lunedì 15 settembre 2014

Il capolavoro di De Litio



Chi studia la storia dell’arte italiana dovrebbe avere ben chiara una piana verità: che l’Italia è un posto pieno zeppo di meraviglie artistiche sparse ovunque in tutto il suo territorio, un caso unico nell’intero panorama mondiale; si tratta di un qualcosa di talmente ricco che, tutto intero, non riesce a trovar posto nei manuali di storia dell’arte – e nemmeno nelle ovvie collane da edicola che continuano ad andare di moda -, e che dimostra che, quando si sente parlare di patrimonio diffuso o tessuto connettivo si stanno ascoltando ben più che blande formule retoriche.
Era molto tempo che volevo visitare Atri, nel cuore dell’Abruzzo, da quando vidi un video in cui Cesare Brandi (clicca QUI) racconta gli affreschi del pittore quattrocentesco Andrea De Litio eseguiti nel coro del Duomo, rappresentanti le storie della Vergine e di Cristo accompagnati, sulla volta, dalle coppie di Dottori della Chiesa ed evangelisti: ben mi aspettavo, dopo l’incalzante descrizione brandiana, di trovarmi di fronte a un qualcosa di meritevole; mai, però, mi sarei aspettato un simile capolavoro, mai avrei creduto di uscire dal Duomo atriano con la netta sensazione di aver contemplato uno dei capolavori della pittura italiana del secondo Quattrocento.

Chi segue questo blog sa che quando parlo di storia dell’arte cerco di essere il più documentato possibile e quindi di far uso di molte note: questa volta non mi è possibile, perché la scarna bibliografia su De Litio non è facile da rintracciare (ma clicca QUI). In questo post, dunque, vi offro semplicemente i motivi per cui ho maturato quella “netta sensazione” a cui ho poco sopra accennato.

Innanzitutto, già a guardare il coro dall’esterno si rimane colpiti da quella prepotente muraglia cromatica, compatta e potente, che attira l’occhio inesorabilmente: per una fortunata serie di circostanze, e sicuramente anche per merito di restauri ben eseguiti, del ciclo di De Litio si può avere una visione completa, unitaria, con lacune davvero minime - in ciò differenziandosi dai restanti affreschi (i più antichi risalenti al Duecento) che, non meno belli ma purtroppo in ampie parti frammentari, affollano il Duomo atriano.
Ora, guardando la bellezza del colore di De Litio, tanto intenso, felicemente squillante e vivace, risulterà chiaro che tale vitalismo cromatico rimane come possibile traccia, tra le altre chiarissime, di una intensa frequentazione fiorentina e toscana; e risulterà altrettanto evidente che l’intensità del colore sta a servire, accompagnandola e sottolineandola, la componente più decisamente e pateticamente espressionista della pittura delitiana.
A ciò va ad aggiungersi, ulteriore e prima conferma fiorentina, quella sapienza prospettica, anzi, quell’autentica audacia spaziale, perfino virtuosistica, che De Litio a piene mani ci mostra.

Perché, in riferimento al colore, ho parlato di fiorentinismo? Perché – e questo senza ovviamente escludere altre possibili influenze culturali - la squillante cromia, la cui potenza vuol sottolineare la plasticità volumetrica delle cose in quanto elementi di una realtà fastosamente tangibile e concreta, mi sembra debitrice delle esperienze dei vari Beato Angelico, Piero della Francesca e Filippo Lippi: un realismo, insomma, che si compone di gioia cromatica, di felice inventiva coloristica; dove, se anche può esserci monumentalità, non è quella severa e terragna di stampo masaccesco. De Litio ama troppo il colore, e una gioia di questo tipo non può (e perché mai dovrebbe?) contenersi.
D’altronde, in questa apertura verso una concezione più spumeggiante del dipingere - atto inteso proprio in quanto rendere protagonista il colore - De Litio mi sembra ben dentro gli sviluppi della pittura rinascimentale del secondo Quattrocento: il nostro pittore non è insomma un esiliato o uno che vada “in direzione ostinata e contraria”.


