lunedì 19 maggio 2014

Beato Angelico, analisi tecniche, metodica del dubbio

Beato Angelico, Beato domenicano; Beato Vincenzo Ferrer, Museo di San Marco, Firenze


Nel post Datazione tecnica: la Trinità di Masaccio (clicca QUI), parlavo dell’importanza delle indagini tecniche, dunque della diagnostica artistica, per la datazione delle opere d’arte: i dati di queste indagini, confrontati con l’analisi stilistica e con lo studio delle fonti documentarie, possono infatti diventare uno strumento prezioso per una corretta datazione. Ma, nondimeno, questa tipologia d’indagine risulta utilissima anche al di là del problema cronologico: le analisi di laboratorio possono portarci a conoscere cose essenziali che l’occhio nudo non saprebbe cogliere.
La riconferma di questa piana verità l’ho avuta leggendo L’Angelico ritrovato, volume pubblicato da Sillabe nel 2008 (ve l’ho consigliato anche QUI), in cui viene offerto il resoconto del ritrovamento dei due Beati domenicani che contribuivano a completare la maestosa, e purtroppo smembrata, Pala di San Marco del Beato Angelico. Non solo però la storia del ritrovamento, ma soprattutto una ricostruzione storica affidata prevalentemente a Magnolia Scudieri, direttrice del Museo di San Marco e specialista di fama internazionale dell’opera dell’Angelico, e i risultati delle indagini di laboratorio condotte dall’Opificio delle Pietre Dure.

Ma sia ben chiara una cosa: nel ribadire l’importanza, anzi, la necessità delle indagini tecniche, non è che si vuole sminuire il ruolo degli altri metodi della storia dell’arte – di cui ho scritto QUI, QUI, e di cui ancora scriverò.
Il mio personale modo di intendere la ricerca storico artistica si basa sul principio della metodica del dubbio, di cui vi ho parlato QUI a proposito di Schapiro e QUI a proposito di Castelnuovo. Un principio splendidamente espresso da Marco Ciatti e Cecilia Frosinini, studiosi dell’Opificio, quando scrivono che «Non si tratta dunque di affermare la superiorità di un metodo sull’altro, come può accadere se ciò fosse solo una moda temporanea, ma della consapevolezza che se ci rendiamo conto della reale complessità di significati di cui l’opera è portatrice, vero significante con molti significati, allora dobbiamo cercare di assommare tutte le informazioni ricavabili dalle svariate chiavi di lettura». Non si potrebbe esprimere più chiaramente quel principio del poliedro tanto a caro a Ranuccio Bianchi Bandinelli[1], a cui personalmente aderisco convintamente e di cui presto o tardi vi parlerò.

Pala di San Marco, 1438-43, Museo di san Marco, Firenze


Ma cosa si può ricavare dalle analisi tecniche, in merito alla pittura dell’Angelico? Beh, qui gli esempi di nuove conquiste conoscitive – e di nuovi problemi che vengono alla luce - si sprecano!
Sempre Ciatti e la Frosinini notano infatti che la tecnica pittorica del frate si distacca nettamente da quella tipica fiorentina: l’uso di fondi cromatici, anche per gli incarnati, non è nella pittura angelichiana un fatto sistematico; l’Angelico si caratterizza invece per «una stesura molto sottile, spesso fragile, che diviene con l’invecchiamento quasi trasparente»: una tecnica che getta un inaspettato ponte tra l’Angelico e Gentile da Fabriano!
Ecco dunque che prendere in considerazione il dato tecnico ci apre verso orizzonti nuovi; ci insegna che l’affinità tra artisti può andare oltre, e senza interessarlo, il dato stilistico; che la ricerca di un artista può rivolgersi, e essere parimenti rivoluzionaria, non solo al problema dello stile ma anche a quello della tecnica. Infatti i due studiosi concludono - e questa è una cosa metodologicamente fondamentale - che «le scelte stilistiche e quelle tecniche rappresentavano due livelli che potevano essere considerati in maniera separata dagli artisti. L’attenzione cioè a certe modalità tecniche non significava necessariamente di voler adottare anche lo stesso linguaggio stilistico».
Insomma, mi sembra abbastanza chiaro che la diagnostica artistica non è solo un mezzo propedeutico alla conservazione.

Particolare dell'affresco con la Madonna delle ombre, nel Museo di san Marco


Sulle altre cosucce molto interessanti che si vengono a scoprire sulla tecnica pittorica dell' Angelico non mi soffermo: vi rimando al piacere di scoprirle leggendo il libro – giusto una che mi piace troppo: sulla tavola centrale della Pala di San Marco (di cui viene costantemente ribadita l’urgenza di un restauro – non so se è stato poi realizzato), mediante la radiografia, si è potuto vedere come in alcuni punti la pittura dell’Angelico, fattasi sottile e raffinatissima, quasi trasparente, si avvale della preparazione per schiarirsi nei punti necessari, senza dunque mescolarsi col colore bianco.
Credo che scoprire queste cose eminentemente tecniche e del tutto materiali abbia anche (in barba all’idealismo) l’effetto di ricordarci di che razza di geniacci ci occupiamo  studiando la storia dell’arte: quando, leggendo un saggio esemplare di Giorgio Bonsanti sulle tecniche artistiche[2], scoprii che la testa del Bambino nell’affresco con la Madonna delle Ombre è realizzato «esclusivamente per mezzo del colore, con una libertà e indipendenza del disegno tali da produrre effetti pittorici di estrema rarità, [in una] indipendenza dalla normale maniera di costruire attraverso il colore», la mia ammirazione incredula per il Beato Angelico si fece ancor più grande.




[1] Vedi quanto scrive Bianchi Bandinelli nel suo classico Introduzione all’archeologia classica come storia dell’arte antica, pubblicato da Laterza; o anche il magistrale volume di Marcello Barbanera, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo, Skira 2003. 
[2] Contenuto in un altro libro magistrale, gli atti del convegno Masolino e Masaccio. Pittori e frescanti, Skira 2003, che vi consigliai QUI

4 commenti:

  1. La Pala di San Marco è proprio adesso in restauro presso l'Opificio (Cecilia)

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  2. C'era una foto in un mio vecchio tweet: https://twitter.com/ceciliafrosinin/status/354612046484099072

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    1. cavolo, me l'ero persa!!...rimedio subito ;)

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