lunedì 28 luglio 2014

Consigli di lettura n.3

Anche per quest’estate Kunst chiude i battenti: ci si rivede a Settembre, con qualche piccolissima novità.
E, come sempre, l’ultimo post prima della chiusura è dedicato a qualche consiglio di lettura – piccoli post presi dalla pagina Facebook del blog. Buona lettura!


Enrico Castelnuovo, Arte, industria, rivoluzioni. Temi di storia sociale dell’arte, Scuola Normale Superiore di Pisa 2007.

Questo è uno dei libri migliori che abbia mai letto sulla metodologia e la storia della critica d’arte; più nello specifico è la storia sociale dell’arte che qui viene illuminata, introdotta, dispiegata: d’altronde “Arte, industria, rivoluzioni. Temi di storia sociale dell’arte” è uno dei libri più importanti di Enrico Castelnuovo, studioso che non ha certo bisogno di troppe presentazioni.Cinque saggi degli anni ’70; i primi tre si costituiscono come ricostruzioni storiche e metodologiche: i padri fondatori del metodo sociologico in arte - Klingender, Hauser, Antal - e le loro teorie, i modi in cui sono stati accolti e (soprattutto) contestati, gli sviluppi della disciplina con Schapiro e Baxandall fino alle deviazioni dalla proposta originaria (di stampo marxista) ad opera di Gombrich, Francastael e Haskell; inoltre, i temi tipici della storia sociale dell’arte - committenti, pubblico, istituzioni - sono ripercorsi attraverso le analisi dei vari studiosi. L’ultimo saggio è di tipo “pratico”: Castelnuovo esamina il periodo della Rivoluzione francese coi metodi della storia sociale dell’arte, dimostrando coi fatti quanto i periodi di crisi siano tra i prediletti dai fautori del metodo. Tutto questo Castelnuovo lo propone con una chiarezza di pensiero e di esposizione encomiabili: il libro è quindi davvero affascinante e stimolante, e non meno istruttivo. La prima edizione del libro è di Einaudi, la seconda delle Edizioni della Normale di Pisa (con una bella postfazione di Orietta Rossi Pinelli): nelle biblioteche dovrebbero essere facilmente rintracciabili.


Adolfo Venturi e la Storia dell’arte oggi. Atti del Convegno, Franco Cosimo Panini 2008.


Certamente questo libro non è facile da avere in libreria: il prezzo (di per sé onestissimo, data la qualità anche oggettuale del prodotto) non è forse troppo adatto alle tasche di uno studente. Eppure, se vi interessa la storia della critica d’arte, questo volumone che raccoglie gli Atti del Convegno romano del 2006 dedicato ad Adolfo Venturi, è davvero imperdibile. Qui alcuni dei nomi più importanti della storia dell’arte internazionale si riuniscono per discutere le questioni ampie e diverse riguardanti il magistero venturiano: si va da Enrico Castelnuovo a Irving Lavin, da Maurizio Calvesi a Xavier Barral i Altet. Il libro è diviso in cinque grandi nuclei tematici in cui vengono affrontati i diversi aspetti della vicenda intellettuale di Venturi: i suoi rapporti con la critica d’arte internazionale e nazionale, da Berenson a Warburg a Longhi, fino alla Scuola di Vienna e alla Russia; il suo impegno, fondamentale e tutt’oggi attualissimo, per la tutela del patrimonio culturale e per il riconoscimento della piena dignità disciplinare della storia dell’arte, anche in ambito istituzionale; il metodo venturiano, erede dalla connoisseurship di Cavalcaselle; i suoi contributi alla chiarificazione dei fatti essenziali della lunga vicenda artistica italiana, da Arnolfo di Cambio (molto bello il saggio di Anna Maria D’Achille, che mette in luce il ruolo fondamentale di Venturi per gli studi su Arnolfo) al Manierismo. Insomma, siamo di fronte a un libro molto ricco, che affronta una gran quantità di temi essenziali; l’ultima sezione, che affronta Le sfide attuali della disciplina storico artistica è sicuramente una delle più importanti: non esagero nel dire che il saggio di Bruno Toscano, Storia dell’arte e conservazione, è un qualcosa di davvero molto importante. Inoltre, questo volume ha il grande merito di far riscoprire, in tutta la sua complessità, una figura che – soprattutto da parte dell’editoria italiana – meriterebbe maggior attenzione.


Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei, Bollati Boringhieri (varie edizioni)

Classico dell’iconologia, questo libro di Seznec è, a mio avviso, non solo un grande sunto della tradizione di studi iconologici, ma un vero e proprio capolavoro, un libro, non esagero!, straordinario. Perché un sunto? Perché qui vengono ripresi i temi che hanno informato alcuni dei più importanti saggi dei vari Warburg, Panofsky, Saxl: i modi in cui le immagini degli dei pagani sopravvivono, alterate, nel Medioevo, per essere poi ricomposte nel Rinascimento; la connessione essenziale con l’astrologia; il legame strettissimo delle immagini con le tradizioni letterarie, filosofiche, culturali in senso ampio. Perché un capolavoro? Perché le pagine di questo libro sono, tra le altre cose, un viaggio e una scoperta: di connessioni inaspettate tra tradizioni e culture distanti (tra paganesimo e cristianesimo, e tra questi e le tradizioni orientali), di personaggi affascinanti (astrologi, mitografi e teologi), e luoghi meravigliosi in cui, mediante l’arte, mondi tanto distanti convivono. Questo insomma non è un libro che serve solo a chi studia la storia dell’arte : servirebbe anche ai vari tipi di razzisti e nazionalisti che ancora ingorgano la nostra società. Due assunti metodologici di base, pienamente iconologici: la necessità di mettere in connessione l’opera d’arte con quella letteraria, e dunque di andare oltre il formalismo alla ricerca dei significati profondi; l’essenziale continuità tra Medioevo e Rinascimento. Mai come in questo caso vi auguro una buona lettura – dimenticavo: c’è anche una bel saggio introduttivo di Salvatore Settis.



Giotto. Bilancio critico di sessant’anni di studi e ricerche - catalogo della mostra, Giunti 2000.

Il libro che vi presento oggi, catalogo della mostra fiorentina del 2000, è, senza esagerare, un capolavoro. Un capolavoro innanzitutto di concezione: dimenticate quei cataloghi con miriadi di saggi brevi e decine di schede risicate e inutili. Qui ci sono “solo” quattro saggi e una quarantina di schede: un’opera quindi essenziale che non si disperde in saggetti che ti dimentichi dopo un’ora. Ed è dunque un capolavoro, questo, per via soprattutto dell’intrinseca qualità degli scritti: oltre a quello introduttivo del curatore Angelo Tartuferi, la voce è lasciata a tre dei migliori storici dell’arte dell’ultimo mezzo secolo, tra i maggiori specialisti dell’arte di Giotto; essi realizzano tre saggi che, ne sono convinto, rimangono punti fermi inamovibili nella complessa e variegata bibliografia giottesca: Luciano Bellosi scrive Giotto e la Basilica Superiore di Assisi, Giorgio Bonsanti La bottega di Giotto, Miklós Boskovits Giotto: un artista poco conosciuto? . È chiaro dunque, dati questi nomi, che la difficile, annosa questione di Giotto è restituita innanzitutto nella sua complessità: è davvero stimolante vedere come questi studiosi, pur condividendo molte cose (per esempio l’autografia giottesca delle Storie di San Francesco ad Assisi), restino in disaccordo su non poche questioni essenziali – alcuni passaggi dei loro saggi li ho riportati QUIE le schede - scritte, oltre che dai citati studiosi, da Giovanna Ragionieri, Magnolia Scudieri, Daniela Parenti e altri – sono dal canto loro veri e propri saggi: letture giustamente complesse che nulla hanno a che vedere con riassuntini inutili e noiosi. Insomma, questo libro è spettacolare anche per una questione di metodo: ci mostra come affrontare Giotto (senza, è chiaro, dover per forza condividere tutto) e come deve essere un catalogo serio di una seria mostra d’arte.


