lunedì 25 marzo 2013

G.C. Argan, intellettuale e storico dell'arte

Giulio Carlo Argan durante una conferenza
in una sede del Partito Comunista Italiano,
metà anni '80.

Credo che la mia generazione (sono dell’87) sia stata una delle ultime ad aver avuto il privilegio di studiare la storia dell’arte, alle scuole superiori, sul manuale di Giulio Carlo Argan[1] - purtroppo, aggiungo, perché non pochi manuali che l’hanno sostituito al confronto impallidiscono, dato che propongono una storia dell’arte didascalica e a-problematica (vi segnalo questo articolo).
Nel corso degli anni il mio rapporto con gli scritti del grande storico dell’arte è continuato e si è approfondito: da sempre lo annovero tra i miei “maestri ideali” – sul blog, la traccia più visibile di quanto appena detto è la recensione, che mai come ora mi sembra superficiale e da riscrivere, a uno dei suoi capolavori, L’Europa delle Capitali (clicca qui).
Capite dunque che l’acquisto del volume Giulio Carlo Argan. Intellettuale e storico dell’arte, uscito da poco presso Electa, era per me obbligato. Qui infatti sono raggruppati «gli atti dei due convegni tenuti a Roma in occasione del centenario della nascita dello storico dell’arte (ai Lincei nel 2009 e alla Sapienza nel 2010)», come recita il retro di copertina dell’opera.
Si tratta di un vero e proprio mattone, cinquecento e passa pagine densissime in cui, ad alcuni tra i più autorevoli e noti esponenti della nostra disciplina - affiancati, come vi dirò meglio in seguito, da giovani studiosi - viene dato il compito di analizzare la figura e l’opera di Argan. Il tutto è affidato alla cura di Claudio Gamba, e non poteva esserci scelta migliore.

Parliamoci chiaro: il volume costa 44 euro, una cifra che non è facile sborsare a cuor leggero, specialmente se si è studenti. Ma credetemi sulla parola: se c’è un libro di storia dell’arte per cui vale la pena risparmiare, tirare la cinghia, mettere pian piano i soldi da parte, ebbene, trattasi proprio dell’opera in questione.
Giulio Carlo Argan. Intellettuale e storico dell’arte è sicuramente uno dei più bei libri di storia della critica d’arte che abbia mai letto.

Ora, non aspettatevi da questa recensione un’analisi di qualche saggio: in primis perché non saprei quali selezionare (soprattutto, quali escludere), e poi perché credo che una cosa del genere annoierebbe sia voi che me. Preferisco chiedere: che cosa il libro restituisce di Argan? Cosa, sulla sua biografia intellettuale, offre di nuovo e inaspettato, anche a chi, come me, crede (o meglio, credeva) di conoscerlo abbastanza bene?

In primis, Argan come figura poliedrica, multiforme.
Incredibile la molteplicità di ambiti di cui si è interessato e in cui è riuscito a scrivere pagine memorabili. Sapevo, per esempio - per aver letto i suoi articoli sull’argomento raccolti nel bellissimo Occasioni di critica[2] - che forte in lui era l’interesse per la tutela del patrimonio culturale, ma non immaginavo che tale problematica fosse tanto importante, tanto impellente da rimanere punto fermo e costante di tutto il suo percorso di studioso, dagli anni giovanili fino agli ultimi come senatore; né sapevo che, nella creazione dell’Istituto centrale per il Restauro, il suo ruolo, anche da un punto di vista teorico, fosse stato tanto cruciale.
Altra grossa sorpresa: Argan come importante studioso dell’arte neoclassica e della scultura di Canova, oltre che del settecento inglese - tutti ambiti per cui, lo ammetto, provo un misto di disinteresse e repulsione. Ora Argan mi costringe, con la sua posizione, non a rivedere ciecamente l’ opinione che di questi fenomeni mi ero fatta solo perché l’ha detto lui (cosa che sarebbe totalmente antiarganiana), ma a ritornare sulla questione, a riconsiderarla, ad affrontarla in maniera più approfondita e consapevole.
Insomma, l’Argan che ci viene restituito è non solo figura poliedrica, ma figura problematica: problematica perché ci pone, e ci ripone, problemi che non avevamo considerato o che credevamo già risolti.
D’altronde, basta un elenco veloce e sommario dei concetti fondamentali della sua critica d'arte per capire quanto essa sia complessa e difficile, e proprio per questo stimolante e salutare: revival, rettorica, persuasione, fare, lavoro, morte dell’arte, progetto

