lunedì 12 maggio 2014

Iconografia sacra e paradossi a San Giovanni Rotondo



La prima volta che mi sono ricoverato nell’ospedale di San Giovanni Rotondo, Casa Sollievo della Sofferenza – quello fondato da padre Pio, per intenderci -, mi tornò alla mente il fondamentale saggio che Aby Warburg dedicò a Francesco Sassetta. L’estrema importanza di quello e di altri scritti warburghiani è, tra le altre cose, nell’aver mostrato quanto l’uomo “nuovo” del Rinascimento vivesse in una specie di condizione bipolare: da un lato la fede progressista e razionale nelle capacità d’azione dell’uomo, dall’altro l’affidarsi a forze religiose o irrazionali, “ la potenza della sorte enigmaticamente casuale”.
Qui a San Giovanni Rotondo mi sembra che, all’inizio del nuovo millennio, la storia si ripete: un ospedale che è all’avanguardia nella ricerca scientifica e, fatto non meno importante, nella modernità delle attrezzature mediche, è allo stesso tempo dominato da un irrazionalismo religioso palpabilissimo. Capita sovente di vedere qualcuno che, affidandosi fiducioso alla scienza e alla competenza dei dottori, un’ora prima si è fatto la risonanza magnetica e quella dopo è lì a pregare davanti alla statuetta della Madonna, magari intento in uno di quei rosari che riempiono di voci uniformate i pomeriggi dell’ospedale. E in tutto questo, il paziente-fedele non sembra trovarci proprio nulla di strano, niente di contraddittorio: ecco che, in altri termini e in una realtà tutta diversa, lo spirito ambivalente del Sassetta sembra come rinascere.



In alcuni reparti, e in certi punti di passaggio, si può rimanere storditi dalla quantità di immagini a sfondo religioso: solo nel corridoio del reparto di Gastroenterologia, senza quindi considerare le stanze, sono ben diciannove: Gesù e Madonne, san Micheli e  papi vecchi e nuovi ma, su tutti, padre Pio, autentico trionfatore di una sorta di celeste battaglia per il primato iconografico. Immagini di tutti i tipi: fotografie e dipinti, ma anche disegni e, non meno numerose, opere di scultura. Immagini dalla qualità non uniforme, anzi, quasi sempre di uno spessore artistico pressoché nullo – al primo piano ci sono anche delle splendide stampe Alinari a colori della Cappella degli Scrovegni.
Dunque, chi volesse approntare uno studio sull’iconografia cristiana nell’epoca attuale, troverebbe nell’Ospedale di San Giovanni Rotondo una ricca miniera da esplorare. Una miniera che però, pur ribadendo il discorso sulla generale scarsa qualità, può interessare anche lo storico dell’arte: alcune opere sono piuttosto interessanti e, fatto significativo, questo può dirsi soprattutto per la scultura.
Credo infatti che, per il suo essere maggiormente legata alla materialità concreta dei materiali, e per essere questi materiali meno facilmente idealizzabili con procedimenti accademici (forse), e per il suo essere comunque necessitante di una certa conoscenza del mestiere che salva dal dilettantismo spicciolo, la scultura sacra qui visibile riesce qualche volta a mantenere una qualità materica concretissima e perfino grezza che, oltre a donare una forte carica espressiva (per esempio a certe Pietà), lascia l’impressione più o meno netta di trovarsi di fronte a un qualcosa di almeno in parte realmente contemporaneo, di autenticamente attuale, non sclerotizzato in forme accademiche o da “pittore della domenica”.
E di pittori della domenica, del tutto disinteressati a un discorso che possa dirsi artistico, qui si è pieni: la galleria con la serie di ritratti di padre Pio è artisticamente imbarazzante. E questo si può vedere anche fuori dell’ospedale, per esempio nella Chiesa “vecchia”, che conserva mosaici della seconda metà del Novecento sinceramente orribili.



Ma c’è un’altra “sopravvivenza”.
Ogni volta che vengo a San Giovanni Rotondo e getto un’occhiata al famigerato santuario progettato da Renzo Piano rimango perplesso e pensieroso. Mi viene da pensare a come davvero la storia si ripeta, e a come certi personaggi importanti per la fede cristiana, che hanno vissuto le loro vite all'insegna della povertà e dell’umiltà, vengano drasticamente traditi dopo la morte: è dopo la morte che l’opulenza, lo sfarzo, lo sfoggio, vengono a loro intimamente accostati attraverso la costruzione di luoghi che portano i loro nomi, o che conservano i loro corpi. E, di questo tradimento, l’arte rimane lo strumento primo.
Insomma, a San Giovanni mi sembra essersi ripetuto quello che già avvenne ad Assisi[1]: e questo, se da ateo potrebbe lasciarmi indifferente, da persona che vuole capirci qualcosa del mondo mi sembra particolarmente istruttivo.



C’è però un punto di distanza essenziale, tra l’impresa della Basilica di Assisi e l’edificazione del santuario di Piano.
E cioè che mentre ad Assisi si gettarono le basi per la nascita della moderna pittura italiana, in un vero e proprio cantiere di sperimentazioni ininterrotte contenute in uno splendido involucro architettonico di marca gotica, a San Giovanni si è assistito alla creazione di un oggetto enorme e spropositato, del tutto fuori contesto, dalle forme che in nulla sembrano essere quello che pur dovrebbero essere – e cioè le forme di un luogo di culto -, ma che in tutto ricordano le arene in cui si svolgono gli incontri di pugilato o di wrestling; un luogo che rimane una (brutta e sfarzosa) cattedrale nel deserto: intorno a essa, come era ovvio prevedere, San Giovanni Rotondo non ha vissuto nessun rinnovamento culturale, anzi, in questo sproposito architettonico ha trovato esclusivamente il trionfo dello sciacallaggio che da decenni specula sulla memoria e sul culto di padre Pio.

2 commenti:

  1. Hai perfettamente ragione sulle parole di Warburg, adattabili ancor oggi all'uomo non più nuovo del Duemila) e sull'"iconografia" quasi imbarazzante di padre Pio (con la cui immagine mia mamma, a suo tempo, riempì la casa, sostituendola alle statuette fosforescenti della Madonna di Lourdes).Non concordo invece con il tuo giudizio sul santuario di Renzo Piano. Che sia rimasta una "cattedrale nel deserto non è colpa dell'architettura, ma dell'incapacità di recepirla, per esempio, in un progetto urbanistico accettabile.Il problema è che in Italia sembra quasi che non ci sia spazio per l'architettura contemporanea se non nella declinazione "geometrile" dei condomini che invadono ormai tutto il paese.

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    1. Sull'incapacità di recepire l'architettura contemporanea posso essere d'accordo, come discorso generale. Ma il punto, nel caso specifico di San Giovanni è, secondo me, che proprio l'edificio in quanto tale non c'entra niente col contesto - e non bastano certo gli alberi di ulivo piantati come funghi a far venir meno questa sensazione.

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