Cesare Brandi, Pittura a Siena nel Trecento, Einaudi 1991

Il libro che vi presento oggi è uno di quei tanti capolavori della storia dell’arte che, purtroppo, Einaudi proprio non si decide a ripubblicare: vi tocca allora cercarlo in qualche libreria antiquaria, o, più comodamente, in biblioteca; in ogni caso questo volume postumo, in cui vengono raccolti molti degli scritti che Cesare Brandi ha dedicato alla pittura senese del Trecento, merita davvero di essere letto. Bisogna dire una cosa: che, a volte, Brandi è uno storico dell’arte non troppo facile da leggere – per esempio, la sua importante monografia su Giotto continuo a ritenerla troppo ostica in troppi passaggi, anche a livello lessicale; e questo può valere anche per alcuni dei saggi qui raccolti. Ma, credetemi, vale la pena di sforzarsi un po’, perché alcune cose sono davvero spettacolari: i due saggi su Pietro Lorenzetti, per esempio, sono autentici gioielli che consentono di cominciare a guardare con un occhio più attento a un artista straordinario che, forse, nella percezione generale, soffre un po’ nel confronto col fratello Ambrogio. Ma forse il pezzo forte di tutta la raccolta, di cui davvero la lettura è addirittura obbligata, è la storica monografia su Duccio di Buoninsegna, un saggio sicuramente complesso e impegnativo, ma, soprattutto, oltremodo appassionante! Esso - per rimanere solo a quello che può dirci sulla metodologia di Brandi - ci mostra come una storia dell’arte tutta fondata su complesse teorie estetiche possa in maniera del tutto naturale aderire alla specificità del processo e del prodotto artistico, illuminandoli.


Luciano Bellosi, Come un prato fiorito. Studi sull’arte tardogotica, Jaca Book 2000

Questo libro, in cui sono raccolti alcuni dei più importanti saggi che Luciano Bellosi, tra i maggiori conoscitori italiani del secolo scorso, ha dedicato al Tardogotico (prevalentemente la pittura), è un vero gioiello. Trattasi di una raccolta che spazia principalmente nei fatti dell’arte toscana tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, con protagonisti Lorenzo Monaco e Jacopo della Quercia, Gentile da Fabriano e Lorenzo Ghiberti, in un vero e proprio excursus dentro i sistemi e i modi della connoisseurship. Alcuni di questi saggi sono realmente essenziali: penso, per esempio, a Da Spinello Aretino a Lorenzo Monaco, precoce e corposo contributo in cui Bellosi realizza quella che è, se non ricordo male, la prima completa ricostruzione dell’opera del pittore di Arezzo; oppure a I Limbourg precursori di Van Eyck?, uno studio fondamentale i cui risultati – la posticipazione al 1450 circa di alcune parti del libro miniato di Chantilliy – consentiranno a Bellosi di vedere in Gentile da Fabriano il vero precursore di Jan Van Eyck (ve ne ho parlato QUI). Ma questo libro non è solo mera filologia o noiose questioni attributive: la capacità di Bellosi è quella di far capire, spiegandola con parole efficaci e dirette (è forse nella chiarezza la cosa migliore del linguaggio bello siano), la grandezza e/o la portata storica dei fatti artistici analizzati – in questo senso è bellissimo lo scritto su Gentile da Fabriano e il polittico di Valle Romita, che da solo può riuscire a farvi guardare in modo nuovo questo grande artista. Questo, insomma, è un libro esemplare anche da un punto di vista metodologico: vale senza dubbio la pena di mettere i soldi da parte.


Da Donatello a Lippi. Officina pratese, catalogo della mostra, Skira 2013.

