lunedì 23 giugno 2014

Piccolo omaggio a Enrico Castelnuovo



Negli omaggi che, in questa settimana, si sono fatti a Enrico Castelnuovo, il grande storico dell’arte scomparso pochi giorni fa, si è più volte ricordata la sua attività di medievista. E come potrebbe essere altrimenti, visti i suoi studi fondamentali sull’arte medievale?
Ma nel piccolo - piccolissimo - di questo post, che vuole essere semplicemente un omaggio, voglio parlarvi di quello che più di tutto mi colpisce di Castelnuovo, e cioè l’estrema varietà, di metodi e di interessi, che ne caratterizza gli studi: la varietà può essere, mi sembra, una delle chiavi per interpretare la sua lezione - un qualcosa di cui già vi parlai in un post di qualche tempo fa in cui avvicinavo Castelnuovo al concetto di metodica del dubbio (clicca QUI).

Il mio primo approccio con Castelnuovo è stato con un classico, un libro che raccoglie alcuni suoi saggi fondamentali sulla storia della critica d’arte: Arte, industria, rivoluzione. Temi di storia sociale dell’arte[1]. Considero questo libro un vero classico perché, come i classici, rimane lì come punto fermo inossidabile: per quanti approcci metodologici tu possa conoscere, per quanti interessi diversi tu possa in seguito coltivare, Arte, industria, rivoluzione resta un riferimento sicuro, un qualcosa che ogni tanto riprendi magari per il puro piacere di leggere qualche passaggio, o per cercare qualche ulteriore chiarimento, o per riprendere un argomento che per vie altre ti si è parato nuovamente davanti. Credo siano davvero pochi i libri che, nella formazione di uno studente, possano vantare un ruolo del genere – e questo senza dir niente dell’intrinseca importanza scientifica dei saggi che lo compongono.
Credo, tuttavia, che questo libro straordinario possa dare una visione piuttosto limitata della posizione metodologica di Castelnuovo: perché qui, ovviamente, quel che viene fuori in maniera preponderante è lo storico sociale dell’arte, lo studioso che scrive «Penso ora che ciò che non riuscivo a condividere pienamente nell’approccio di Longhi alla storia dell’arte fosse appunto quell’elemento costitutivo della sua cultura giovanile che in seguito non avrebbe mai rinnegato, la priorità dell’arte, della sua storia, dei suoi oggetti, delle sue serie»[2].
Dunque, la lettura di un altro gioiello, La cattedrale tascabile[3], mi è sembrata via via sempre più sorprendente e necessaria.

Non so se è solo una mia impressione, o se è stata una cosa effettivamente voluta dai curatori della raccolta, ma mi sembra che qui i temi di storia sociale dell’arte – pur presenti, sia chiaro! – non siano quelli dominanti. Prendiamo le introduzioni che vengono inserite nel libro: non quelle a Panofsky, Wackernagel o Baxandall, ma Toesca, Focillon, Previtali - e recensioni a Longhi e Zeri; la mia impressione è che si sia voluto far capire al lettore che sì, Castelnuovo lo ricorderemo certamente come uno dei fautori principali del metodo sociologico in arte, ma che egli, allo stesso tempo, era e rimase sempre l’allievo legatissimo alla memoria di Longhi – vi rimando a questo video.
Il merito dunque di questo libro, che, lo ripeto ancora, è un piccolo gioiello, è quello di mostrarci le tante facce di Castelnuovo: è splendido, per esempio, e attualissimo, il saggio museologico su Il grande museo in Italia e all’estero alla fine del XX secolo: tradizione, problemi attuali, prospettive, in cui vediamo come una esemplare ricostruzione storica possa realizzarsi con uno sguardo rivolto all’attualità e ai suoi problemi. Del saggio Di cosa parliamo quando parliamo di storia dell’arte? ve ne ho già parlato nel precedente post, e dunque ci ritorno solo per raccomandarvene nuovamente la lettura: è, semplicemente, uno di quei saggi che davvero meritano l’appellativo di “esemplare”.
E ancora: se Arte, industria, rivoluzione ci mostrava Castelnuovo alle prese con le ideologie artistiche nella Francia della Rivoluzione, qui lo vediamo nel suo terreno forse più tipico di medievista – il bellissimo Avignone rievocata - e di ricercatore “delle periferie”, cioè di quei territori a torto negletti in cui gli scambi artistici generano situazioni frizzanti e dense di significato: Le frontiere della storia dell’arteLe Alpi, crocevia e punto d’incontro delle tendenze artistiche del XV secoloMille vie della pittura italiana, sono altrettante letture memorabili.

Insomma, in fin dei conti questo post non è che un lungo consiglio di lettura: ma chissà, forse non c’è modo migliore per omaggiare un grande studioso che quello di ricordarne gli studi. Di certo non ci sarebbe nessuno più contento di me se ora qualcuno di voi si sentirà invogliato a conoscere, o rileggere, i saggi di Castelnuovo.
In quella che, se non vado errato, è stata l’ultima delle sue tante introduzioni ai classici della storia dell’arte – e torno a ripetere: se venissero raccolte in volume, formerebbero una storia della critica d’arte spettacolare! – lo studioso scriveva, ricordando la sua scoperta di Otto Pächt, che «Rileggendolo, vi scoprii un’eccezionale ricchezza di idee e di scoperte proposte senza alcuna retorica, o almeno prive delle retoriche abituali degli storici dell’arte»[4]:  è proprio la sensazione che si prova quando si legge Enrico Castelnuovo.





[1] Pubblicato originariamente da Einaudi, è stato ristampato nel 2007 dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, con una bella Postfazione di Orietta Rossi Pinelli.
[2] Pag.12 dell’edizione del 2007, facente parte di una serie di ricordi personali molto significativa.
[3] Sillabe 2000
[4] Introduzione alla prima edizione italiana di O.Pächt, La scoperta della natura. I primi studi italiani, Einaudi 2011

Nessun commento:

Posta un commento