lunedì 2 dicembre 2013

Arte e storia: appunti su un saggio di Fry

Significant form, caricatura di Fry (a sinistra) e
Clive Bell realizzata da Max Beerbohm


Dopo questo breve post torno a occuparmi di Roger Fry, uno dei critici e teorici dell’arte a cui maggiormente mi sento legato, e specificamente di un saggio della maturità, L’arte e la vita, scritto nel 1917, molto bello e soprattutto rivelatore delle basi formaliste della sua esegesi artistica - non è un caso che lo studioso gli affidi il compito di aprire Visione e disegno.
Il problema è questo: qual è il rapporto tra l’arte e la storia[1]?
Non è di un problema metodologico che stiamo parlando - ovvero, se sia lecito interpretare le opere d’arte attraverso un approccio storicistico - ma di questioni più concrete: ci sono convergenze tra i movimenti della storia e quelli dell’arte? A una rivoluzione artistica risponde una rivoluzione nella società? Quale correlazione vige tra le due entità?

Innanzitutto una precisazione di metodo: «v’è senz’altro un notevole pericolo nell’accettare con troppa ingenuità l’atmosfera generale, l’ethos, che si sprigiona dalle opere d’arte in una data epoca. Così, quando osserviamo la cultura trecentesca di Chartres o di Beauvis avvertiamo subito l’espressione di un sentimento religioso particolarmente pieno di grazia, di una devozione sorridente e gaia che siamo tentati di accettare come l’atteggiamento prevalente del tempo, [ma] uno studio della Cronaca di Salimbeni […] o delle brutalità feroci dell’Inferno di Dante sono una necessaria smentita ad un tal piacevole sogno».
Dunque l’opera d’arte, importante documento storico, può essere, come tutti i documenti storici, di una validità solo parziale; di certo, necessitante di interpretazione e contestualizzazione. Così Fry aggiunge: «sembrerebbe dunque che la corrispondenza fra arte e vita, da noi affermata abitualmente, non sia per nulla costante e richieda molta attenzione prima di poter essere accettata».

Per dimostrare questa tesi lo studioso passa in rapida rassegna momenti fondamentali della storia dell’arte dal Tardoantico in poi. Prendendo in esame la fine del XII secolo fa notare come, a un movimento storico di reazione «che distrusse le promettenti speranze di […] libertà di pensiero e di vita», corrisponde la fioritura del Gotico che è invece la naturale prosecuzione, il naturale progresso, delle ricerche artistiche dei secoli precedenti: «in breve, il cambiamento nell’arte si svolse in una direzione opposta a quello della vita. Mentre nella vita la direzione del movimento fu  nettamente rivolta all’indietro, nell’arte procedette su una via continua e diritta».
Ma allora da cosa dipende lo sviluppo dell’arte? Da quella nozione che tanto è importante nella critica formalista: la logica interna[2] dello sviluppo artistico, del tutto avulsa dalla storia: «il cambiamento nell’arte è soltanto lo sbocciare di certi effetti a lungo preparati».
Più avanti lo studioso aggiunge - è un passaggio che vi propongo per intero perché rivelatore: «Mi vado sempre più convincendo che se consideriamo questa speciale attività spirituale dell’arte, la troviamo talvolta senz’altro aperta all’influenza della vita, ma per lo più contenuta in sé, e notiamo il ritmico succedersi dei suoi mutamenti determinati più da forze interne e dal riadattarsi entro di essa dei suoi propri elementi, che non da forze esterne. Ammetto, naturalmente, che essa è sempre più o meno soggetta a mutamenti economici; ma queste sono condizioni della sua esistenza piuttosto che dirette influenze. Ammetto pure che, sotto certe condizioni, i ritmi della vita e dell’arte possano coincidere con grande risultato per entrambe; ma, per lo più, i due ritmi sono distinti e a volte agiscono uno contro l’altro».

Una delle cose più belle di Fry, che si nota anche nel passaggio appena citato, è che egli non è mai chiuso in schemi mentali precostituiti; in lui c’è una aderenza al fatto artistico che risulta, alla fine, più importante dei sistemi teorici astratti[3]: fortunatamente Fry non è filosofo, ma storico dell’arte.
Così, nel caso del Rinascimento, non ha nessun problema ad ammettere che, in quel caso specifico, le cose sono andate diversamente: «allora l’arte e le altre manifestazioni dello spirito umano si trovarono in perfetta armonia, in alleanza diretta, e a questa armonia possiamo attribuire molto dell’intensità e della sicurezza di sé nell’opera dei grandi artisti rinascimentali».


Caravaggio, Decollazione del Battista, 1608, La Valletta (Malta), Oratorio della Cattedrale di San Giovanni


A questo punto mi concedo un’ escursione fuori dal tema che qui sto affrontando; ma è una escursione doverosa, perché ci mostra l’estrema modernità della critica d’arte di Roger Fry.
Questo saggio è del ‘17, un periodo in cui l’arte barocca non era certo amatissima dagli storici dell’arte: basti pensare che l’avanguardistico Che cos’è il Barocco? di Panofsky[4] (di cui ho parlato QUI) è del 1934.
Ebbene, ecco cosa scrive Fry:«Giungiamo qui [col Barocco] a un’altra curiosa mancanza di corrispondenza tra arte e vita, perché nell’arte abbiamo una violenta rivoluzione seguita da una profonda, strenua lotta fra gli artisti. Questa rivoluzione fu inaugurata dal Caravaggio, che per primo scoprì le sorprendenti possibilità emotive del chiaroscuro, affermando così una nuova forma di realismo, in senso moderno, ossia l’accettazione di ciò che è grossolano, comune, squallido o indistinto nella vita». E aggiunge: «all’influenza del Caravaggio possiamo attribuire non solo gran parte dell’arte di Rembrandt, ma tutta quella corrente in favore dell’impressionismo stravagante e pittoresco che culminò nel movimento romantico del XIX secolo».
Fry quindi intuisce, accompagnando autonomamente le intuizioni di Roberto Longhi, la carica anticipatrice dell’arte caravaggesca rispetto alle tendenze avanzate della pittura ottocentesca[5].