Quello che il volume lascia, quindi, è primariamente una voglia straordinaria di leggere o rileggere gli scritti di Argan[3], a partire da quel magnifico saggio del ’69, La storia dell’arte, che torna costantemente in queste pagine come il testo teorico più importante dello studioso - e io, detto di sfuggita, non concordo con la lettura riduttiva che ne offre Orietta Rossi Pinelli. Ma certo, qualcosa che non convince del tutto è sempre facile trovarla: quando nella sua bellissima prolusione Maurizio Calvesi ha accostato l’attività di sindaco di Roma di Argan a quella di Alemanno, mi è venuto spontaneo immaginare Argan mentre si rivoltava nella tomba.

Nicola Carrino, Logo del Comitato Nazionale Argan, 2009

C’è poi un altro aspetto che rimane: la statura morale, oltre che intellettuale, dell’uomo Argan. Ovviamente ci sono tante cose della sua vita che tale statura la evidenziano più chiaramente, ma a me, in questo senso, hanno colpito i suoi rapporti di amicizia con Emilio Vedova e Cesare Brandi: in un mondo in cui i rapporti umani possono dipendere da un tweet o da un commento su Facebook interpretati male, vedere legami che rimasero inflessibili nonostante le incomprensioni su questioni importanti (interpretazioni della propria arte non condivise da parte di Vedova, approcci inconciliabili al problema del razionalismo architettonico con Brandi), ci dice molto della grandezza di questi personaggi, e riesce perfino malinconicamente sorprendente.

Il volume è diviso in più sezioni; e, oltre ai saggi, non mancano né le belle immagini (specie nell’ultima sezione, in cui è pubblicata la mostra didattica su Argan curata da Gamba alla Sapienza), né le chicche, come le lettere che lo studioso si scambiava coi protagonisti della scuola iconologica.
Ma di tutto il volume ci tengo segnalarvi, in questa recensione, un’unica sezione. Una sezione che forse, da un punto di vista prettamente critico e teorico non è tra le più importanti, ma che è, a mio avviso, la più genuinamente arganiana di tutte.
Io l’uomo Argan non ho avuto la fortuna di conoscerlo, quindi quello che sto per dire pecca forse di presunzione; ma dalle testimonianze dei suoi allievi e dalle sue stesse parole, ne esce il ritratto di un intellettuale che, tanto legato al mondo della scuola e della formazione (e di una visione come la sua su questi temi si sente forte l’attualità, e la necessità), ha sempre guardato ai giovani con simpatia e affetto, con stima – tutto il contrario, quindi, del professorone snob. Quindi questa sezione, in cui vengono pubblicati i saggi di alcuni studenti della Sapienza che hanno affrontato le sue opere, credo sia davvero notevole: vi segnalo, tra gli altri, il contributo di Maria Chiara Mascia, Argan professore alla Sapienza attraverso i Verbali della Facoltà di Lettere e Filosofia (1959-67), uno dei saggi in cui la statura morale e intellettuale del Nostro maggiormente viene illuminata.

Mi sarebbe piaciuto concludere così questa recensione. Ma una postilla polemica è d’obbligo.
Perché quella voglia di leggere gli scritti arganiani di cui dicevo prima è frustrata dall’oblio a cui l’ editoria italiana li sta da troppo tempo condannando. Dopo che anche L’Europa delle capitali, ripubblicata da Skira nel 2007, è recentemente tornato fuori catalogo, l’unico libro di Argan che si trova in libreria è Walter Gropius e la Bauhaus[4]: classici come Studi e note, Salvezza e caduta nell’arte moderna, Progetto e destino, Classico e anticlassico, Arte e critica d’arte, Da Hogart a Picasso, Immagine e persuasione, oltre al già citato L’Europa delle capitali, sono rintracciabili solo nelle biblioteche o, ben che vada, nelle librerie antiquarie.
Questo fatto è non solo vergognoso, ma anche strano: perché Argan è uno degli storici dell’arte italiani più famosi anche a livello popolare, grazie al suo manuale; e perché in questi libri sono affrontati, in maniera tutt’altro che superata, argomenti che non hanno certo perso la loro attrattiva: il Rinascimento e il Barocco, l’arte e l’architettura degli ultimi tre secoli e il design…
Insomma, temo che, sotto questo aspetto, il centenario della nascita di Argan sia stata un’occasione sprecata.


