lunedì 9 dicembre 2013

Drammatico Monet

C.Monet, Covoni, fine estate, 1890-91. Chicago, Art Institute



Sembrerà paradossale, ma io credo che una delle correnti artistiche maggiormente misconosciute dal pubblico, che pure immancabilmente si accalca alle mostre che ne riportano in qualche modo il nome, sia l’Impressionismo. Non credo, anzi, che esista un momento della storia dell’arte che più ha subito gli effetti della disinformazione di massa, di quella pseudo cultura che si nutre di pseudo mostre ed eventi effimeri: il corollario è la massa di poster e puzzle e pittori della domenica che con le loro croste falsamente monettiane ci imbrattano ancora oggi i muri di casa. Ci si è, voglio dire, talmente abituati all’Impressionismo che lo si ama senza motivo[1].
Tutto ciò in passato mi influenzò enormemente: di tutta la storia dell’arte contemporanea niente mi sembrava più scontato e banalmente ovvio dei quadri di Monet: e cosa vuoi che ci sia di problematico, mi dicevo? Grosso errore, perché sono pochi gli artisti complessi, inquieti e tormentati come Monet: dietro quella che sembra una bellezza facile, ci sono in realtà un coinvolgimento e una problematica complessi.
Si può quindi dire che dietro la fulminante definizione di Cézanne per cui «Monet non è che un occhio, ma mio dio, che occhio!»[2], c’è una enorme matassa da districare.


Claude Monet


Mon histoire, il libretto pubblicato da Abscondita nel 2009, raccoglie, tra le altre cose, un’intervista e alcuni pensieri dell’artista: è un volumetto preziosissimo e sorprendente proprio perché svela, tramite le sue dirette parole, il lato drammatico e contrastato di questo pittore e della sua pittura. Ed è in particolare la fase matura della sua attività, quella che parte dagli anni ’80 in poi, a essere ben illustrata dalla raccolta di pensieri: illustrata e svelata nella sua complessità, contro alcune letture riduttive che di essa si sono avute[3].
«A volte sono spaventato dai colori che devo usare , ho paura di essere terribile; […] è atroce la luce», scrive nel 1884; pensiero emblematico di quanto la ricerca luministica sia un problema che l’artista vive come dramma integrale; e infatti nel 1890 scrive un qualcosa di tragicamente estremo: «Sono nero, profondamente disgustato dalla pittura. E’ una tortura continua. Non speri di vedere del nuovo, il poco che ho potuto fare è distrutto, raschiato o bucato». Il facile Monet, insomma, è artista perennemente insoddisfatto che giunge a distruggere le sue tele: vedete bene, allora, come la ricerca impressionista sia un qualcosa di realmente complesso e drammatico. Monet giunge a parlare di incubi in cui le cattedrali colorate gli crollano addosso!

C.Monet, Passeggiata sulla scogliera a Pourville, 1882. Chicago, Art Institute


Il punto è che i problemi tipici dell’Impressionismo - la realizzazione del motivo, la resa della prima impressione luminosa e del pulviscolo atmosferico – sono un qualcosa di estremamente complesso da risolvere anche a un livello più prosaicamente fattuale; «Voglio dipingere l’aria nella quale si trovano il ponte, la casa, il battello. La bellezza dell’aria in cui sono, e la cosa è non meno che impossibile. Oh, se potessi contentarmi del possibile», ammette l’artista nel 1887, e ammissioni di impotenza segnano tutto l’arco della sua carriera, insieme alle prese di coscienza delle difficoltà sempre nuove e diverse poste dai diversi brani paesaggistici approcciati: l’Impressionismo non consiste insomma in una serie di formulette aprioristiche applicabili a prescindere ma, al limite, in una procedura da verificarsi di volta in volta.
D’altronde «Il motivo è per me insignificante; quel che voglio riprodurre è quanto c’è tra il motivo e me», dunque un qualcosa di sfuggevole, mutevole, e dalla casistica infinita.


C.Monet, Waterloo Bridge, effetto di sole, 1902. Zurigo, collezione Buehrle.


Per chiudere questo piccolo post, voglio riportarvi un passaggio che Meyer Schapiro scrive nel suo libro-capolavoro L’Impressionismo. Riflessi e percezioni[4]: «Ogni angolo dell’opera è compenetrato dall’emozione; la mano di Monet palpita, e impone a ogni pennellata, a ogni centimetro della tela l’emozione iniziale. Alle forze che configgevano all’interno della sua natura – e noi sappiamo che tali forze esistevano, ed erano molto profonde – non era concesso di penetrare nel dipinto nei termini di corrispondenti opposizioni, polarità o alternative. Al contrario, la pienezza e la forza dell’emozione si manifestano dovunque in modo facile e armonioso. Pochi pittori nella storia hanno posseduto così pienamente come Monet una simile capacità di espressione lirica».




[1] Lo stesso discorso, ovviamente, lo si può fare per il Rinascimento, specie quello definito maturo (etichetta che personalmente aborro), o per casi come Caravaggio.
[2] Riportato da Ambroise Vollard nel suo libro su Cézanne, e ripreso poi da Joachim Gasquet - ora riportato in M.Doran, Cézanne. Documenti e interpretazioni, Donzelli 1995. Ringrazio enormemente Elisa Genovesi per il prezioso aiuto nella ricerca della citazione.
[3] Penso soprattutto a Lionello Venturi, gran detrattore di ciò che Monet ha dipinto dopo il 1880. Per quanto io ami Venturi, il suo giudizio su Monet mi sembra inaccettabile – ve ne parlerò meglio qualche altra volta.
[4] Pubblicato da Einaudi nel 2008. Credetemi, se c’è un libro di storia dell’arte che merita di costare 38 euro, è questo!

Nessun commento:

Posta un commento