lunedì 13 gennaio 2014

Un Gombrich mediocre contro l'arte astratta

Ernst H. Gombrich


L’avvertimento di Gottfried Boehm mi è giunto troppo tardi: «Gombrich si è lasciato alle spalle i moderni e perciò non può imparare nulla da loro. Seppure faccia talora riferimento a questi ultimi lo fa solo nel senso di un’argomentazione negativa»[1]. Così, pur sapendo già che quello di Ernst H. Gombrich con l’arte del Novecento è un rapporto di odio e amore, devo ammettere di aver affrontato impreparato le tesi contro l’arte astratta che il grande studioso espone nel saggio di cui vi parlo in queste righe; voglio dire che non mi aspettavo un simile atto d’accusa, un simile tentativo di smontaggio, un astio così radicale - anche perché, in altri suoi studi che avevo letto e che toccavano qualcosa di molto vicino all’arte astratta (Cèzanne e Picassso nel bellissimo Psicanalisi e storia dell’arte[2], per esempio), un atteggiamento tanto sprezzante non lo avevo riscontrato (forse per ingenuità).
A scanso di equivoci e ipocrisie, scrivo subito che La moda dell’arte astratta del 1956, inserito non a caso nella raccolta A cavallo  di un manico di scopa[3]- dico non a caso perché questo è uno dei libri più polemici di Gombrich, contenente le stroncature delle opere di Hauser e Malraux- è uno dei saggi di storia dell’arte più deludenti, e per certi versi addirittura pericolosi, che abbia mai letto.

Lo studioso parte da un’ottica sicuramente condivisibile: «Se ci arrendiamo all’idea che nulla di quanto appartiene al futuro va criticato, questa nostra arrendevolezza non è che aiuti l’artista» ; è il diritto all’analisi critica che Gombrich rivendica, fatto naturale dato che stiamo parlando di un intellettuale che ha sempre indicato la razionalità come valore di riferimento per lo storico dell’arte[4]; e il discorso che ne deriva, relativo alla difficoltà dell’artista contemporaneo costretto in un ruolo che sia costantemente avanguardistico e foriero di novità, e che dunque ne riduce la libertà d’azione, è sicuramente interessante e meritevole d’attenzione.
Stesso dicasi per la constatazione che è «passato il tempo in cui si potevano scandalizzare i critici» : l’arte d’avanguardia ha osato a tal punto che  ormai il pubblico, smaliziato poiché abituato, accetta serenamente quel che gli viene proposto[5]; anche le forme più estreme di pittura e scultura[6] non fanno male a nessuno, vengono riassorbite senza problemi nel circuito culturale, e possono al massimo sperare di diventare moda.

I punti dolenti del saggio cominciano quando Gombrich scrive: «Cianfrusaglie sentimentali furono scambiate per l’Arte con la maiuscola. Questo disgustò gli artisti veri che si misero su una strada solitaria e pericolosa, trascurati dal pubblico e derisi. Ossia, questa almeno è la leggenda cara al movimento moderno e bisogna dire che essa è storicamente vera quel tanto che basta per far tacere chi sarebbe tentato di criticare e invece non lo fa per rispetto ai martiri del movimento». Lo studioso, mi si dirà, alla fine ammette la portata rivoluzionaria dell’avanguardia; ma allora perché usare il termine leggenda? Non sfuggirà poi il tono più o meno sarcastico – che, per inciso, caratterizza tutto il saggio.
Insomma, in questa frase assistiamo, a mio avviso, a un primo inizio di revisionismo storico artistico: tale impressione trova conferma più avanti.