Cliccate qui per ulteriori informazioni sul volume.



[1] Manuale che comunque ancora oggi non cessa di essere ristampato!
[2] Raccolta, curata da Bruna Contardi e pubblicata da Editori Riuniti nel 1981, degli articoli di Argan pubblicati su L’Espresso .
[3] Per cui non meravigliatevi se sul blog il nome di Argan comincerà a essere più ricorrente – a cominciare da un prossimo post in cui analizzerò la sua posizione nei confronti del Cubismo (una sorta di “preparazione” alla recensione della mostra sul Cubismo che si sta tenendo al Vittoriano di Roma).
[4] Ripubblicato da Einaudi nel 2010 con una nuova introduzione di Marco Biraghi.

lunedì 18 marzo 2013

Dio ci salvi da Luca Nannipieri!

Disegno di Luca Dell'Uomo, da
Dylan Dog n.11

Vi confesso due miei difetti; il primo è di ordine “informatico”: non sono il tipo che controlla la mail ogni giorno, anzi, a dire il vero non lo faccio quasi mai; mi annoia, non so spiegarvi bene per quale motivo. Devo però dire che, a volte, quando mi ricordo di controllarla, mi attendono simpatiche sorprese, mail inaspettate e curiose: e leggendo il post capirete cosa intendo.
Il secondo, di tipo caratteriale, è che quando una cosa mi indigna, in un primo momento reagisco con foga, d’istinto, non conto fino a dieci.

Stanotte, 12 Marzo 2013, controllando la casella mail, ho finalmente visionato il messaggio inviatomi dal Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino - nella persona di Francesca Briganti - situato nei pressi di Pisa, in cui mi veniva segnalato il recente articolo che Luca Nannipieri ha pubblicato su Il Giornale del 10 Marzo, dal titolo - che già vi fa capire di che tipo di prodigio intellettuale stiamo parlando - Una proposta-infarto: privatizzare la tutela dei beni culturali (lo potete leggere QUI).
Nannipieri, nella mail, viene presentato come “saggista”, il che vuol dire tutto e niente; io però questo nome già lo conoscevo: infatti costui in passato si è segnalato per la grandiosa proposta di inserire le biblioteche nei centri commerciali, per l’appoggio a progetti odiosi come la torre progettata da Pierre Cardin vicino Venezia, per gli attacchi a Salvatore Settis e per la vicinanza a individui Vittorio Sgarbi. 
Insomma, dato il titolo dell’articolo, e dato il personaggio, già partivo con la guardia ben alzata (e certo, il fatto che il pezzo comparisse su Il Giornale, il più immondo organo di propaganda berlusconiana, contribuiva ad atteggiarmi a quel modo): eppure, non pensavo che avrei letto una cosa tanto balorda, balorda e pericolosa.

