lunedì 14 aprile 2014

Brunelleschi secondo Argan

Filippo Brunelleschi, Cupola di Santa Maria del Fiore. Firenze



Diciamolo onestamente: Argan è uno scrittore che quando vuole può diventare davvero ostico, specie quando tratta di architettura. E così la sua monografia su Brunelleschi l’ho dovuta leggere due volte, dopo una prima lettura –interrotta a metà strada – di un annetto fa.
Ma ora posso dirlo: questa monografia che risale al 1952, tanto breve quanto intensa, è un piccolo capolavoro, una di quelle letture che per davvero ti rendono felice di studiare la storia dell’arte[1]: qui viene tracciata l’immagine un uomo e di un intellettuale, Filippo Brunelleschi, che eroicamente si carica il suo tempo sulle proprie spalle indicando così all’arte un nuovo ideale, un nuovo compito, una nuova sostanza.

Brunelleschi è colui che attua la rivoluzione moderna dell’architettura: egli mette fine alla tradizione medievale per cui l’edificio si proponeva come opera collettiva, sostituendo al lavoro collettivo tutto basato sulla trasmissione dei saperi l’attività intellettuale dell’architetto, di colui che, in piena autonomia, progetta razionalmente l’edificio: per Argan «Ciò che Filippo afferma e difende, e per la prima volta, è la “professionalità” dell’architetto contro il vago “magistero” dell’artefice, la priorità dell’invenzione tecnica sulla perizia di mestiere».
È ovviamente nella cupola di Santa Maria del Fiore, problema eminentemente tecnico e strutturale, che Brunelleschi attua la sua rivoluzione: qui tutto «deve decidersi sul piano della tecnica», una tecnica costruttiva nuova e insieme coscientemente storica; Argan precisa che Brunelleschi a Roma non cerca tanto la forma degli edifici antichi, quanto la loro logica strutturale e il loro impianto tecnico. Un classicismo interno, consapevolmente filologico e storico, quello di Brunelleschi.
A guidare il tutto è la ragione: «Brunelleschi è l’uomo per il quale la razionalità è norma di azione, guida della volontà».

Filippo Brunelleschi, Basilica di San Lorenzo, interno, dal 1419. Firenze


Nel post IlCubismo secondo Argan scrivevo che non si dica, però, che Argan non guardava le opere d’arte, che non le teneva in conto – idea semplicistica e banalizzante: le interpretazioni arganiane, tanto complesse quanto affascinanti, non possono che nascere (anche) da un rapporto diretto, continuato, addirittura familiare, con le opere. Ecco, questa monografia brunelleschiana ha nell’analisi delle opere il momento essenziale; Argan entra nello specifico, anzi, nel dettaglio, del problema architettonico: mostra, per esempio, i diversi modi in cui Brunelleschi forma il cubo prospettico nel portico dell’Ospedale degli Innocenti prima e in San Lorenzo e Santo Spirito poi; o come gli elementi tradizionalmente decorativi vengano anch’essi usati in senso strutturale (per esempio le paraste “mangiate” nel vano con l’altare della Cappella de’ Pazzi); o come l’esterno e l’interno della Cappella de’ Pazzi formino un insieme unitario magistralmente organizzato dalla prospettiva.
Ma tutto questo non rimane in uno spazio indistinto: le forme di Brunelleschi vengono raccordate da Argan ai motivi profondi che spingono la sua azione; forma e contenuto, forma e pensiero dell’artista si tengono necessariamente come momenti di una riflessione unitaria.

Filippo Brunelleschi, Cappella de' Pazzi, dal 1430. Firenze


È dunque mettendo in luce il neoplatonismo latente di Brunelleschi, collegato allo studio dell’antico – studio critico e filologico, come dicevo prima –, che Argan spiega la convivenza dei poli opposti di asse centrale e asse longitudinale nei progetti brunelleschiani: l’architetto tenta cioè di conciliare, di ridurre a unità, quello che era stato il grande dualismo non risolto dell’architettura romana.
Strumento della rettifica e della soluzione, come dell’innovazione, è la prospettiva, «che non scopre, né crea, né pone lo spazio; né, nella sua formulazione originaria, è metodo o processo da applicarsi alla veduta della realtà. È invece metodo o processo essenzialmente critico, che si applica al dato spaziale dell’architettura e lo riduce a proporzione o ragione; a null’altro mirando che a sostituire una concezione razionale, e dunque storicamente motivata, a una concezione irrazionale dello spazio».