Della serie: le grandi mostre si fanno ancora, e i buoni cataloghi pure! Se non ci credete vi consiglio di acquistare il catalogo di questa mostra svoltasi a Prato, in cui si ricostruisce l’ambiente artistico pratese negli anni del primo Rinascimento, quando la città accoglie alcuni tra i massimi artisti fiorentini. Il catalogo si divide in due parti, entrambe ottime. La prima, coi saggi, si concentra particolarmente su Filippo Lippi e sui suoi affreschi nella Cattedrale di Prato (ai tempi prepositura), indagati da un punto di vista non solo stilistico ma anche tecnico e materiale, con risultati molto interessanti (ne ho parlato QUI); ma v’è anche un saggio molto interessante, di Matteo Mazzalupi, che affronta l’annoso problema degli affreschi di Paolo Uccello nella stessa cattedrale, e quello “riassuntivo” di Andrea De Marchi che spazia attraverso i temi della mostra. La seconda parte, con le schede delle opere, è non meno interessante; anzi, per certi versi, è migliore della prima: ciò vale almeno per Paolo Uccello, di cui viene presentata una ricostruzione completa dell’attività giovanile, del momento cioè in cui il pittore si districava tra gli ultimi bagliori del Tardogotico. Ma anche le schede relative a Filippo e Filippino Lippi, nonché quelle dedicate a Donatello e ad alcuni straordinari nomi “minori” come Andrea di Giusto e Zanobi Strozzi, valgono pienamente la pena di essere lette. Insomma, se anche voi siete interessati al primo Quattrocento, questo è un catalogo che vi consiglio di non perdere. Ma a dirla tutta, lo consiglio vivamente anche a un’altra categoria di persone: quelle che, in maniera qualunquistica, ritengono che le mostre sono come la merda. Fanno bene solo a chi le fa.


A.M. Giusti, G.M. Radke, La porta del Paradiso. Dalla bottega di Lorenzo Ghiberti al cantiere del restauro, Giunti 2012.

27 anni, fino al 2012. Tanto è durato il restauro della Porta del Paradiso, il capolavoro che Lorenzo Ghiberti realizzò per il Battistero di Firenze tra il 1425 e il 1452 – parliamo quindi dello stesso giro d’anni. Siamo insomma di fronte a due imprese – la realizzazione dell’opera e il suo restauro – mastodontiche sotto ogni punto di vista: materiale, economico, umano. Questa storia entusiasmante è mirabilmente raccontata da Anna Maria Giusti e Gary M. Radke nel volume che ha accompagnato la conclusione dei lavori. Un volume splendido già da un punto di vista grafico, pieno com’è di illustrazioni splendide che davvero rendono giustizia al capolavoro ghibertiano. Il libro si divide in due parti: la seconda, della Giusti, in cui si ricostruisce la lunga vicenda critica e restaurativa dell’opera, e che ovviamente si conclude con una accurata analisi del restauro dell’Opificio delle Pietre Dure, è a mio avviso assolutamente imperdibile e supera di gran lunga la pur buona prima parte in cui Radke analizza l’opera da un punto di vista più specificamente storico artistico. Un libro in ogni caso che vale il prezzo del biglietto: un buon modo per attendere con l’acquolina in bocca il completamento del restauro della prima porta ghibertiana.


Georges Didi-Huberman, Beato Angelico. Figure del dissimile, Abscondita 2009.

Quando si ha a che fare con Georges Didi-Huberman bisogna andare coi piedi di piombo: bisogna cioè capire se dietro le sue speculazioni, fascinose e avvincenti, ci sia qualcosa di storicamente fondato; se, dunque, l’immagine innovativa che egli ci propone dei protagonisti delle sue riflessioni abbia qualche concreta base storicaQuesto vale al sommo grado per la sua interpretazione di Aby Warburg, ma non meno per il Beato Angelico, protagonista di questo libro vecchio di venticinque anni (dunque: in quale punto dell’evoluzione del pensiero di Didi-Huberman si pone?). Attraverso una avvincente digressione sui testi basilari della teologia e della filosofia cristiana, lo studioso francese propone una nuova immagine dell’Angelico e delle sue opere, specie degli affreschi del convento di San Marco: qui il pittore mette in atto una serie di soluzioni pittoriche “astratte” per significare la “dissomiglianza” dell’immagine; dissomiglianza da cosa? Dalla narratività, dal realismo: scopo della pittura è quello di traghettare lo spettatore in una dimensione mistica in cui il divino si rivela al di là delle apparenze. Da un lato dunque la normale scena realistica con Cristo e Maria Maddalena e dall’altro, all’interno della stessa, macchie di colore innaturali e simboliche; o ancora, alla base della “Madonna delle ombre”, una lastra marmorea astratta, pura pittura pregna di significati nascosti. Insomma, è un viaggio affascinante quello che propone Didi-Huberman, alla scoperta dell’ “astrattismo mistico e rivelatore”, per chiamarlo così, dell’arte cristiana – splendido il discorso sull’iconografia dell’Annunciazione. Concluso il viaggio, il problema però rimane: quanto, di quello che abbiamo visto, è frutto della verità storica e quanto della splendida fantasia dell’autore?


