lunedì 7 aprile 2014

I tre generi dell'arte contemporanea

Carlo Maria Mariani, Monumento alla poesia, 1999


Ammetto di provare, per l’arte contemporanea dalla Pop Art in poi, un misto di disinteresse (anche per correnti affatto degne di rispetto - il Minimalismo, tanto per fare un nome) e disprezzo (Pop Art, Transavanguardia e altre cose che non riesco a digerire).
Ma qualche tempo fa il nome di uno dei teorici dell’arte contemporanei per cui provo più interesse, sia in positivo che in negativo, Georges Didi-Huberman (clicca QUI e QUI), mi ha spinto ad acquistare un libretto edito da Bruno Mondadori che raccoglie quattro conferenze tenute da altrettanti studiosi francesi: il titolo, Del contemporaneo, dice molto; il sottotitolo, Saggi su arte e tempo, ci avverte che il libretto è più complesso di quel che può sembrare.
In questo post vi parlerò del terzo saggio, scritto da Nathalie Heinich, dal titolo stuzzicante, Per porre fine alla polemica sull’arte contemporanea, perché è quello che mi è sembrato più interessante e insieme contestabile.

Nucleo centrale del saggio è la proposta «di considerare quella che oggi viene chiamata nelle arti plastiche “arte contemporanea” non già come un momento dell’evoluzione artistica, corrispondente a una periodizzazione, bensì un “genere” dell’arte, alla stessa stregua della pittura storica in età classica. […] si potrebbe dire che nella produzione artistica attuale coesistono più generi, tra i quali l’ “arte contemporanea”».
È una proposta sicuramente interessante, e non meno problematica, in quanto presuppone la fine del percorso storico dell’arte, e quindi della storia  dell’arte[1]: saremmo cioè giunti a un punto in cui tutte le modalità espressive possono convivere senza che nessuna assuma un ruolo di avanguardia in un procedere che, in quanto compiuto, finito, non ha più sbocchi né prospettive; «Quello in cui viviamo è un sistema plurale»[2].
La Heinich propone allora di concepire la produzione artistica contemporanea come distinta in tre grandi paradigmi, o per meglio dire, generi: arte classica, arte moderna e arte contemporanea, sottolineando che «tali categorie […] non scaturiscono da una costruzione teorica a priori, ma da un’inferenza che prende le mosse dall’osservazione empirica», da «criteri descrittivi a posteriori: è quindi una problematica più pertinente alla sociologia che all’estetica»; possiamo quindi aspettarci, in base a tali premesse, fatti concreti, una oggettiva analisi dell’attualità artistica, e non astrazioni teoriche: ma il problema sorge proprio a questo punto, quando le basi “empiriche” si dimostrano assai fragili.

Michelangelo, Pietà Rondanini, dopo il 1552-1564. Milano, Castello Sforzesco.


«La prima categoria - arte classica- si basa sulla figurazione, nel rispetto delle regole accademiche della rappresentazione del reale. […] La seconda categoria- arte moderna- condivide con l’arte classica il rispetto dei materiali tradizionali ma si differenzia per l’espressione dell’individualità dell’artista. […] La sua prima caratteristica riguarda l’aspetto personale e soggettivo della visione».
E aggiunge: «E’ in questo che l’arte moderna rompe con quella classica, nella quale la personalità era sempre secondaria, o perfino problematica, rispetto all’esigenza primaria di applicare gli standard e i riferimenti comuni della rappresentazione».
Tutto ciò è riduttivo e schematico, perché
1) nel calderone della nozione di “arte classica”, si badi bene, la Heinich ci butta dentro non solo espressioni contemporanee, ma tutta la storia dell’arte occidentale fino all’Impressionismo, evidentemente senza sapere che tale tradizione è composta da una serie di espressioni artistiche diverse, spesso tra loro inconciliabili e tutt’altro che classiche: è dunque una visione della storia dell’arte insufficiente e impoverente oltremodo;
2) nel calderone di “arte moderna” succede la stessa cosa: una serie di movimenti artistici tra loro diversissimi vengono accomunati in nome di una non meglio precisata soggettività della visione – e in questo modo la Heinich, ancora una volta, svaluta in maniera grossolana e fastidiosa l’arte precedente: il filosofo Jean-Luc Nancy, nel saggio che apre il volume, fa riferimento alla Pietà Rondanini di Michelangelo, alla sua complessità, alla molteplicità di significati che essa può assumere. Ecco, la Heinich, anche solo nel rileggere quelle poche righe, si potrà rendere conto di quanto sia insopportabilmente svalutante il suo modo di intendere il ruolo dell’esperienza dell’artista in quella che lei chiama “arte classica”;
3) «rispetto dei materiali tradizionali» nell’ “arte moderna”? Ma scherziamo? E il Polimaterismo di Boccioni e del secondo Futurismo? E gli esperimenti di Picasso e Braque? E che dire di Dadaismo e Costruttivismo? Più avanti aggiunge, a proposito dell’ “arte contemporanea”, che «dal secondo dopoguerra in poi è emersa la tendenza a lavorare in “evoluzione”, invece che in involuzione, a inventare strade inedite per cancellare quelle precedenti» - ecco, la Heinich dovrebbe spiegare per quale motivo questa frase non può essere usata anche per le avanguardie storiche[3]!

