lunedì 6 gennaio 2014

Secondo Futurismo e revisionismo storico

U.Boccioni, Serata futurista, 1911. Collezione privata. Sul palco, da sinistra: Boccioni, Pratella, Marinetti, Carrà, Russolo



Dire che la storia dell’arte è una disciplina fondata sulle rivalutazioni non credo sia troppo esagerato; coi cambi del gusto e gli aggiornamenti metodologici, gli studi sono giunti a rivalutare epoche intere e artisti bistrattati, dall’arte medievale a Piero della Francesca, fino a Caravaggio e Cézanne. Si potrebbe anche aggiungere che la miglior prova della vitalità di una disciplina storica è nella quantità e nella qualità di rivalutazioni che, contro i pregiudizi che l’avevano dominata, riesce a proporre.
C’è però un rischio: quello del revisionismo storico negativo che, per ansia di innovare, per bisogno di stravolgere, arriva all’eccesso opposto: quello della supervalutazione. Quando questo avviene c’è davvero di che rimpiangere i vecchi preconcetti, i vecchi giudizi.
Un caso di revisionismo storico negativo con conseguente supervalutazione è quello a mio avviso del secondo Futurismo.

Se avete fatto attenzione ai festeggiamenti per il centenario futurista, nel 2009, avrete notato la drammatica frattura vigente in una parte della critica contemporaneista italiana: una divisione più o meno netta tra chi ritiene che il momento essenziale del Futurismo sia quello che va dalla fondazione, nel 1909, alla morte di Boccioni e Sant’Elia al fronte, nel 1916, e tra chi sostiene che tutto quello che è venuto dopo, il cosiddetto secondo Futurismo, abbia la stessa dignità e importanza storica. La seconda posizione è quella dei revisionisti.
Tale frattura è risultata chiara a proposito delle mostre celebrative: mentre quella romana alle Scuderie del Quirinale si concentrava esclusivamente sul Futurismo originario, con particolare attenzione alle opere di Boccioni[1], quella milanese, che non a caso aveva tra i curatori Giovanni Lista, era onnicomprensiva, considerava il Futurismo come un qualcosa di unitario che finisce solo con la morte di Marinetti nel 1944.
È necessario precisare una cosa essenziale: e cioè che tale dualismo è tutto italiano, poiché all’estero non si è mai messo in dubbio che il momento essenziale della stagione futurista finisce nel ’16 – non a caso la mostra romana, quella filo boccioniana, era organizzata in collaborazione con il Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra. Per inciso, questa negazione internazionale del secondo Futurismo, com’è facile intuire, rappresenta uno smacco per i revisionisti italiani[2].

A mio modesto avviso il secondo Futurismo, fenomeno storico dai tempi lunghi, presenta alcuni aspetti molto interessanti – il Tattilismo, per esempio – e altri superflui – in primis l’Aeropittura, negazione di quella complessità concettuale ed estetica che la pittura futurista era riuscita a conquistare. In generale si può dire che il movimento comincia ad andare oltre i medium tradizionali, giungendo ad approcciare il cinema e la radio.
Ma questi sconfinamenti sono un portato esclusivo del secondo Futurismo? Certo che no: le serate futuriste, che tanto influenzeranno i dadaisti fino alle più recenti performance, sono gli esponenti del Futurismo originario a crearle. E non è nemmeno del tutto vero che, nella prima fase, il movimento rimane legato ai medium artistici tradizionali: basti pensare al polimaterismo di Boccioni o alla straordinaria invenzione dell’Intonarumori di Russolo.
Sia come sia, il punto è che le due fasi del Futurismo appartengono a stagioni artistiche diverse: in quella di Boccioni la necessità di procedere “oltre il quadro” cominciava appena a essere sentita ed è soprattutto teorizzata, in un discorso profondo che darà i suoi frutti internazionali di lì a pochi anni. Internazionali: sì, perché lo sconfinamento non è una caratteristica esclusiva del secondo Futurismo - Duchamp e i dadaisti, tra gli altri, in quello stesso giro d’anni cominciavano a entrare in scena. C’è dunque tutto un clima a cui il secondo Futurismo partecipa, non da celebrità assoluta, ma da comprimario.