1) L’articolo di Nannipieri butta letteralmente a mare la grande tradizione italiana di tutela del patrimonio culturale, quella tradizione che, sviluppatasi nel corso dei secoli e consolidatasi nell'ultimo attraverso i contributi di grandi personalità della storia dell’arte (e non), si era fondata sul principio che il bene culturale è bene di tutti, è cosa che appartiene ai noi cittadini italiani in quanto memoria storica e componente prima della nostra identità nazionale, del nostro essere collettività - ecco perché non può che essere lo Stato a occuparsi del patrimonio culturale, e con lui, in forme diverse, i cittadini che lo compongono: salvaguardarlo e, successivamente, valorizzarlo nelle forme più idonee è un dovere che non può essere delegato ad altri. 
Così tra gli articoli cardinali della nostra Costituzione c’è l’articolo 9 - che stranamente, incomprensibilmente, il nostro saggista non cita.
2) Il nostro Nannipieri fa riferimento esplicito a Kulturinfarkt, uscito in Italia nel 2009, e a un altro volume di prossima uscita scritto da autori francesi. Io non ho letto nessuno dei due libri, ma sinceramente mi fa ridere il fatto che vengano presi come modelli libri scritti in altri paesi, che si riferiscono alla realtà di altri paesi, e quindi al patrimonio culturale e al sistema culturale di altri paesi!
Insomma, ci saranno delle differenze sostanziali tra la realtà italiana e quella tedesca, oppure no? E inoltre, il patrimonio culturale italiano non è costituzionalmente diverso da quello degli altri paesi? Non è forse un caso unico? Viene facilmente da pensare che Nannipieri non abbia mai sentito parlare di concetti fondamentali, e tutti italiani, come tessuto connettivo, che identificano il nostro patrimonio: e dunque, è legittimo chiedersi se il nostro ideatore di proposte abbia una reale coscienza e conoscenza dell’argomento di cui tratta - dubbio che aumenta se si ripensa al silenzio sull’articolo 9.
3) Nel passaggio più agghiacciante del pezzo, il Nostro sostiene che «La vera riforma della Cultura avverrà quando si romperà il tabù su cui si è costruito il suo Ministero: la tutela del patrimonio». Ma allora, benedetto uomo, di cosa dovrebbe occuparsi il Ministero dei beni culturali? Inoltre, leggendo questo (lo ribadisco) agghiacciante passaggio, sembra che il Ministero davvero, in questi ultimi decenni, abbia tutelato il patrimonio culturale sempre e nella maniera più ferrea e intransigente (come sarebbe suo dovere!): è quindi evidente che il Nannipieri non deve aver sentito il rumore dei crolli a Pompei, né deve aver mai letto niente sulle continue offese al nostro patrimonio culturale che sempre più diffusamente si perpetuano su tutto il territorio nazionale, e forse dei vari Bondi, Galan e Ornaghi non ha mai sentito parlare (o forse li conosce, e, data la pattumiera di giornale che gli pubblica gli articoli, gli piacciono pure!).

Ma, a questo punto, ecco che Nannipieri cala l’asso, giunge al punto essenziale della proposta-infarto: «Una riforma lungimirante della Cultura deve invece portare all'abolizione del Ministero dei Beni culturali», in modo che l’esercizio della tutela possa diventare «il più possibile esternalizzata». Chiaro? Non una riforma, non un miglioramento del ministero e della sua macchina burocratica, partendo, come atto primo e inderogabile, dal posizionamento al suo vertice di una persona competente e qualificata dopo anni e anni di incompetenti: no, Nannipieri il ministero lo vuole abolire del tutto!
Ed “esternalizzare” cosa vuol dire? Vuol dire «permettere che le insorgenze del territorio possano gestire e valorizzare anche economicamente i loro beni culturali, di concerto con le amministrazioni del luogo; le industrie culturali e creative devono far riferimento al Ministero dello Sviluppo economico e necessitano di un fisco meno invasivo». “Insorgenze del territorio”: e che diavolo significa? Capite quanto sia aleatoria questa definizione, che può attagliarsi sia al pubblico che al privato – senza peraltro specificare quale tipo di privato? E quanto il riferimento al Ministero dello Sviluppo economico sia figlio di quella sottocultura che ha visto nel patrimonio culturale primariamente una macchina per far soldi, che ha portato (e continua a portare) ai tanti sfaceli che conosciamo?

Ma, come a volte accade, il peggio sembra non aver mai fine: «ma il cambiamento più sostanziale è quello della tutela: le soprintendenze e gli istituti centrali per il restauro, che sono stati il tentativo, anche generoso, di una conservazione comandata dall'alto in modo unitario, dovranno essere gradualmente soppressi, a favore di professionisti privati della tutela che lavorano nei territori e che vengono chiamati alla preservazione o alla manutenzione ordinaria dalle amministrazioni locali o dalle comunità che li richiedono».
Qui, ancora una volta, Nannipieri sembra venire dalla Luna, e non sapere che l’infausto percorso di smantellamento delle soprintendenze è in corso da parecchi anni, e sembra un processo irreversibile: un processo che nega gli straordinari progressi che l’Italia ha compiuto nel corso del secolo scorso in materia di tutela (il sistema delle soprintendenze era il nostro fiore all’occhiello); che toglie dignità alla formazione dei giovani storici dell’arte che escono dalle università italiane e si vedono negare quello che, fino a qualche decennio fa, era il più naturale sbocco lavorativo; e sembra non sapere, il Nannipieri, che, a maggior ragione data la situazione attuale (tra scandali e ruberie varie), affidare la manutenzione del patrimonio culturale solo alle amministrazioni locali e alle loro eventuali richieste è follia, pura follia! 
E poi: se un monumento ha bisogno di un restauro e nessuno, alla regione o al comune o alla provincia, lo richiede? E ancora: chi sarebbero questi “professionisti privati della tutela”? Che significa precisamente questa formula? Dove si formano, e chi li forma, questi personaggi? E poi: come si può negare, come fa il nostro saggista, che il ruolo di coordinamento e controllo del glorioso Istituto Centrale del Restauro, è quanto di più importante si sia prodotto in Italia?
E inoltre, il Nannipieri, lo sa che gli enti locali sono tanto affidabili che ad oggi, l’unico Piano paesaggistico territoriale regionale è quello della Puglia?

