lunedì 28 aprile 2014

Masaccio e i temi della storia dell'arte

La critica d’arte ci ha insegnato a diffidare del culto del genio, facendoci capire l’importanza dei contesti e dei comprimari: un insegnamento tanto più importante oggi, in un momento in cui i poveri Michelangelo, Leonardo e Caravaggio diventano feticci della pseudo cultura renziana in stile Vojager col corollario che ben conosciamo di ossa disseppellite, buchi osceni agli affreschi, mostre indecorose e attribuzioni ridicole.
Ma non credo si venga meno a quell’insegnamento dicendo che nel corso della storia ci sono stati artisti che, per tutta una serie di circostanze - che possono non aver nulla a che fare con l’intrinseca qualità delle opere -, hanno accentrato sulla loro opera quei temi che fanno la specificità della storia dell’arte in quanto disciplina scientifica.
Masaccio è uno di questi artisti: studiarlo significa affrontare, nel concreto, buona parte dei problemi specifici della storia dell’arte. La sua opera presenta una serie di quesiti che, nonostante gli innumerevoli studi che l’hanno affrontata da ogni angolazione, ostinatamente continuano a far scervellare gli studiosi.

-          Questioni attributive

Masaccio, particolare dal Tributo  nella Cappella Brancacci


Sembrerà strano, ma anche per un artista dalla peculiarità stilistica tanto marcata come Masaccio, si pongono non pochi problemi attributivi, tutti o quasi vertenti intorno all’annosa questione della collaborazione con Masolino. Nel problema attributivo Masaccio-Masolino il giudizio normativo rimane quello di Roberto Longhi ma, si sa, le attribuzioni più accertate possono esser contestate anche dopo decenni: da ultimo è Sergio Rossi a contestare la divisione delle mani nella Sant’Anna Metterza proposta da Longhi – con un ragionamento a mio avviso insufficiente[1].
E non finisce qui: la Cappella Brancacci è un’oasi di problemi attributivi. Ha ragione Longhi ad ascrivere a Masaccio lo sfondo fiorentino della masoliniana Guarigione dello storpio e resurrezione di Tabita (a mio avviso sì, e senza alcun dubbio)? O ancora: è proprio vero che certi paesaggi nelle scene masaccesche sono di Masolino, e viceversa?
Non meno spinosa domanda: ha ragione ancora Longhi nel sostenere che la testa di Cristo nel Tributo di Masaccio è in realtà opera di Masolino?[2] A mio modesto avviso l’idea, di facile compromesso, per cui Masaccio sarebbe l’esecutore materiale di una testa realizzata secondo tipologie masolinesche è da escludere decisamente: per quale motivo Masaccio si sarebbe dovuto masolinizzare? E perché proprio in quel punto? Tanto valeva, allora, lasciar dipingere direttamente il collega.

-          Opere perdute e smembrate

A.Commodi (?), particolare dalla Sagra di Masaccio.
Firenze, Collezione U.Procacci.

Questo è uno dei temi più delicati della storia dell’arte: trovarsi a dover dare il giusto risalto a opere che non conosciamo e che non possiamo più vedere – per esempio la Sagra che Masaccio affrescò al Carmine - sembra un ben triste paradosso. Eppure è un lavoro che bisogna fare. E come? Non certo cercando Leonardo immaginari, ma basandosi sulle testimonianze letterarie e, soprattutto, iconografiche, che testimoniano la fortuna dell’opera – sempre quando abbiamo la fortuna di averle, queste testimonianze. Così, tramite le considerazioni di Vasari («e tutti posano i piedi in sur piano, scortando in fila tanto bene, che non fanno altrimenti i naturali») e di altri commentatori, e considerando le copie realizzate da vari artisti, per esempio Michelangelo, noi possiamo farci un’idea del valore artistico della Sagra e inserirla così nella nostra ricostruzione storica[3].

Ricostruzione ideale del Polittico di Pisa  di Mario Salmi


Quello del Polittico di Pisa è uno dei casi più celebri di smembramento e dispersione: perché è importante cercare di ricostruirne la forma originaria, riunendo idealmente i pezzi sparsi nei musei e i pannelli scomparsi? Perché qui, tra le altre cose, è in gioco una questione essenziale: la nascita della Sacra Conversazione, e dunque della pala a spazio unificato che, nel superamento del polittico gotico, ha nella stupenda Pala di Annalena del Beato Angelico la sua formulazione tipica.
Anche questa conquista della pittura rinascimentale è dovuta a Masaccio, come voleva John Shearman, che poneva l’ombra a sinistra del pannello centrale come una delle prove della unitarietà dello spazio?[4] Per come la vedo io, la prova più sicura è nel fatto che il giovane Filippo Lippi, quello della fase radicalmente masaccesca, realizza a sua volta spazi unificati, troppo radicali per essere tutta farina del sacco di un giovane: e a chi altri avrebbe potuto ispirarsi se non a Masaccio?
E col Polittico di Pisa già entriamo in un’altra questione complessa: quella dei committenti[5]. Carl Brandon Strhelke, a proposito dell’opera pisana, è giunto a ipotizzare due diverse commissioni: che, dunque, avrebbero prodotto due opere distinte. Non un solo polittico, come si è sempre pensato, ma due: il meraviglioso Sant’Andrea del Getty Museum di Los Angeles farebbe parte del secondo polittico[6].


