lunedì 14 luglio 2014

Mezzo secolo di un classico di Previtali

Campa cavallo che l'erba cresce ...


Quando un classico della critica d’arte compie cinquant’anni – ed è il caso, quest’anno, de La fortuna dei primitivi. Da Vasari ai neoclassici di Giovanni Previtali – lo si può omaggiare in due modi: il primo, molto azzeccato,  consiste nel realizzare una mostra che riprende l’argomento del libro sviscerandolo attraverso la presenza delle opere d’arte – come si sta facendo a Firenze alle Gallerie dell’Accademia[1]; il secondo, che è forse il più ovvio e il più giusto, consiste nel ripubblicarlo, quel classico che compie gli anni, per renderlo disponibile alle nuove generazioni di studenti e, insomma, attualizzarlo concretamente: ma purtroppo Einaudi, di ristampare un libro la cui ultima edizione risale addirittura al 1989, non pare intenzionata[2].
Intorno a un classico come La fortuna dei primitivi si è scritto tanto; dunque in questo post vi proporrò solo alcune delle mie impressioni di lettore.

La prima cosa che mi viene da pensare è che sarebbe molto interessante realizzare – ma magari è già stata fatta - una accurata analisi comparativa di questo libro e dell’altro che porta i “primitivi” nel titolo (etichetta critica che a mio avviso è tra le più disprezzabili): Il gusto dei primitivi di Lionello Venturi, un altro classico splendido e problematico – ve ne parlerò quando mi deciderò a pubblicare le impressioni sul libro di Venturi che tengo nel cassetto da un po’ di tempo[3].
C’è un tratto, tuttavia, che questi due libri li unisce: è la loro forte carica ideologica, polemicamente ideologica; ma se la polemica di Venturi è condotta, in nome dell’arte d’avanguardia, contro il ritorno all’ordine appoggiato dal Fascismo, quella di Previtali si scaglia contro quella tradizione di studi che, legandosi al recupero dei primitivi per ragioni esclusivamente ecclesiali, si poneva «a rimorchio degli studi seri settecenteschi», e dunque in modo politicamente reazionario. Ma ecco che questo tratto di unione è proprio quello in cui maggiormente si vede la abissale distanza: Venturi è uno dei fautori principali di quella lettura storiografica per cui «la riscoperta dei Primitivi – scrive Previtali - sarebbe una delle glorie del Romanticismo. […] Arte e religione, misticismo e arte, misticismo e primitivi. Misticismo romantico e misticismo medioevale, quindi, con un gioco di parole e un’equazione».
Insomma, Previtali rivaluta proprio quel Settecento che Venturi, per una questione tutta inerente lo statuto della critica d’arte[4], condanna drasticamente.

Giovanni Previtali


Ora, è a mio avviso indiscutibile che in certe prese di posizione Venturi è contestabile: soprattutto perché, basandosi sul principio della a-razionalità del processo artistico, egli sminuisce tutte quelle manifestazioni artistiche che da quel principio si allontanano: così, in nome della rivalutazione di un periodo e di un gusto se ne svalutano altri, in un tira e molla che non mi piace affatto dato che a guidarlo è un paradigma non relativizzato e assunto come universale.
Ma il punto è che i libri polemici, i libri di battaglia, questi “inconvenienti” ce li hanno; e anche il libro di Previtali è un libro di battaglia, un libro metodologicamente partigiano che ha bersagli ben precisi: tra gli altri, l’iconologia[5], liquidata in maniera inaccettabilmente semplicistica come legata per via genealogica alla tradizione di studi osteggiata e dunque inferiore a «un’altra, ben più ricca, tradizione, un altro, ben più fecondo, metodo di avvicinare l’arte pre-rinascimentale», che è insomma quello dei conoscitori che giunge fino a Longhi.
E con la critica all’iconologia ecco che Venturi e Previtali trovano un preciso punto d’incontro – giusto per dire quanto le cose, anche i rapporti tra scuole critiche opposte, siano in realtà complesse e sfumate.