Alla rapida ricostruzione storica della prima metà del saggio segue una seconda parte in cui il Nostro si concentra sui problemi dell’arte contemporanea, perché è questa che gli interessa maggiormente: la storia dell’arte è soprattutto uno strumento di avvicinamento al problema più assillante, «la relazione del movimento moderno dell’arte con la vita» - e per movimento moderno Fry intende ciò che è avvenuto da Cézanne in poi. Ma su tutta questa problematica sorvolo.
Nella conclusione del saggio, pur rilevando le analogie tra arte e scienza nella situazione del suo tempo, Fry ritiene che mai prima il rapporto tra arte e società è stato tanto labile: «l’arte diventa tanto più pura quanto il numero di persone cui essa rivolge il suo appello diventa minore»; e nel rilevare questa distanza Fry vede bene[6]- una situazione, d’altronde, che non riguarda la sola pittura: basti pensare alla musica d’avanguardia degli stessi anni.

Ma noi, lettori del 2013, come possiamo concludere? Che per quanto Fry possa aver ragione nel constatare che rivoluzione e reazione nei due ambiti dell’arte e della storia non vanno necessariamente di pari passo, l’idea di una logica interna alla storia dell’arte che si estranei dalla storia culturale, sociale, politica, è indubbiamente da ricusare, essendo entrambe – l’arte e la storia – il prodotto di uno stesso protagonista, l’uomo.
Ma, a dire il vero, con le obiezioni si cade nell’ovvio; d’altronde, sono passati quasi cento anni dalla pubblicazione del saggio, e da tempo si è capito che la logica interna è una magnifica illusione, una delle fantasie più affascinanti dell’estetica formalista. Un’illusione bella e, credo, per certi versi ancora utile, nel momento in cui ci costringe a fermarci sul problema specifico della storia dell’arte, le opere; la storia è però una realtà ineliminabile la cui concretezza fatalmente uccide i sogni.




[1] Fry non usa mai questo vocabolo, ma quello, evidentemente sinonimo, di vita.
[2] Fry in realtà non usa apertamente tale nozione; ma non credo di sbagliare a “mettergliela in bocca”: il senso del suo discorso ben si attaglia ad essa.
[3] Cosa su cui giustamente insiste Electra Cannata nella sua bella introduzione a Visione e disegno, l’unica edizione italiana dell’opera, datata 1947 e praticamente introvabile. Mi auguro che qualche casa editrice si metta la mano sulla coscienza.
[4] Ristampato in Tre saggi sullo stile, Abscondita 2011
[5] Ma in realtà la questione è assai più complessa di quanto avevo pensato in un primo momento! Infatti Giovanni Previtali, nell’introduzione al Caravaggio di Longhi, Editori Riuniti 2006, ci informa che Fry aveva già espresso un giudizio elogiativo nel 1905: a quella data Fry parlava di Caravaggio come del «primo artista moderno, […] il primo realista», l’artista più importante nello sviluppo dell’arte moderna. Ma, rendendo più complessa la questione, Previtali aggiunge, alla nota 6, che il giudizio di Fry sull’artista cambiò poi radicalmente: infatti nel 1922 Caravaggio diventa «il vero fondatore della Royal Academy, del Salon, e di quasi tutta l’arte del Cinema»- e con quest’ultimo accostamento Fry non intendeva certo fare un complimento a Caravaggio.
[6] In un saggio di pochi anni precedente, Arte e socialismo, pure inserito in Visione e disegno, Fry aveva affrontato temi molto simili. In ogni caso tengo a precisare che io, alle tesi della asocialità dell’arte contemporanea, non credo affatto.

3 commenti:

  1. E' stato un buongiorno svegliarmi con questo articolo. :)
    Mi potresti specificare "logica interna"? Vale a dire se quell'illusione che intendi dell'estetica formalista sia quella dell'autonomia dell'arte stessa, che non può essere estrinsecata secondo le modalità del linguaggio verbale. In una frase: alla forma risponde la forma.
    Grazie e al sicuro mi leggerò il Fry!

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    1. Ciao, e grazie per i complimenti ;)
      La logica interna è quell'idea per cui la storia delle forme artistiche si sviluppi senza condizionamenti esterni (sociali, culturali, economici); una storia di "pure forme" le cui caratteristiche cambiano e/o si ripetono autonomamente. Vedi, per esempio, la "storia dell'arte senza nomi" di Woelfflin, punto essenziale della riflessione formalista.

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    2. "Giovanni Previtali, nell’introduzione al Caravaggio di Longhi, Editori Riuniti 2006, ci informa che Fry aveva già espresso un giudizio elogiativo nel 1905: a quella data Fry parlava di Caravaggio come del «primo artista moderno, […] il primo realista»" - quale e' il titolo di questo saggio di Fry dal 1905. Cerco di trovare questa informazione da qualche settimana, senza i risultati...

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