«Il timore di trovarsi dalla parte sbagliata nel criticare l’arte in certi suoi aspetti inquina da troppo tempo ogni discorso razionale che se ne fa»: qui Gombrich, conseguentemente a quanto detto prima, mette in evidenza che il discorso sull’arte deve fondarsi su un ragionamento razionale, e aggiunge: «non vedo come si possa ragionare di teorie artistiche, e in particolar modo come si possa valutarle, se non si mettono alla prova, sperimentandole e discutendole, quanto più razionalmente sia possibile, in modo da stabilire quali siano le teorie che funzionano» . Tutto giusto, senza dubbio - anche se quello affidato allo storico è un ruolo di “giudice supremo” che a mio avviso mette in secondo piano la cosa più importante, la concreta realizzazione artistica.
Ma ecco che Gombrich cade in contraddizione, una contraddizione grave a livello metodologico, e che fa pensare che in realtà il suo appello alla razionalità sia soltanto di facciata.
Ecco cosa scrive: «Ma se paragono seriamente le mie razioni al migliore dei quadri “astratti” con le mie reazioni a una delle grandi composizioni in musica che hanno avuto una qualche importanza per me, allora l’arte astratta impallidisce e sembra retrocedere a una sfera puramente decorativa» . Questo, dunque, il vero metro di giudizio di Gombrich per giudicare l’Astrattismo: i propri gusti personali, che in quanto soggettivi non hanno nulla di oggettivo: nessun criterio, nessuna analisi, nessun controllo razionale, solo i proprio personalissimi e opinabilissimi gusti!
È dunque proprio il controllo razionale che “impallidisce e sembra retrocedere”: ecco la contraddizione, una contraddizione che porta alla conclusione, sconfortante e consequenziale, secondo cui  «nei manuali che insegnano come apprezzare l’arte si mette spesso in ridicolo, come tipica di profani, la famosa frase fatta: ”Di arte non me ne intendo, ma so che cosa mi piace”; grosso sbaglio perché proprio questo dovrebbe essere il modo di guardare all’arte astratta, escludendo completamente ogni nostro interesse storico».
Insomma chiunque, se si prendesse sul serio tale rivalutazione della “profanità”, potrebbe esprimere un giudizio fondato sull’arte astratta, di qualunque tipo esso sia, anche quello di chi ancora oggi, anno 2014, inorridisce di fronte ai quadri cubisti; la comprensione storica diventa superflua, il lavoro dello storico inutile e anzi dannoso perché impedisce l’apprezzamento estetico: l’arte diventa mero intrattenimento a cui una riflessione storica risulta addirittura nociva!
Ecco la pericolosità della contraddizione di Gombrich, di questo rumorosissimo scivolone.

Le conseguenze sono due tesi quantomeno discutibili, che riguardano direttamente lo specifico dell’Astrattismo.
La prima: la teoria dell’arte astratta «è più vecchia di quanto non si creda» e sarebbe riferibile al critico d’arte inglese Philip Gilbert Hamerton, che in alcune tendenze neoclassiche dell’epoca riscontrava un disinteresse, anzi, un vero e proprio astio, «per tutta l’arte che dipende in qualsiasi modo  dall’interesse suscitato dal soggetto» , giungendo a un formalismo intransigente che li porta, per esempio, a dipingere una donna senza provare «nessun interesse per lei personalmente; per loro ella è soltanto una certa combinazione bella e fortunata di forme, un’armonia e melodia impersonali, ma vista anziché udita» ; Hamerton conclude parlando di “astrazione artistica”.
Sorge un dubbio fondamentale: di quali opere parla Hamerton? Perché, se esse appartengono a quel neoclassicismo vacuo della seconda metà dell’Ottocento, mi chiedo quanto sia lecito parlare di Astrattismo. Non mi meraviglierei se scoprissi che tali opere sono in realtà più classificabili come formaliste, appartenenti cioè a quel vuoto formalismo classicista che con la complessità – anche umana[7] – dell’arte astratta non ha niente a che vedere[8].
Stiamo parlando, insomma, di cose troppo diverse; Hamerton non poteva sapere cosa sarebbe stata la vera arte astratta, ma Gombrich sì: se il primo dimostra argutezza nel parlare di “astrattismo”, il secondo superficialità e scarsa conoscenza.

Il fatto essenziale è che Gombrich, appunto, l’Astrattismo lo conosce in maniera superficiale, e rimane legato a interpretazioni di esso prevalentemente formaliste già all'epoca in forte via di superamento; non sa che esso è tutt’altro che disinteressato alle cose del mondo, ma che anzi nasce anche come discorso sociale[9]: gli esempi sono numerosi e importanti, e spaziano dalle avanguardie russe al Bauhaus, passando per Mondrian. Per non parlare dei motivi psicologici, spirituali, esistenziali propri del Bleu Reiter e dell’ Informale.
Gombrich quindi, data la sua visione attardata e distorta, vede teorie astrattiste dove non ci sono.
E in ogni caso, se anche avesse ragione, se anche quella fosse la prima teoria di un’ arte genuinamente  astratta, davvero la si potrebbe mettere all’origine di quello che è stato nella realtà dei fatti il fenomeno storico definito come Astrattismo? I primi astrattisti, autentici artisti-teorici, come ben sappiamo, hanno guardato altrove[10].