Ma insomma, rimane il fatto essenziale che la rivalutazione dei primitivi è, per Previtali, fatto del Settecento; e fatto, si badi bene, non di gusto, come intese Venturi, ma di studi storici, della storiografia di derivazione illuminista: è in seno dunque al Neoclassicismo che nasce la rivalutazione dei primitivi - e, per dirla con Gombrich, del primitivismo nel suo complesso[6].
Ed è nella reazione fortemente polemica, costante in tutto libro, contro gli studi di tipo ecclesiale che guardano alla storia dell’arte solo in quanto catechesi, che le pagine di Previtali mostrano maggiormente i segni del loro tempo – o forse, e sono propenso a crederlo, è vero il contrario: perché è anche qui che si scorge l’attualità di questo libro, dato che ancora oggi è ben vivo il rischio di una storia dell’arte catechistica e asservita alla propaganda cattolica, basti pensare a certa bibliografia recente sul Beato Angelico[7]. E dunque questo libro, per chi crede nel valore laico e intellettuale della disciplina “storia dell’arte”, ha un alto valore morale[8].

Per tornare dunque alle questioni di metodo, è evidente il legame di Previtali con la connoisseurship, e non potrebbe essere altrimenti: la splendida lettura delle Vite, per esempio, ci riconsegna un Vasari conoscitore che guarda le opere concretamente, che le giudica per il loro valore stilistico, e che dunque si allontana da quell’immagine di “inventore di storielle” – che è pure in larga parte veritiera – che spesso ci facciamo di lui (per me, insomma, che non ho un grande amore per lo storico aretino, questa è stata la parte forse più istruttiva del saggio).
E dunque il valore degli studi settecenteschi è stato quello di aver prodotto una conoscenza diretta, concreta e vera, delle opere dei primitivi italiani: non più rivalutate per motivi religiosi ma per il loro intrinseco valore artistico, in un percorso che vede tra i protagonisti – in quello che per Previtali rimane un primato evidente degli studi italiani – personaggi come Della Valle, l’abate Lanzi e il De Lazara, passando prima ancora per il medico Giulio Mancini, antenato dei conoscitori.[9]
Un percorso di cui Previtali sottolinea continuamente l’attualità, date anche – e questo è molto interessante per chi si interessa di storia della critica d’arte – le notevoli affinità, metodologiche e concettuali, tra quegli antichi studiosi e i più contemporanei esponenti del formalismo o della Pura Visibilità - e mi chiedo se nell' apparato iconografico dell'opera monumentale di Séroux d'Agincourt sull'arte medievale, che diventa centrale e soprattutto autonomo, proponente cioè una lettura delle immagini parallela e indipendente rispetto al testo scritto, non si possa trovare un antecedente all'Atlante Mnemosyne di Aby Warburg.

E insomma, se tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gran parte del merito per l’avvio della riscoperta delle arti primitive ed extra-europee spetta agli artisti, nel caso della riscoperta dei primitivi italiani il primato è tutto degli studiosi: le copie degli artisti neoprimitivi, così come le tante tele ottocentesche che raffigurano momenti più o meno leggendari delle vite dei trecentisti e quattrocenteschi italiani[10], sono la conseguenza dell’erudizione che riscopre. Una volta tanto, gli artisti vanno a rimorchio.
E allora, proprio nella vicenda della rivalutazione dei primitivi italiani, non abbiamo la riconferma che anche il semplice apprezzamento estetico delle opere d'arte - qui a un livello più generale di gusto - non può che trovare nello studio - e insomma, nel leggere che accompagna il vedere - un appoggio insostituibile[11] ?

Auguste Couder, La morte di Masaccio, 1817. San Pietroburgo, Hermitage. Se questo
dipinto può sembrarci artisticamente non troppo interessante, ha comunque un valore
documentario di un certo spessore, perché ci indica come, a quella data, gli affreschi di Masolino
nella Basilica di San Clemente a Roma fossero attribuiti a Masaccio (che pure, in qualche modo,
nel ciclo è ben presente), come sua ultima opera.






