lunedì 16 giugno 2014

Quell'ultimo svolazzo tardogotico...

In questi giorni ho letto il catalogo della mostra La primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460, un bel bestione edito da Mandragora nel 2013, che si fregia dei contributi di alcuni eminenti studiosi italiani e stranieri d’arte rinascimentale – costa un bel po’, ma vale tutti i soldi della spesa: tornerò a parlarvene in futuro, anche in merito a una questione molto ostica che qui a mio avviso è trattata superficialmente (anzi, non è trattata proprio!), la scultura di Brunelleschi.
La lettura del volume mi ha posto nuovamente di fronte a un problema sempre in voga negli studi sul primo Rinascimento: la componente tardogotica che, nelle prime opere scultoree di Brunelleschi e Ghiberti, Donatello e Nanni di Banco, rimarrebbe ben visibile.
Ora, io credo che questa presenza – che un modo di intendere la storia dell’arte per innovazioni e novità condannerebbe in quanto ritardataria – sia una cosa molto affascinante: scrive Laura Cavazzini che «Il primo decennio del Quattrocento è, per Firenze, straordinariamente denso e carico di ambiguità, ma anche di possibilità che attendono di potersi esprimere pienamente»[1]; questa è una splendida ambiguità, in quanto ricca di sommovimenti, di sperimentazioni, di tumulti – e d’altronde, gli ultimi sprazzi gotici in quei primi decenni del nuovo secolo sono ben capaci di produrre autentici capolavori in scultura come in pittura.

La domanda che mi pongo è: in alcuni specifici casi la presenza di elementi tardogotici non è eccessivamente sopravvalutata? Per dirla meglio: quegli ultimi svolazzi, quegli ultimi contorcimenti di panni visibili in alcune opere di coloro che diventeranno i maestri del Rinascimento, non sono semplici “scorie” iconografiche più che discriminanti elementi di stile?


Paolo Uccello, Jacopone da Todi, 1433-34 ca.
Prato, Museo dell'Opera del Duomo


Non c’è dubbio che l’affresco col Jacopone da Todi realizzato da Paolo Uccello per il Duomo di Prato sia un brano eccelso di autentica pittura rinascimentale; e questo Andrea De Marchi, nella scheda dedicata all’opera, lo mette pienamente in evidenza: basti pensare alla visione dal sotto in su realizzata «in maniera acrobatica», o al motivo della nicchia con valva[2]. Ma allora, mi chiedo, quel «disegno a meandro, ultima fiammata di goticismo estremo, formato dall’orlo del saio, ricadente a piombo», non sarà un dettaglio che, se può rivelarci una perdurante influenza tardogotica in Paolo, sarà inerente esclusivamente il dato iconografico? Che, dunque, quel gioco splendido di curve non aggiunge goticismo allo stile già tutto rinascimentale di questo brano pittorico[3]?

La stessa domanda la pongo di fronte al mantello svolazzante del famosissimo rilievo di Donatello col San Giorgio e il drago: Ilaria Ciseri, dopo aver ottimamente messo in risalto la carica rivoluzionaria dell'opera, parla di «svolazzo ancora gotico del mantello». Sarò onesto: io in qui non ci vedo niente di gotico; quello è certamente un mantello che svolazza fluente e vitale, ma non sarà esagerato vedere in ogni svolazzo - qui, peraltro, pienamente giustificato dalla scena narrata, e dunque tutt’altro che imposto da perduranti tradizionalismi stilistici – un riflusso tardogotico?


Donatello, San Giorgio e il drago, particolare, 1417 ca. Firenze, Museo
Nazionale del Bargello


Insomma, è vero che, come diceva Warburg, il buon Dio è nei dettagli; ma forse bisogna fare attenzione a non farlo diventare Satana, quel dettaglio, se lo carichiamo eccessivamente nella sua portata stilistica e se lo riconduciamo con troppa facilità a supposti precedenti tutti da verificare.

A questo proposito – e il nome di Warburg non l’ho tirato fuori tanto per fare del citazionismo facile – mi chiedo: gli svolazzi aerei e sibillini di panneggi quasi danzanti non sono una caratteristica tipica di molte figurazioni del Quattrocento inoltrato, da Agostino di Duccio a Desiderio da Settignano, da Botticelli a Ghirlandaio? E se dunque ha ragione Warburg a vedere in questi panneggi delle Pathosformeln all’antica, accessori in movimento tratti dall’arte romana (punto di riferimento degli artisti rinascimentali), allora non avremo trovato, forse!, una discendenza più vera ad alcuni di quei svolazzi che imperterriti continuano a fluire all'inizio del Quattrocento?




[1] Dal saggio dell’autrice in catalogo, 1400-1410: l’alba del Rinascimento.
[2] Aggiungo di sfuggita che c’è un qualcosa che proprio non capisco: De Marchi, accostando l’opera di Paolo a precedenti del Beato Angelico, parla di «soluzione della nicchia coronata da valva, che il pittore domenicano non adotterà mai, neanche nella più tarda Cappella Niccolina in Vaticano». A me sembra invece che di valve l’Angelico ne ha dipinte eccome - nella Pala di Annalena, per esempio, e nelle nicchie sullo sfondo della Pala di Bosco ai Frati.
[3] Un caso del tutto diverso è, credo, quello del Ghiberti della Porta Nord del Battistero di Firenze: lì, gli svolazzi e i panneggi esagerati si trovano in un contesto stilistico fortemente impregnato di Tardogotico, di cui, dunque, essi fanno parte organicamente e in maniera del tutto naturale.
A proposito di Paolo Uccello, ricordo che egli è stato tra i protagonisti della recente mostra Da Donatello a Lippi. Officina pratese - vi segnalo una approfondita recensione di Giovanna Ragionieri:  http://www.predella.it/predella_33/5.1.pdf

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