Pablo Picasso, Violino, 1915. Parigi, Musée Picasso


Insomma, il grosso problema di questo saggio è quello di fondarsi su basi storico artistiche insufficienti, che portano alla banalizzazione e alla schematizzazione – le cose che, quando si parla di storia dell’arte, io più odio. L’impressione è che questa studiosa la storia dell’arte fino all’Impressionismo la conosce poco, forse perché non le interessa più di tanto - e questo non è in sé un problema, se semplicemente si facesse a meno di parlare di qualcosa che non si conosce (ma questa mi sembra una cosa comune tra gli addetti ai lavori: più spesso è il modernista che dice scemenze sull’arte contemporanea).

Sul resto del saggio non mi soffermo: l’autrice parla della paradossalità delle sue categorie, della polisemia delle categorizzazioni estetiche, e di altre cose che fungono da corollario allo snodo principale del suo discorso.
A me rimangono solo delle domande, in merito alla questione dell’arte contemporanea: se davvero le cose stanno come dice la Heinich, se davvero è avvenuto «il passaggio dallo “stile” al “genere”», allora vale tutto e qualsiasi cosa? E quindi, in base a quali criteri si può giudicare il valore di un’opera? Forse è proprio l’atto del giudizio, e dunque della critica, a diventare superfluo o addirittura fuori luogo?  Insomma, anche certa pittura della più bieca marca accademica – in apertura del post ne potete vedere un esempio - avrebbe la sua piena legittimità artistica! Su queste questioni la Heinich non dice niente, e anche per questo il suo saggio è sinceramente deludente.
E ancora: è possibile una via d’uscita da questa impasse della storia? Potremo assistere a un riavvio del percorso, alla nascita di qualcosa di realmente nuovo e che appartenga a questo nostro tempo? - per quanto riguarda queste ultime domande, io sono pessimista per quel che riguarda le arti tradizionali, non solo figurative.
Inoltre, se la storia dell’arte è finita, di cosa lo storico dell’arte dovrà fare la storia, quando si rivolgerà a questi ultimi decenni? A rigor di logica, il cronista potrebbe a buon diritto prendere il suo posto.

E qui mi fermo, perché mi sembra di essermi addentrato troppo, e indebitamente, in questioni che non sono mie, che non mi appartengono, che ho interrogato troppo poco.




[1] Temi affini sono affrontati nel famosissimo saggio di Hans Belting La fine della storia dell’arte o a libertà dell’arte, Einaudi 1990. Non rileggendolo da troppo tempo non ho potuto in questo post mettere a confronto le tesi della Heinich con quelle di Belting .
[2] Voglio precisare questo punto. Io credo fermamente che l’arte figurativa abbia avuto un percorso storico, che ci sia stata appunto una storia dell’arte; questo percorso è tortuoso e accidentato, non è progressivo e lineare e non ha dunque nulla di vasariano: non si conclude in un apice perfetto per poi decadere.
Si potrebbe anche obiettare che, sempre, nei vari momenti della storia dell’arte sono convissute esperienze artistiche diverse: nell’Ottocento, per esempio, è stata elevatissima la produzione di pittura accademica; ma ciò non toglie che ci siano state particolari manifestazioni che hanno assunto un ruolo preminente, un ruolo di guida, per portata e intima qualità, nel percorso artistico del secolo: Romanticismo prima, Realismo poi e Impressionismo e Post Impressionismo in seguito. Nella situazione attuale, se prendiamo per buona la ricostruzione della Heinich, mancano proprio fenomeni-guida di questo tipo, e non potrebbe essere altrimenti.
[3] Questa considerazione è comunque storicamente banale: anche gli artisti più radicali del Novecento sono legati a una tradizione artistica che li precede.

1 commento:

  1. Anche io, come te, ho delle grosse difficoltà ad avvicinarmi all'arte contemporanea. Ma non credo sia giusto provare disinteresse e disprezzo nei suoi confronti.
    Cerco di spiegare le mie motivazioni: per prima cosa consideriamo che ogni forma d'arte è specchio della società che la produce (nel bene e nel male) e per questo diventa documento importante e fondamentale per capire la propria epoca storica. Molta arte del passato non venne capita ed apprezzata dai contemporanei dell'epoca, ma oggi la ritroviamo sui libri di storia dell'arte e nei musei.
    In secondo luogo credo sia difficile aspettarsi che nasca qualcosa di totalmente nuovo oggi. Viviamo un epoca di contaminazioni di stili e culture, nella moda, nella musica, nel cinema, in ogni campo artistico, per cui è molto difficile trovare degli STILI completamente nuovi. Ma questo non deve essere necessariamente una cosa negativa, è come se ad oggi fosse già stato inventato tutto l'alfabeto artistico e i nuovi artisti hanno a disposizione le singole lettere per costruire nuove parole.
    Infine i mezzi artistici sono completamente cambiati. Non c'è più solo la tela, il pennello ed il colore. Ci sono i video, le performance, le installazioni, il web che si affiancano ai tradizionali supporti e mezzi artistici. La figura stessa dell'artista è cambiata!
    Penso quindi che il valore di un'opera vada giudicato in base ai contenuti, al messaggio che cerca di trasmettere. E lo dico da persona che crede comunque nel valore di una buona conoscenza e padronanza delle tecniche artistiche "tradizionali" che deve essere la base, lo zoccolo di partenza di qualsiasi individuo che cerchi di intraprendere il percorso di artista.
    L'atto del giudizio e della critica non può diventare fuori luogo, superfluo.
    La storia dell'arte non è finita, e dello storico avremo sempre bisogno, per capire da dove veniamo, cosa siamo e cosa potremmo essere domani

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