Il punto essenziale che rappresenta per la validità del secondo Futurismo nel suo insieme una seria ipoteca, è il legame indissolubile col Fascismo: questo è un fatto che il revisionismo tende incautamente a sottovalutare. Ma come può il movimento di Marinetti, parte integrante della cultura fascista, appartenere in maniera ancora credibile al sistema dell' avanguardia, che è intimamente e radicalmente rivoluzionario? Ha ragione la Nigro Covre quando afferma che «è proprio questo fatto che non si può minimizzare: la caduta dell’utopia comporta proprio la caduta di una componente fondamentale dell’avanguardia[3]».
Per cui è necessario ribadirlo: sul secondo Futurismo pesa una clausola ideologica ineliminabile che, connessa com'è alle questioni di ordine estetico e teorico[4], lo pone almeno un gradino sotto al primo Futurismo, il Futurismo – questo sì – eroico. Con buona pace di chi è giunto a sostenere il contrario.

Dunque quando sentiamo la necessità di rivalutare è necessario essere misurati, e non lasciarsi prendere dalla febbre della rivalutazione. L’esempio migliore di giusta misura lo offre proprio lo studioso che prima di tutti comprese la grandezza di Boccioni e i cui studi sull’argomento rimangono, a distanza di decenni, punto di avvio imprescindibile: Maurizio Calvesi. E dico questo perché tra i primi a iniziare una seria rivalutazione di Marinetti, di Balla, e poi del secondo Futurismo[5], è stato proprio questo studioso tanto accusato di essere il fautore primo del "boccionicentrismo". Tale accusa dimostra quanto i revisionisti abbiano a volte perso la misura.

Il presente post nasce come reazione alla bella notizia della mostra sul Futurismo che si terrà al Guggenheim di New York che, com’è chiarito dal titolo e dalle parole della curatrice, estende la sua attenzione fino al 1944 - clicca QUI. Lo penso davvero che sia una bella notizia: perché il secondo Futurismo è un momento della storia dell’arte italiana che non può essere gettato nel cestino e dimenticato, come colpevolmente è stato fatto per troppo tempo[6].
Ma quel che mi auguro è che negli Usa l’eventuale rivalutazione – che comunque l’incidenza che la mostra potrà avere è tutta da verificare - avvenga senza gli imbarazzanti eccessi che si sono visti qui da noi.




[1] Di cui venivano presentati alcuni dei suoi più celebri capolavori, tra cui quelli posseduti dal Moma di New York che mai prima avevano fatto ritorno in Italia.
[2] Tutte queste vicende le spiega benissimo Jolanda Nigro Covre in un suo bel libretto, Balla e Boccioni. Temi e problemi, Cleup 2004
[3] Op.cit
[4] E chi negasse questa intima connessione si porrebbe fuori un da un discorso storicamente fondato sulle peculiarità delle avanguardie storiche.
[5] Vedi i saggi sul Futurismo in M.Calvesi, Le due avanguardie. Dal Futurismo alla Pop Art, Laterza 1971. Peraltro non concordo con Calvesi quando sostiene che «il Novecento, non il futurismo, è stata l’espressione del ventennio»: perché se è vero che Marinetti in alcune occasioni si oppose ad alcune scelte dell’apparato fascista, specie nei primi anni, è altrettanto vero che sempre egli rientrò fedelmente nei ranghi.
[6] Vedasi, come esempio di tale censura, Le avanguardie artistiche del Novecento di Mario De Micheli, Feltrinelli 1959, un classico per certi versi superato (penso in primis al Futurismo), ma che come introduzione fa ancora la sua bella figura. Per una visione ancora più ristretta del secondo Futurismo vedasi G.de Marchis, Futurismo da ripensare, Electa 2007. Qui de marchis ritiene che il secondo Futurismo si estende solo dal 1916 al ’18 – aggiungo che questo saggio lo ritengo per tanti aspetti il più superficiale tra quelli che ho letto sul Futurismo.

1 commento:

  1. La rivalutazione del Futurismo è durata giusto per il centenario del suo manifesto.
    Ora Milano vuole buttare all'aria la città per riesumare i navigli in cui si specchiava l'insulso chiaro di luna, blaterando che la velocità è superata e ora si deve cercare la vivibilità attraverso cantieri interminabili. Scusate, stiamo lavorando per voi.

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