Insomma: non è solo la proposta a essere da infarto, ma tutto l’articolo. Perché ce ne vuole di fegato e pelo sullo stomaco, per reggere l’urto della valanga di baggianate che Nannipieri è riuscito a inserire in così poche righe.

Nota a margine.
Se ho scritto questo post è stato anche perché, data la mail del Centro Studi, mi sono, in un certo senso, sentito chiamato in causa. Come dicevo, Nannipieri ne è fondatore e direttore, ma io questo l’ho scoperto solo successivamente, quando ormai già avevo risposto con una mail che chiedeva testualmente se «voi siete d’accordo con le scemenze che scrive Nannipieri?» (così vi ho spiegato il riferimento iniziale al mio carattere istintivo), perché davvero come cosa non mi era chiara.
La risposta è stata questa, testuale, inviatami stavolta da Elisabetta Schiavi: «certo che le condividiamo. E visto che Nannipieri non le dice al bar ma le scrive sui quotidiani nazionali, con il placet dei direttori, vuol dire che ci sono molti altri che le condividono»: insomma, se vieni pubblicato da un quotidiano (e che quotidiano poi!), se più direttori di giornale accettano le tue idee, e se tali idee trovano concorde qualcuno, allora sono automaticamente giuste, automaticamente fondate, intellettualmente valide. Questa la risposta del Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino.
Buono studio a tutti.

lunedì 11 marzo 2013

I Bruegel a Roma

Pieter Bruegel il Giovane, Trappola per uccelli, 1605
Brueghel- Meraviglie dell’arte fiamminga, in svolgimento in queste settimane al Chiostro del Bramante a Roma, è una mostra che, in un certo senso, mi mette in difficoltà: perché mi fa porre la domanda se sia lecito parlare bene di una mostra che, in definitiva, mi è piaciuta molto poco.
Una domanda a cui, a dire il vero, rispondo subito e con relativa facilità: dei due livelli attraverso cui si può giudicare una mostra, quello negativo è, in questo caso, il meno importante ai fini di una valutazione oggettiva.

Personalmente buona parte delle opere presenti all’esposizione non mi sono piaciute; di più, mi hanno a dir poco annoiato: in modo particolare, tutta la serie di quadri floreali, che da un certo punto in poi diventano dominanti, li ho visti seguendo alla lettera il consiglio baudeleriano secondo cui le mostre si devono visitare camminando velocemente; inoltre, di tutta la serie di dipinti -già seicenteschi- con personaggi di vario tipo immersi in paesaggi naturalistici, ho un ricordo ben più che vago.
Pieter Bruegel il Vecchio e bottega, Resurrezione, 1563
A questo devo aggiungere la delusione forte provata nel constatare che dell’artista che davvero mi interessa di tutta la scuola dei Bruegel, il capostipite Pieter Bruegel il Vecchio, non era presente nemmeno un dipinto. In questa mancanza c’è l’unico vero (ma non certo piccolo) difetto dell’ esposizione: non si può, a mio avviso, proporre una storia della dinastia dei Bruegel senza un’ampia presenza di colui che, oltre che capostipite, rimane l’artista principale della famiglia- non basta, insomma, una unica opera (una Resurrezione del 1563 realizzata con la collaborazione della bottega) a far venire meno questa critica.
Inoltre, dato che Pieter Bruegel il Vecchio è l’artista più famoso e conosciuto della famiglia, il titolo della mostra può risultare ingannevole: nel senso che, appunto, ti fa credere che di Pieter il Vecchio ci siano un bel po’ di cose! Sarebbe quindi bastato far precedere l’articolo i alla parola Brueghel per rendere il tutto più chiaro e sincero.
Insomma, la mostra, dal punto di vista delle opere esposte, non mi è piaciuta- e forse non sarebbe il caso di dire che non è stata la mostra in sé a non piacermi, bensì i quadri esposti alla mostra?