Si diceva allora del virtuosismo prospettico di questi affreschi: nelle scene d’interno o in quelle che si svolgono davanti a fondali cittadini, De Litio si esalta in giochi di colonne, in ritmi di pavimenti che degradano verso il fondo, in complicazioni architettoniche che degli edifici ci lasciano talvolta vedere squarci di interni con la vita minuta che lì si svolge.
Basti dare un’occhiata a una delle scene giustamente più famose del ciclo, La strage degli innocenti, dove il nostro artista si delizia con archi acuti e a tutto sesto ben scorciati, piastrelle sulle pareti e decorazioni di vario tipo, scalinate e balconi che si spingono in avanti a conquistare ulteriori brani di spazio, interni ombrosi che pure la divertita maestria di De Litio porta alla luce.
Ed ecco che il trionfo della prospettiva, e dunque di una concezione razionale dello spazio, trionfa proprio in quella che è forse la scena più aspramente patetica dell’intera opera: De Litio pone in primo piano le madri disperate – indimenticabile lo scorcio del viso disperato della donna al centro – e quasi si compiace nel mostrare nella maniera più evidente i sadici aguzzini che si accaniscono sugli infanti; e ovunque si corre e si urla, si gesticola e si implora, in una frenesia che prende anche gli spettatori sulla balconata.
E dunque, in questa unione complessa di espressionismo e razionalismo, come non accorgersi della enorme complessità, concettuale ed esecutiva, e insomma della ricchezza enorme, dell’arte di Andrea De Litio?






E si guardi, per le possibili influenze prospettiche, al Filippo Lippi degli affreschi di Prato, o ancora, si confronti la Natività di De Litio con quella che l’Angelico dipingeva per l’Armadio degli Argenti, con la splendida tettoia vista in posizione centrale e che il De Litio, pur a mio avviso riprendendola, complica con uno scorcio mirabile dal sotto in su.
E ancora il personaggio nell’immagine in basso che, nella maniera più palese, sembra suggerircelo lui stesso, a voce alta, il nome di Piero.




E così, dunque, sparsi a piene mani in tutte le scene, un brulicare di città a ravvivare i paesaggi, ad animare gli sfondi; scene aneddotiche dietro gli attori principali, ulteriore segno del divertimento di De Litio; anfratti spaziali in cui figurine deliziose entrano ed escono, forse si affacciano solo un attimo per offrirsi allo sguardo indiscreto del visitatore; e ancora puri saggi di virtuosismo prospettico: libri e ruote messi lì apposta per mostrarci che un’organizzazione razionale e intellettuale delle cose può ben convivere con l’interesse minuto e curioso per la realtà accidentale delle cose stesse.









Qui si conclude questa “analisi”, con la piena coscienza di quanto essa sia parziale e incompleta, da un punto di vista sia iconografico che stilistico: soprattutto, è chiaro che ridurre il bagaglio figurativo di Andrea De Litio alla sola Firenze, come qui ho fatto, è insufficiente.
Spero, tuttavia, di aver raggiunto lo scopo principale di questo post: farvi interessare a questo artista straordinario e, soprattutto, spingervi a varcare i confini dell’Abruzzo per andare a verificare coi vostri occhi quanto sia splendido questo suo capolavoro.

2 commenti:

  1. Sono nato in un minuscolo paese vicino Atri; adesso abito a Ferrara, nella splendida Ferrara, ma quanto mi manca il mio Delitio! gli affreschi del Duomo di Atri sono le mie radici, la ragione del mio continuare a tornare e sentirmi ancora abruzzese; naturalmente assieme ai calanchi, agli ulivi, ... ma capolavori come quello di Atri (spero non si sia perso l'affresco delitiano con Madonna "ammiccante" della chiesa di San Nicola) o Bominaco o Santa Maria in Piano e tanti tanti altri capolavori quasi del tutto sconosciuti delle numerose abbazie ne sono parte essenziale come il profilo del Gran Sasso e della Maiella. La storia dell'arte italiana, come sottolinea Sgarbi nell'introduzione al Catalogo delle opere, è principalmente storia dell'arte Toscana ma spesso le periferie possono meravigliare. Grazie per il suo scritto

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    1. La ringrazio per il suo commento, e sono davvero contento del suo apprezzamento. Spero di tornare al più presto ad Atri per vedere tutto meglio e magari poter tornare a scrivere delle opere di questa magnifica cittadina. Saluti.

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