Lionello Venturi, La via dell’Impressionismo, Einaudi 1970

Questo è un libro che, se siete interessati alla storia della pittura contemporanea, non potete non leggere: qui infatti sono raccolti alcuni dei saggi più importanti che Lionello Venturi ha dedicato all’Impressionismo. A mio avviso, nonostante gli anni trascorsi dalla loro redazione, questi scritti non hanno perso nulla del loro valore, da un punto di vista sia metodologico che di ricostruzione storica: rimane fondamentale la ricostruzione venturiana – tra storia sociale dell’arte e storia del gusto – della personalità di Durand Ruel, il primo mercante degli impressionisti; o ancora, la ricostruzione del percorso artistico di Cézanne: quell’insistente ribadire la centralità del momento impressionista nell’evoluzione stilistica cézanniana rimane un punto fermo insostituibile nella letteratura sull’artista.  Certo, qualcosa risulta contestabile: non tanto l’idea che l’Impressionismo concluda la sua fase “eroica” nel 1880, quanto la pressoché totale incomprensione di Venturi dell’opera di Monet dopo quella data, sovente oggetto di stroncature – almeno per me – ingiustificabili. Ma a fronte di tutto questo, i pregi superano ampiamente i demeriti: quando Venturi attacca l’idea per cui gli impressionisti rimarrebbero aneddotici e stilisticamente frammentari riesce ancora a strappare applausi; e quando dell’Impressionismo, dopo aver mostrato i caratteri stilistici salienti, svela la carica socialmente ed esteticamente sovversiva, le sue pagine rimangono ancora del tutto degne di sottolineature insistite.



Ilaria Schiaffini, Umberto Boccioni. Stati d’animo. Teoria e pittura, Silvana Editoriale 2002.

Incredibilmente complesso, sfaccettato, tormentato e instancabilmente sperimentatore; eppure intimamente coerente con se stesso, rigorosamente consequenziale tanto nella teoria che nella concreta prassi artistica: Umberto Boccioni è davvero uno degli artisti più grandi della storia dell’arte italiana. In questo bel libro Ilaria Schiaffini si concentra sul problema, centrale nel percorso boccioniano, degli Stati d’animo: che sono sia delle straordinarie opere pittoriche, che una complessa teoria che traghetterà la pittura futurista verso la fase matura della sua evoluzione. Degli Stati d’animo l’autrice indaga il retroterra culturale e artistico: e dunque, principalmente, il misticismo che prepotentemente segnava la cultura avanguardistica dell’epoca – tra cui la pittura di Gaetano Previati, tanto importante per Boccioni. Ma si faccia attenzione: la Schiaffini si occupa degli Stati d’animo, non dello Stato d’animo plastico: quest’ultimo concetto è infatti l’evoluzione del primo, che verrà alla luce quando Boccioni andrà a Parigi, conoscerà il Cubismo, e tenterà quella mirabile sintesi di Espressionismo e Cubismo, in chiave eminentemente futurista, che si vede nella seconda versione degli Stati d’animo del Moma di New York. Insomma, se conoscete poco Boccioni, o se magari lo avete preso sottogamba, questo è il libro che fa per voi. Trattando di un momento tanto importante nella evoluzione di questo artista difficile e straordinario, la sua lettura mi sembra essenziale.

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