lunedì 17 marzo 2014

Giotto "traditore" di san Francesco

Giotto, Approvazione della regola, 1290-92 ca. Assisi, San Francesco, Basilica superiore.



Per un caso fortunato qualche mese fa, mentre scandagliavo le bancarelle di libri vecchi all’esterno della Sapienza, ho potuto acquistare con un paio d’euro la splendida monografia che Eugenio Battisti dedicò a Giotto, pubblicata da Skira nel 1960 e tradotta in italiano qualche anno dopo. Ve ne parlo in questo post perché è una lettura davvero meritevole: se poi cercherete il libro in biblioteca, mi potrò ritenere pienamente soddisfatto.

Il tentativo di Battisti, esplicitato fin dall’inizio, è di inserire Giotto all’interno dei problemi culturali del suo tempo, problemi che lo videro agire e reagire da protagonista: i rapporti coi francescani e col papato, gli ideali e le mire dei committenti, gli ambienti romani e padovani che ne favorirono gli sviluppi stilistici.
Non siamo quindi di fronte a un saggio formalista o di connoisseurship, ma ciò non significa che il tema dello stile non venga adeguatamente affrontato: a tal proposito, è illuminante la considerazione che Giotto, come in seguito Leon Battista Alberti, «appare difficilmente afferrabile nella sua individualità, nonostante la nostra piena conoscenza dei suoi capolavori. Ciò è dovuto, in gran parte, al fatto che queste grandi personalità si servirono largamente di aiuti, o, meglio, crearono insieme al proprio stile personale uno stile collettivo […]. Cosicché limitarsi alle loro opere autografe, significa in certo senso recidere, antistoricamente, un tessuto culturale più vasto».
Questa, per me, è una gran lezione storica e di metodo.

Mi piacerebbe parlarvi punto per punto di tutti gli spunti offerti da Battisti – il ritorno all’Antico, l’umanizzazione naturalistica e concreta del divino, l’uso nuovo della prospettiva e di un colore che supera il grafismo bizantino in nome di una ricerca strutturale –, e anche delle cose che mi convincono poco – soprattutto il commento negativo al Giudizio universale nella cappella degli Scrovegni – ma ne uscirebbe un post lunghissimo e inutile: vi rinvio quindi alla lettura del libro.
Preferisco quindi riannodare i fili con un post vecchiotto in cui recensivo il volumetto di Massimo Cacciari Doppio ritratto (clicca QUI): allo stesso tema, il rapporto tra Giotto e il francescanesimo[1] (gli accenni al rapporto con Dante qui non li tratterò), Battisti dedica dei passaggi corposi e illuminanti.

Proprio in nome di quella contestualizzazione culturale di cui vi parlavo, Battisti prende in considerazione l’essenziale figura di Bonifacio VIII, il rinnovatore dell’antico splendore di Roma, colui che risolve d’autorità «la gravissima crisi insorta nell’arte sacra, con l’opposizione del primitivismo francescano alle decorazioni pittoriche».
Secondo Battisti, Giotto «già a Firenze si era nutrito dei principi di questo classicismo romano», tanto da giungere a ipotizzare come molto probabile un viaggio romano prima dell’arrivo ad Assisi. Quel che conta è comunque il dato certo[2] che la «fastosa decorazione della basilica di san Francesco, è ormai accertato, dipese da ordini e da fondi finanziari venuti da Roma».
Già il solo interesse per l’arte da parte della Chiesa di Roma non poteva che essere in contraddizione con una personalità, come quella di Francesco, del tutto indifferente «per tutto ciò che è prodotto dell’artigianato o dell’arte. Il Santo si ribella con violenza alla costruzione perfino di modestissimi conventi, demolendoli con le proprie mani; e non rinnova, ma restaura le chiese». E dunque, dato che il tradimento già era stato riccamente compiuto con l’edificazione della Basilica, cadeva ogni eventuale scrupolo di dare, nelle storie affrescate, una raffigurazione veritiera di Francesco.

Giotto, Omaggio di un uomo semplice, 1290-92 ca. Assisi, San Francesco, Basilica superiore


Così «negli affreschi di Giotto, San Francesco, fin dalla prima scena, che ha per sfondo il tempio romano di Assisi (essa però non è autografa), agisce in una scenografia in prevalenza monumentale ed eroica; relativamente rare sono le scene all’aria aperta. Il repertorio cosmatesco, con la sua ambiguità fra il moderno e l’antico, serve egregiamente ad allontanare le vicende dal Santo dal mondo contemporaneo – pur lasciandovi continue allusioni – e dalla povertà, per dar loro invece un tempo lontano e un clima eroico».
Ci ritroviamo dunque alle stesse conclusioni che si erano viste nel libro di Cacciari: per il papato è la povertà a dover essere esorcizzata dalle storie francescane. E in questo senso la fastosità della architetture diventano strumento essenziale: esse allineano «quasi fisicamente San Francesco alle classi più alte, facendolo divenire ciò che non volle essere, un eroe, appunto, di epopea. E ciò non ricorrendo a stilismi, a simbolismi, come nella pittura bizantina, ma mediante una solare chiarezza espositiva, che dovette apparire straordinariamente realista[4]».

Insomma, il punto essenziale dell’analisi di Battisti è che ai «pellegrini non si voleva affatto inculcare il concetto di un santo pauperista, o peggio, del profeta di una rivoluzione sociale; ma bisognava dimostrare che il suo comportamento era del tutto conforme ai principi della corte di Roma [e che] egli era in continuo e stretto rapporto con il Pontefice».
È dunque riconfermata l’immagine, che viene fuori anche dal libro di Cacciari, di un Giotto pienamente a suo agio nel soddisfare, mediante i soggetti delle sue opere e, - elemento non meno essenziale – il suo stile innovativo, le mire ideologiche e politiche dei suoi potenti committenti. Non può quindi sorprendere che, anche in seguito, l’artista si porrà, e con pari grandezza, al servizio della autocelebrazione di un personaggio ambiguo come Enrico Scrovegni.




[1] Sullo stesso argomento, segnalo gli interessanti passaggi di Cesare Brandi nella sua monografia su Giotto – raccolta in C.Brandi, Tra Medioevo e Rinascimento. Scritti sull’arte, Jaca Book 2006, pag.18
[2] Ricordo che questo saggio è del 1960, e quindi non escludo che alcune delle sue ipotesi e delle sue certezze possano essere state nel frattempo messe in discussione. D’altronde la questione di Assisi è una delle più dibattute dalla storia dell’arte.
[3] Questo ultimo periodo l’ho aggiunto per mostrare come, nel saggio di Battisti, il problema dello stile accompagni quello del contenuto e dei significati.


2 commenti:

  1. In realtà anche i libri ed i giornali sono pieni di strafalcioni: qualche anno fa in occasione del cinquecentesimo anniversario della proclamazione di Massimiliano I d'Asburgo Imperatore, avvenuta a Trento, sulla sezione locale del Corriere delle sera era pubblicato un articolo corredato di una fotografia con la (presunta) immagine del nuovo imperatore: il ritratto a cavallo di Carlo V di Tiziano.
    Naturalmente la didascalia riportava la scritta: L'imperatore Massimiliano I.

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    1. Nicola, ti segnalo questo ;) http://appuntidistoriadellarte.blogspot.it/2015/02/giotto-tra-assisi-e-padova.html

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