Brunelleschi ritratto da Masaccio nella Cappella Brancacci


Prima di chiudere, a dimostrazione della ricchezza del saggio arganiano, voglio riportarvi alcuni dei passi, vero esempio di acume critico, in cui Argan si occupa del rapporto tra Brunelleschi e Masaccio; Argan non ripudia certo la tradizionale constatazione per cui il ruolo di maestro e guida spetta a Brunelleschi, ma nella sua penna il tutto si complica e, splendidamente, si intensifica: «non ci sembra affatto arrischiato supporre che l’ormai maturo architetto possa aver trovato più d’un argomento di riflessione nel novissimo spazio, e più ancora, nella novissima dimensione umana che il giovane pittore aveva realizzato sulla cappella del Carmine. […] Ma fu anche Masaccio, e nessun altri che lui, che mostrò al Brunelleschi come la storia fosse una storia di uomini e di fatti, e non di teorie, e come lo spazio nitido come un cristallo ch’egli aveva designato nella strutturalità geometrica di San Lorenzo fosse uno spazio di pure idee, uno spazio di rappresentazione: nel quale mai avrebbe potuto avverarsi un’apparizione di tanta umana altezza qual era quella che miracolosamente s’avverava tra le colonne e i cassettoni dell’affresco di Santa Maria Novella. L’esperienza nuova, che permette a Filippo di passare dalla grafica costruzione per successive intersecazioni di piani alla plastica centralità dello spazio o, se si vuole, da un classicismo puramente ideologico a un classicismo storico, non è dunque un’esperienza romana, ma fiorentina: l’esperienza, appunto, di Masaccio, la stessa che risolve nella sua profonda moralità il dualismo iniziale tra l’assunto teorico di Brunelleschi e l’assunto realistico di Donatello».




[1] La trovate, purtroppo solo nelle biblioteche, in varie edizioni: io l’ho letta nell’edizione Oscar Mondadori del 1977, ed è questa che vi consiglio per via del ricco apparato iconografico, nel  caso di questo saggio davvero essenziale. La trovate anche nella raccolta di scritti arganiani sul Rinascimento, Classico Anticlassico. Il Rinascimento da Brunelleschi a Bruegel, Feltrinelli 1984: fattore ottimo è che qui la monografia è anticipata e seguita da altri due saggi che la completano, La città del Rinascimento e Il significato della cupola

2 commenti:

  1. La lettura di grandi storici dell'arte come Argan dà sempre nuovo colore alle informazioni tecniche e alle interpretazioni: ricordo ancora quando, scrivendo la tesina di maturità, dalle pagine del suo manuale uscirono prospettive ben più profonde di quelle che leggevo sul mio testo. Brunelleschi emerge, così, nel contesto di tutta la sua riflessione, come un grande teorico nutrito di un sapere non puramente architettonico, ma arricchito di punti storici e filosofici. Grazie per avercelo fatto conoscere così!

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  2. Mi sono laureata sulla chiesa di Santo Spirito e il testo di Argan è stato per me una guida, difficile, a volte ostica, ma sempre una guida.
    In Santo Spirito dove moltiplicando il numero delle cappelle, aumentando i punti di vista, prevedendo i muri esterni che seguissero l'andamento delle cappelle, è come se Brunelleschi si spingesse fino all'estremo limite.Lì la concezione razionale dello spazio si spinge fino al confine, sempre più sottile, con l'irrazionale.
    Per me quella di Brunelleschi, anche visto attraverso la lettura di Argan, rimane l'esperienza fondamentale del Rinascimento. E non solo
    Grazia

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