-          Giovinezza e formazione

Masaccio, Trittico di San Giovenale, 1422. Regello, Pieve di san Pietro


Il problema della committenza è centrale perché, tra le altre cose, capire chi ha commesso l’opera può costituire un utile indizio per ricostruire l’attività dell’artista in un ipotetico periodo oscuro della sua carriera - per esempio la giovinezza di Masaccio.
Dove e con chi si è formato il pittore? Quali le sue prime opere, e attraverso quale linguaggio figurativo sono state realizzate? Il punto è che la prima opera certa di questo pittore, lo straordinario Trittico di san Giovenale, è già l’opera matura di un artista che, a soli ventuno anni, supera d’un balzo il Tardogotico imperante, si riavvicina a Giotto, e prepara così la strada alla pittura del Rinascimento: da dove viene una tale sfolgorante meteora, che sembra davvero autogenerantesi?
A proposito del Trittico aggiungo che esso ci mostra come i problemi che ho finora sommariamente esposto non siano affatto tra loro staccati, indipendenti, ma che anzi essi si fondano in un tutto unitario: se date un’occhiata al bellissimo catalogo della mostra Masaccio e le origini del Rinascimento[7] vedrete come due grandi conoscitori, Luciano Bellosi e Miklòs Boskovits, esprimano due opposti giudizi attributivi e qualitativi – personalmente sono del tutto d’accordo col secondo, che si pone in contrasto alla forte svalutazione del Trittico operata da Bellosi.



Prima di chiudere, alcune precisazioni.
Quello che avete appena letto è un qualcosa di estremamente sommario: sono molte altre le opere di Masaccio perdute o di cui ci sono rimaste solo poche tracce - ciò vale primariamente ancora per il Carmine e la Cappella Brancacci. Stesso dicasi per i problemi attributivi:  basti pensare agli affreschi romani di San Clemente. Qui, inoltre, ho solo accennato alla questione della committenza, e non ho detto nulla sui problemi iconografici e sulla capitale questione cronologica: Masaccio dipinge prima gli affreschi della Brancacci o prima la Trinità? – ne avevo tuttavia già scritto in un vecchio post, clicca QUI.
Quando, in apertura, parlavo di “circostanze che possono non aver nulla a che fare con la qualità delle opere”, intendevo che un’opera, anche mediocre, può interessarci per questioni del tutto indipendenti dal suo valore estetico, come l’iconografia, la datazione o la committenza – problemi, ovviamente, del tutto nostri.
Di conseguenza, non è l’ipotetico sommarsi di tutti questi problemi a fare grande l’opera d’arte.




[1] S.Rossi, I pittori fiorentini del Quattrocento e le loro botteghe. Da Lorenzo Monaco a Paolo Uccello, Tav 2012
[2] Non ho ancora letto i Fatti di Masolino e Masaccio, ma solo la prima redazione del saggio raccolto in R.Longhi, Il palazzo non finito. Saggi inediti 1910-1926, Electa 1995
[3] Sulla Sagra una vedi Divo Savelli, La Sagra di Masaccio, Giampiero Pagnini Editore 1998.
[4] Vedi Vedi quanto Shearman torna a dire nel suo intervento pubblicato negli atti del Convegno Masaccio e Masolino. Dalla tecnica allo stile, Skira 2003, un libro splendido che vi consiglio caldamente. Qui è anche pubblicato un intervento di Christa Gardner von Teuffel, autrice di una diversa ipotesi ricostruttiva.
[5] Un saggio importante su questo tema è quello di Alessandro Cecchi in Masaccio e Masolino. Il gioco delle parti, 5 Continents 2002
[6] Vedi le schede, splendide, che Strehlke dedica ai pannelli del polittico pisano catalogo della mostra Masaccio e le origini del Rinascimento, Skira 2002.
[7] Idem. Sono i primi due saggi del volume.                                 


2 commenti:

  1. Nella nota 5 probabilmente c'è un refuso: Alessandro CECCHI, non Conti

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  2. Grazie per la segnalazione, Cecilia! Con tutte le volte che l'ho letto non mi sono mica accorto di aver confuso i due Alessandro! :)

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