L’altra tesi, la più sballata.
«È possibile sostenere che il soggetto, il contenuto, conferisce alla pittura non tanto un “interesse estraneo” quanto un’altra dimensione che consente il formarsi di altri rapporti. […] qualcosa succede al “motivo” (che potrà essere un nudo, una natura morta o altro) quando viene tradotto […] in forme e colori; questo divenire fa parte della struttura complessa che chiamiamo pittura, e Picasso e Klee, per esempio, non se ne dimenticano mai» .
Il soggetto realistico, o almeno riconoscibile, è quindi necessario: senza di esso non si ha pittura; la pittura è esclusivamente arte imitativa: se le forme non “traducono” qualcosa di realistico e concreto, se esse rimangono autonome dall’imitazione, produrranno qualcosa di non classificabile come pittura. Di conseguenza la pittura astratta non è pittura.
Questa, semplicemente, è una tesi inaccettabile, che insieme all’Astrattismo riduce il significato della pittura tutta. Ecco quindi che quello che Gombrich espone in La moda dell’arte astratta è il suo concetto generale di arte figurativa: un concetto di una puerilità sconfortante.


Mark Rothko, Light Red over Black, 1957. Londra, Tate Gallery


In conclusione di questo pezzo, aggiungo questa grande opera di Rothko perché, mentre scrivevo, mi è venuto un dubbio in merito alla questione dell’arte astratta come moda. Insomma, questo saggio Gombrich lo scrive nel 1956, gli anni in cui nel mondo artistico occidentale si assisteva al trionfo dell’ Espressionismo Astratto e dell’Informale: non posso che chiedermi - con preoccupazione - a quali artisti Gombrich possa aver pensato mentre sosteneva che l’Astrattismo fosse ormai diventato una mera moda.






[1] G. Boehm, Il concetto iconico di Gombrich, in AA.VV L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich, Electa 2004
[2] In E.H.Gombrich, Freud e la psicologia dell’arte, Einaudi 1967
[3] Leonardo arte 1971
[4] Luca Bortolotti, Epistemologia storico-artistica. I margini della riflessione intorno alle arti visive nel progetto critico di E.H. Gombricj, in AA.VV…
[5] Su questa arrendevolezza del pubblico dei profani ho molti dubbi.
[6] Sottolineo i termini “pittura” e “scultura” perché altri generi artistici pochi anni dopo il saggio di Gombrich, del ’56, (happening, performance art ecc), sono stati davvero scandalosi, o disturbazionali, per usare un termine coniato da A.C. Danto nel bel saggio Arte e disturbazione, in A.C.Danto,  La destituzione filosofica dell’arte, Aesthetica 2008.
[7] Riprendo volutamente il titolo di un saggio tanto piccolo quanto splendido di Meyer Schapiro.
[8] Ma qui ritorniamo a un discorso già affrontato nel post su Wind (clicca QUI): l’endemica difficoltà dell’iconologia “classica” nel comprendere l’arte astratta, l'essenziale inutilità dei giudizi dei vari maestri dell’iconologia su questi argomenti; un atteggiamento che non ha fatto che aumentare il predominio delle letture formaliste dell’arte astratta. Ecco perché sono convinto che mai saremo abbastanza grati a quel grande intellettuale che è stato Schapiro, tra i pochissimi studiosi legati alla scuola iconologica “classica” da prendere in seria considerazione quando parliamo di arte del Novecento.
[9] Ancora un classico di Schapiro – che i vari Gombrich e Wind avrebbero dovuto conoscere: Natura dell’arte astratta.
[10] Anche a grandi nomi della storia dell’arte come Fiedler (clicca QUI) e Worringer.

2 commenti:

  1. Credo che ci sia una mala interpretazione del discorso di Gombrich. Il paragone con la musica (immateriale e astratta per definizione) fa parte di un discorso più ampio. Per quanto riguarda il pervertimento del senso di giudizio, causato da un'arte vissuta come ideologia, sarebbe interessante che si leggesse il saggio di Jean Clair su "La responsabilità dell'artista".

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    1. La ringrazio del consiglio. Per quanto riguarda invece il paragone della musica, anche rileggendolo continua a sembrarmi puerile - oltre che rivelatore (insieme ad altre cose di cui parlavo nel post) dell'atteggiamento di Gombrich.

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