomo con il turbante (Autoritratto), 1433. Londra, National Gallery


«Lo studioso che si accosta a Jan van Eyck dovrebbe abbandonare saggiamente ogni certezza, persino ogni tentazione di raggiungere una certezza su questi problemi; ed è questa una severa prova per ogni studioso che cerchi di fare luce sull’artista amato, con il quale ritiene di avere ormai una lunga dimestichezza».
È con tale lezione metodologica, semplice e chiara, credo estendibile a tutta la storia dell’arte, che Liana Castelfranchi Vegas introduce la sua breve e affascinante monografia, edita da Jaca Book nel 1998, sul capostipite della pittura fiamminga, quel Jan van Eyck noto ai più per il capolavoro del Doppio ritratto dei coniugi Arnolfini. Un saggio introduttivo e diretto, denso nella sua brevità, che introduce brillantemente ai problemi di questo genio innovatore e problematico.

Già, problematico – si ricordi il passaggio dell’autrice citato poco sopra – in quanto solo 17 opere sono attribuibili a lui con certezza, e appartengono tutte al suo ultimo periodo (dal 1432 al 1439); bisogna inoltre considerare: l’annosa questione del rapporto col fratello Hubert, di cui non conosciamo nessuna opera certa; la carica innovativa tanto stupefacente da apparire quasi, come dire, fuori ogni contesto; e infine l’impossibilità di tracciare uno sviluppo evolutivo del suo percorso artistico, dato il ritorno al gusto cortese delle ultimissime opere – altra lezione metodologica, dato che qui il paradigma evolutivo, nel suo meccanicismo, scopre apertamente le sue falle.
E quanto fascino, in tutta questa vicenda: la bravura della Castelfranchi Vegas è anche nel saperlo restituire al lettore, perché il suo saggio non si ferma a un noioso riepilogo delle molteplici ipotesi interpretative susseguitesi nel corso dei decenni. Per quel che riguarda le miniature del Libro delle Ore Torino-Milano, a conclusione del riepilogo della varie proposte di datazione e attribuzione, la studiosa scrive che «Quei fogli rimangono sempre misteriosamente isolati nel panorama della miniatura e della pittura del tempo: le composizioni di interni e di paesaggio, la figura umana sentita come parte del paesaggio sono tutte novità strepitose, destinate a rimanere sostanzialmente senza seguito fino alla grande pittura di paesaggio e di interni del Seicento olandese».
V’è insomma, da parte della studiosa, un giudizio di valore, una spiegazione della grandezza di van Eyck, che accompagna i problemi di attribuzione e datazione rendendoli più significativi.

J.van Eyck, Nascita di S.Giovanni Battista, 1422-24. Miniatura dalle Ore
Torino Milano,
f.93v. Torino, Museo Civico.


Ma vengo a uno dei punti nodali del saggio, che è poi una delle questioni essenziali dell’arte di van Eyck: come mai questo artista passa dalla grande carica narrativa delle opere giovanili a quella pittura contemplativa, senza storia, immobile, della maturità? E’ il segno del fatto che le opere precedenti sono in qualche modo da ricondurre al fratello Hubert?
La soluzione, o meglio, la traccia indicata dalla Castelfranchi Vegas mi sembra molto interessante: «Di fronte alla molteplicità di indirizzi presenti nelle opere generalmente attribuite al periodo giovanile di Jan, ci troveremmo in presenza di un artista sotto l’impulso di geniali soluzioni sperimentali: questo impedisce di formulare cronologie troppo precise sulla base di un’evoluzione stilistica»; quest’ultima è da sostituire con «un percorso evolutivo diverso» che riguardi il mezzo espressivo o il tipo di opera – e infatti van Eyck è, se non l’inventore, il grande pioniere della pittura a olio, nonché l’inventore di generi nuovi come la piccola tavola di devozione privata e il ritratto borghese.

J.van Eyck, Madonna di Lucca, 1437-38 ca. Francoforte, Staedelsches Kunstinstitut


Proprio in merito a quest’ultimo punto, e conseguentemente alla presa d’atto delle notevoli incongruenze presenti nell’opera dell’artista (per esempio il realismo insistito degli interni architettonici, indagati fin nel dettaglio, in cui però vengono inserite figure troppo grandi – il simbolismo che convive col realismo estremo, quindi) la Castelfranchi Vegas conclude che «in Jan convivono espressioni stilistiche diverse e simultanee. […] Soprattutto è importante sottolineare come i due fondamentali “linguaggi” eyckiani, quello della massima concretezza realistica e quello dell’animazione delicata e lirica, non sono semplicemente alternativi ma sono dosati in modo molto vario e sottile, opera per opera».
Passaggio notevole, che davvero fa capire quanto grandi siano la grandezza e la complessità di questo artista.

J.van Eyck, Annunciazione (dittico), 1432-35 ca. Madrid, Fundaciòn Colecciòn Thvssen-Bornemisza



È proprio per sottolineare quest’ultimo punto che concludo questa modestissima recensione estrapolando un ultimo passaggio, in cui la Castelfranchi Vegas offre un’altra seria lezione metodologica, estendibile ancora una volta oltre il problema di Jan van Eyck: «È certamente segno di maturità critica da parte di ogni studioso, anche intimamente convinto della propria attribuzione, accettare che nessuna certezza assoluta possa dirsi acquisita. La storia dell’arte è, appunto, una disciplina storica e come tale ha un suo dinamismo evolutivo di cui lo studioso deve tenere conto: questo principio dovrebbe rappresentare per lui un costante rappel à l’ordre».

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