Questa domanda non mi sembra del tutto oziosa, perché, nonostante il difetto appena menzionato e lo scarso feeling coi quadri, io, in tutta onestà, non posso dire che questa sia una mostra mediocre; di più: dal mio punto di vista, questa è davvero una mostra splendida!
Pieter Bruegel il Giovane, Danza nuziale all'aperto, 1610
Quest’ultima affermazione è un controsenso, dato quello che ho scritto prima? Non credo: perché, oggettivamente, al di là dei gusti personali in fatto di pittura, qui abbiamo:
1) un corpus di opere davvero ricco; talmente corposo da offrire per davvero una storia esauriente della dinastia dei Bruegel (ma, ripeto, solo a partire dai figli di Pieter il Vecchio!) in cui vengono illustrate connessioni, incontri, collaborazioni, sia con pittori giovani destinati a lasciare il segno (su tutti Rubens, che collabora con Jan il Vecchio) che con generi pittorici accolti nel corso dei decenni (basti pensare ai dipinti floreali di Jan il Giovane);
2) una disposizione dei quadri rigidamente cronologica, con tutta la chiarezza che essa comporta, accompagnata da didascalie e cartelli chiarificatori e scritti bene-tanto più necessari in una mostra come questa, in cui è molto facile confondersi nel frastagliato albero genealogico bruegeliano;
3) l’illuminazione delle sale e delle opere è fatta come dio comanda! Ora, se avete avuto anche voi la ventura di visitare un po’ di mostre del Vittoriano (luogo che, se non fosse che offre piatti troppo appetitosi -ma a volte indigesti sotto più punti di vista- sarebbe da boicottare), sapete benissimo quanto sia fastidioso dover danzare di fronte al quadro per evitare il riflesso del neon sulla pellicola pittorica o, peggio ancora, sul vetro che le fa da schermo; tutto questo, nel Chiostro del Bramante, non succede! L’illuminazione delle opere è generalmente perfetta, e questo è tanto più encomiabile, viste le grandi differenze di dimensioni e tecniche (i disegni, addossati alla parete, non soffrono affatto tale collocazione).

Insomma, i 12 euro del biglietto vi conviene spenderli o no? Non so cosa rispondere: diciamo che tutto dipende dai vostri gusti artistici. Se però volete capire come è fatta una mostra seria (sono quindi in generale  disaccordo con la ferocestroncatura di Edoardo Sassi), proprio a livello organizzativo ed espositivo, allora avviatevi con fiducia alla volta del Chiostro.

lunedì 4 marzo 2013

Elezioni 2013: quale futuro per il tema della Tutela?



Una settimana dalle votazioni; una settimana in cui ho potuto verificare se lo scoramento politico che mi attanaglia dal 2008 (quella volta me ne restai a casa) poteva essere almeno parzialmente sopraffatto. Cosa mi aspettavo? Oh, niente di eccezionale, nessuna rivoluzione, nessun PD a guidare il cambiamento: semplicemente, speravo che il popolo italiano mostrasse finalmente un minimo di orgoglio, di dignità, di coscienza civile; insomma, speravo che la pagina buia del berlusconismo si chiudesse definitivamente.
Evidentemente, chiedere cose di questo tipo agli italiani è davvero troppo.

Altre illusioni non ne avevo, men che meno per quel che riguarda uno dei temi cruciali del presente e del futuro del nostro Paese: la questione del patrimonio culturale!
Tema cruciale? Ma davvero? In realtà della tutela del nostro patrimonio storico, artistico, e paesaggistico, non frega un accidente a nessun politico: avete sentito qualcuno che parlasse di questi temi? I politici vi hanno dato l’impressione di essere sensibili all’argomento?
Certo, mi direte, Monti ha candidato la Borletti Buitoni, ex presidente del Fai: ma è chiaro, a chiunque conosca un minimo i fatti di quest’ultimo anno, che Monti è una prostituta che cerca di spacciarsi per vergine dopo anni passati sulla strada (il suo ministro Ornaghi, secondo Salvatore Settis, costituisce, insieme a Bondi e Galan, il micidiale «terzetto che, fosse stato a Firenze nel Quattrocento, sarebbe riuscito a insabbiare il Rinascimento»- clicca QUI), e la Borletti Buitoni una che, semplicemente, ha perso la faccia - e forse un po’ l’ha fatta perdere anche all’Istituzione benemerita di cui era presidente.

