lunedì 27 gennaio 2014

Il problema di Baxandall - gli umanisti e la pittura

Quando parliamo di un grande studioso come Michael Baxandall, autore di una vasta bibliografia, credere di aver capito il problema principale che in modi diversi ne ha informato la produzione scientifica può essere azzardato.
Nondimeno, penso – in linea con quanto sostiene Francesco Peri - che ci sia un tema ricorrente in Baxandall, un nodo teorico costante che rimane anche oggi come problema vivo per la storia dell’arte: è il tema tormentoso del rapporto tra la visione concreta dell’opera d’arte e il bagaglio di aspettative culturali con cui ci avviciniamo ad essa, due mondi che tra loro si scontrano e pongono dunque tutta una serie di difficili domande: è possibile una visione pura dell’opera, cioè non condizionata da fattori esterni al fatto visivo? E in che modo le nostre esperienze culturali ed esistenziali, il nostro stesso sapere, influiscono sulla ricezione? E dunque non è del tutto illusa una prosa che creda di star davvero parlando dell’opera figurativa, in una impossibile fuga dalle limitazioni imposte dal linguaggio verbale?
Prima di continuare, vi segnalo il vecchio post L’ultimo capolavoro di Michael Baxandall, in cui ho parlato di questi temi; temi che Baxandall ha affrontato fin dal suo primo libro, Giotto e gli umanisti, edito nel 1971 e pubblicato in Italia da Jaca Book, dal lungo e significativo sottotitolo: Gli umanisti osservatori della pittura in Italia e la scoperta della composizione pittorica. 1350-1450.

Innanzitutto un chiarimento: non lasciatevi ingannare dal titolo, perché questo non è un libro su Giotto; anzi, qui non si parla di nessun artista in maniera monografica o troppo specialistica. Ciò che viene tentato da Baxandall è mostrare come un sistema linguistico e culturale ben decodificato possa condizionare l’apprezzamento delle opere e, di più, la loro stessa ricezione: e ciò è verificato attraverso il caso specifico del rapporto degli umanisti - da Petrarca a Leon Battista Alberti - con l’arte figurativa.
Perché può interessarci il modo in cui degli eruditi - che spesso non avevano nemmeno un vero interesse per l’arte figurativa - parlavano di pittura? Perché, per esempio, uno sguardo alle preferenze dei contemporanei - gli umanisti, appunto - ci dice che le opere che erano realmente apprezzate non erano quelle dei protagonisti dei nostri moderni manuali di storia dell'arte; questo fatto, dunque, non può che portarci a una seppur parziale revisione della storia dell’arte del primo Quattrocento, o almeno a riconsiderare ampiamente il contesto artistico generale del periodo: «Uno dei fatti più sconcertanti della storia dell’arte del ‘400 è che gli umanisti indirizzarono elogi a Pisanello più che a ogni altro artista della prima metà del secolo; da questo punto di vista – che sembra poi quello fondamentale – fu Pisanello, e non Masaccio, l’artista “umanistico”».
Aggiungo: come può tutto ciò non farci riflettere sulla natura dinamica  della storia dell’arte in quanto disciplina scientifica, capace di evolvere i propri giudizi di valore in maniera spesso radicale?

Pisanello, San Giorgio e la principessa, anni trenta del Quattrocento. Sant'Anastasia, Verona.



Il punto che però interessa Baxandall è spiegare il perché di questa strana preferenza (strana per i nostri occhi masacceschi) : «… ne fosse conscio o meno, l’opera di Pisanello sembra in qualche modo concentrare una serie di inviti ai più comuni topoi umanistici – mongoli e uccelli per la varietà, interi serragli per la catalogazione categorizzata e decorativa, scorci impressionanti per l’ars, serpenti e patiboli per quanto concerne i principi del riconoscimento che provoca piacere. C’è una vera conformità tra lo stile narrativo di Pisanello e quel tipo di pertinenza narrativa assunta nelle descrizioni degli umanisti».
Insomma, il caso di Pisanello – o di un Gentile da Fabriano – è paradigmatico, e in un certo senso estremo, di come il modo di vedere, considerare, analizzare, descrivere un’opera d’arte dipenda da fattori estranei ad essa: nel caso di molti umanisti la descrizione della pittura diventa soprattutto un banco di prova in cui esercitare i modelli di scrittura classici, modelli che formano in maniera determinante il background estetico umanistico, con buona pace di una visione diretta e concreta dell'opera. Pisanello ben si attagliava a quel modello, per questo era maggiormente apprezzato e meglio capito.

L’ultimo capitolo del libro Baxandall lo dedica a uno dei nomi ricorrenti nei suoi studi: Leon Battista Alberti, anche qui indagato non per la sua opera artistica, ma per la portata straordinaria delle sue ipotesi.
Nel contesto del discorso umanistico sulla pittura, l’Aberti del De pictura si pone come definitivo punto di svolta in senso duplice: perché per la prima volta (tolti sporadici casi precedenti), abbiamo un umanista seriamente interessato alle arti figurative, e che ben le conosceva anche per via di una diretta esperienza operativa; e poi perché, complici anche i tempi più maturi, con l’Alberti l’apprezzamento umanista si evolve, passando dai pittori tardogotici e fiamminghi, a quegli artisti – non solo e non tanto pittori – che noi oggi consideriamo come gli eroi del primo Rinascimento.
Per chiudere rimanendo sull’Alberti, sono convinto che quest’ultimo capitolo del libro di Baxandall sia una lettura propedeutica necessaria per chi voglia affrontare l’impresa della lettura del De pictura, libro estremamente difficile sotto diversi punti di vista, punti di vista che Baxandall svela egregiamente.


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