[1] Il catalogo, che sto leggendo in questi giorni, mi sembra per ora molto buono; ma, non avendo ancora visitato la mostra, non posso ancora dire se questo è stato o meno un buon omaggio al libro di Previtali.
[2] Ed è purtroppo lunghissima la lista dei classici della critica d’arte pubblicati in gran numero da Einaudi nei decenni scorsi, e che la stessa Einaudi si ostina a tenere fuori catalogo.
[3] Un’analisi molto interessante, seppur concisa, delle motivazioni per cui il libro di Previtali si pone come aspramente polemico nei confronti di quello di Venturi, le spiega Enrico Castelnuovo nella prefazione alla seconda edizione della Fortuna – ora raccolta in E.Castelnuovo, La cattedrale tascabile. Scritti di storia dell’arte, Sillabe 2000. Sempre sul rapporto di Previtali con Venturi vi segnalo l’aneddoto raccontato da Giovanna Ragionieri in questo articolo (QUI).
[4] Per Venturi la critica d’arte, per essere realmente viva, non può che avere un rapporto privilegiato con l’arte a lei contemporanea; nella critica neoclassica a partire da Winckelmann questo rapporto viene abiurato: da qui la condanna di Venturi, con conseguente ammirazione per Baudelaire e la critica ottocentesca.
Mi sembra che in questo sguardo costante all’arte contemporanea, in questo riunire in una stessa visione l’arte del passato a quella attuale (scrive Argan che «non è l’antico che serve da guida all’arte moderna, ma l’arte moderna che costituisce l’esperienza formale senza la quale non è possibile intendere, o rendere attuale nella coscienza o porre come un problema, l’arte antica» - clicca QUI), si scorga una delle caratteristiche primarie della scuola venturiana, in contrasto con quella longhiana.
[5] Per curiosità sono tornato a leggere velocemente, dopo queste parole, quelle che Previtali usa, nel 1975, nel saggio introduttivo all’edizione italiana, pubblicata da Einaudi, degli Studi di iconologia di Panofsky: è uno scritto molto denso e importante, sicuramente polemico con alcune degenerazioni dell’iconologia successiva a quella dei padri fondatori, e che mostra un Previtali che, nello spazio di un decennio, nei suoi rapporti con l’iconologia mostra una evoluzione mirabile.
[6] E.H.Gombrich, Arte e progresso, Laterza 1985
[7] Vi segnalo un libro di cui ho scritto QUI e un post di qualche tempo fa, QUI
[8] Scrive Massimo Ferretti che questo è «un libro consapevolmente ideologico, dunque poco propenso alle sfumature e pronto a ogni contrasto»; e ancora: «È un libro di militanza disciplinare, sia perché afferma la natura filologica e non innocua della storia dell’arte, sia perché perché punta a ricondurre tale linea al campo della cultura di sinistra. Della sinistra comunista, non quella che aveva guardato a Croce e si era sentita da lui politicamente abbandonata nell’immediato dopoguerra, la sinistra in cui si erano riconosciuti molti storici dell’arte della generazione precedente» - in M.Ferretti, Un libro di cinquant’anni fa, in La fortuna dei primitivi. Tesori d’arte dalle collezioni italiane tra sette e ottocento, Catalogo della mostra. Giunti 2014.
Voglio a questo punto precisare un mio personale punto di vista: ovviamente è lampante che il libro di Previtali sia, da un punto di vista politico, progressista; ma sarebbe un errore non giudicare come altrettanto progressista (in termini, è ovvio, diversi) il libro di Lionello Venturi solo in base all’opposizione di Previtali.
[9] Sul Mancini vedi anche il saggio, famoso quanto essenziale, di Carlo Ginzburg Spie. Radici di un paradigma indiziario, in C.Ginzburg, Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi 1986
[10] Vedi il bel saggio di Francis Haskell Gli antichi maestri nella pittura francese dell’Ottocento, in F.Haskell, Arte e linguaggio della politica, SPES 1978
[11] Faccio riferimento a una questione che trattai in un post di qualche tempo fa, QUI

4 commenti:

  1. Credo che una delle prime cose che farò appena rientrata in Italia sarà rileggere "La fortuna dei primitivi" che ho in libreria, ma che ho lasciato a candire troppo a lungo: il tuo articolo merita un lettore informato.

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    1. Ti ringrazio... soprattutto perché la miglior soddisfazione che potrei avere è se questo post invoglierà chi lo legge a conoscere il libro :)

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  2. Sono capitato qui per caso, dopo aver letto "La fortuna dei primitivi". Poi ho vagato un po' tra gli altri articoli, seguendo le cose che mi interessavano di più: Kitzinger, Beato Angelico...
    Ci sono molte cose che mi piacciono del tuo sito:
    gli articoli sono rigorosi (all'inizio pensavo fossi un docente, non uno studente);
    sono leggibili e scritti bene, con un filo logico da seguire; le immagini sono curate e appropriate al testo; infine spazia senza confini, un po' come piace a me, in tutte le epoche e in tutti gli ambiti dell'Arte, compreso la salvaguardia del nostro (povero) patrimonio.
    Complimenti!

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    1. Grazie per i complimenti, davvero molto gentile :)

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