Giuliano Volpe
Eppure un residuo di speranza c’era,  Sinistra Ecologia e Libertà.
Perché dico questo? Perché Vendola è l’unico politico che parla di cultura, di beni culturali, di paesaggio; può farlo anche in modi sbagliati o contestabili o non del tutto appropriati, ma questo è un altro discorso: quel che conta è che, nel deserto della politica, lui a questi argomenti ha sempre dato peso.
E lo ha dimostrato in pieno, candidando in Puglia, per il Senato, Giuliano Volpe.
Volpe è il Rettore dell’Università di Foggia, uno che è riuscito a far crescere questo Ateneo dopo gli sfaceli fatti dal suo predecessore; ed è uno stimato archeologo (clicca qui per una breve biografia) che si è sempre occupato, in maniera seria e professionale, impegnata e battagliera, della tutela del patrimonio culturale.
Insomma, finalmente una persona competente e qualificata, non uno dei tanti buffoni che vediamo al vertice del Ministero dei beni culturali da vent’anni a questa parte!

Certo, Volpe non avrebbe potuto fare miracoli; anzi, considerando la melma in cui sarebbe capitato, forse non avrebbe potuto far niente. Ma l’idea che una persona come lui potesse entrare al Senato mi esaltava: almeno una voce inflessibile e competente che parlasse di cultura e patrimonio culturale l’avremmo avuta!
E invece no: Volpe, secondo nella lista di SEL, non è stato eletto (anche a causa di quella vergogna che chiamano porcellum), nonostante il suo radicamento nel territorio, la sua visibilità, e una campagna elettorale fatta come si deve.
In Puglia, udite udite, ha vinto Berlusconi: ed è così che mi chiedo in quale postaccio mi tocca vivere!- si, “postaccio”, perché non so come potrei chiamare un luogo in cui la grande maggioranza degli abitanti vota per quella parte politica che la Regione l’aveva quasi mandata allo sfascio; per quella parte politica il cui più noto e influente esponente locale, Raffaele Fitto, ex governatore, è stato appena condannato a quattro anni di carcere, ridotti a uno solo grazie all’indulto - e non fatemi dire niente sul fatto che anche in Puglia la Lega Nord ha preso voti, perché in questa sede non voglio bestemmiare!

Insomma, un anno e mezzo fa furono i cosiddetti “tecnici” a deludermi definitivamente, quando, invece di Settis, Monti decise di fare ministro dei beni culturali l’incompetente Ornaghi (già, quella volta mi illusi davvero fino all’ultimo, ingenuo idiota che sono stato!); questa volta sono stati i cittadini pugliesi a deludermi: evidentemente non gli importa molto che la loro regione, anche da un punto di vista storico e artistico, è un qualcosa di unico, per qualità e quantità e differenziazione delle realtà che ospita (si parte dall’Antichità di Arpi, a Foggia - sulla situazione sconvolgente di questo gioiello vi parlerò presto, nel frattempo leggete questo articolo di Manlio Lilli- e si giunge al Barocco di Lecce, passando per il Romanico del centro-Nord e le testimonianze longobarde, bizantine e angioine; per non parlare poi delle bellezze paesaggistiche).

E ora, cosa ci prospetta il futuro? Niente di buono, chiaramente: instabilità e incertezza; quel che è certo è che ci muoveremo tra l’inettitudine del PD, l’incognita del Movimento 5 Stelle, e l’insulto all’intelligenza umana che prende il nome di PDL/Lega Nord, che, oltretutto, esce da queste elezioni rinvigorito, tutt’altro che morto, e più minaccioso che mai - unica nota positiva: i centristi baciapile hanno ricevuto uno schiaffo di dimensioni quasi bibliche.
Quel che è certo è che la questione della Tutela del patrimonio culturale rimarrà dov’è ora: nel cestino dei vari uffici e delle varie commissioni - già, perché su questi temi il Movimento 5 Stelle, che pure ho votato alla Camera, non mi convince neanche un po’ (clicca QUI).
E personalmente la prospettiva, tanto invocata in rete, di trovarmi Matteo Renzi a capo del centrosinistra, mi fa rabbrividire non poco: lo sappiamo bene che lui è una delle più grosse disgrazie mai capitate al patrimonio culturale di Firenze.