lunedì 22 settembre 2014

Omaggio a Maria Monica Donato



È difficile commentare una cosa tanto brutta e, nonostante tutto, inaspettata, come la scomparsa di Maria Monica Donato.
Dico inaspettata perché io mi ero convinto - mi ero voluto convincere - che la sua battaglia la stesse vincendo, che il San Giorgio donatelliano apposto come immagine della sua pagina Twitter stesse infine per batterlo ancora, il drago cattivo. La malattia invece ha vinto. 
Ma non del tutto: perché, tra le cose che ricorderò di Maria Monica Donato, c’è la dignità, e il coraggio, con cui ha affrontato e combattuto il suo male: un qualcosa che nessuna malattia può togliere.
Non ho fatto in tempo a incontrarla di persona, ma la sua conoscenza virtuale è stata una delle cose migliori che mi sono successe da quando ho aperto questo blog; tante discussioni preziose, su Settis, l’iconologia e Luciano Bellosi, o sull’interpretazione di Warburg del non troppo amato da entrambi Didi-Huberman: una volta, quando le espressi i miei dubbi sullo stesso Warburg causati dalle letture dello studioso francese, lei mi consigliò di non buttare il bambino (Warburg) insieme all’acqua sporca (le teorie di Didi-Huberman): un suggerimento prezioso.
Tutto questo senza che mai lei, studiosa prestigiosa, salisse in cattedra: con Maria Monica Donato si discuteva da pari a pari, ci si dava del “tu”, poteva addirittura prometterti che, quel libro che ti stava tanto piacendo e che lei invece non aveva gradito, l’avrebbe ripreso in mano per rivederlo e, magari, ricredersi! Insomma, niente a che vedere coi professoroni che gli studenti li schifano, o coi tronfi “critici” da prima serata televisiva: la sua autorità Maria Monica Donato non aveva bisogno di ostentarla, di gridarla ai quattro venti.

Così, in questi giorni, ho ripreso in mano il suo saggio che apre lo splendido catalogo della recente mostra da lei curata insieme a Daniela Parenti, Dal Giglio al David. Arte civica a Firenze fra Medioevo e Rinascimento (Giunti 2013).
È uno di quei saggi che si dicono esemplari, per impostazione metodologica e risultati della ricerca; lo scopo è quello di ricostruire i segni (anche) figurativi che a Firenze, tra Medioevo e Rinascimento, hanno formato «una tradizione consapevole e duratura: fatta di parole, immagini, pietre, pensate per consegnare ai “futuri” un patrimonio simbolico pervasivo e cogente come una seconda natura».
Così i vari patroni della città, pagani o cristiani, rimangono intimamente legati a luoghi e immagini precisi, e le loro rappresentazioni vengono vissute come determinanti per la storia stessa di Firenze: il presunto resto della statua equestre di Marte diventa «Una presenza magica e ambigua: palladio intoccabile, la cui perdita o offesa avrebbe causato la rovina ultima della città, ma anche nume irato per l’abiura dei suoi antichi fedeli, fomentatore d’un’altra costante rovina, le lotte di fazione».
Insomma, in questo saggio Maria Monica Donato ci dice che le opere d’arte, specie quelle legate alla committenza civica, possiedono un imprescindibile e complesso valore semantico, simbolico, sociologico. In esse vengono a condensarsi le tradizioni, i valori (la romanitas, per esempio), le aspirazioni (il primato sulla Toscana) di un’intera comunità: ricordandoci, tutto ciò, quanto una visione esclusivamente formalista della storia dell’arte sia insufficiente a comprendere l’estrema ricchezza dei prodotti artistici.


Andrea di Cione detto Orcagna, Sant'Anna e la cacciata del Duca d'Atene, 1344-45. Affresco staccato. Museo
di Palazzo Vecchio. Scrive Matteo Ferrari che "l'affresco era parte integrante della campagna d'immagine
allestita dal Comune contro il Duca a pochi mesi di distanza dalla sua cacciata".


Dunque in questo studio l’interpretazione si muove al confine tra varie discipline, tra storia dell’arte e letteratura, tra sociologia e indagine latamente semiologica – un qualcosa che a me, e lo scrissi all’autrice, lasciò una gran voglia di rileggere i saggi semiologici di Meyer Schapiro, incentrati su altri temi della storia dell’arte medievale.[1]
Perché questa voglia? Perché la Donato, in un passaggio estremamente significativo, fa notare «la sintonia, e, sulle pareti dipinte, la sinergia fra immagine e poesia volgare. Nella Toscana del primo Trecento i due media sono accomunati dall’impronta rivoluzionaria di grandi modelli, Dante e Giotto; da una vasta pratica a più livelli; dalla dilatazione dei rispettivi territori – ciò che si può rappresentare in pittura, ciò che si può dire in rima -, delle funzioni e del pubblico. L’alleanza si risolve in un formidabile potenziamento dell’efficacia comunicativa della pittura politica di Firenze – e di Siena».

L’arte diventa allora parte centrale del discorso pubblico, strumento della politica e della propaganda[2]; così i miti e gli eroi tradizionali vengono costantemente aggiornati alle necessità del presente, e nascono generi artistici smaccatamente politici o comunque strettamente legati alla cronaca contemporanea: quello, per esempio, delle pitture infamanti, immagini attraverso cui si condannavano coloro che attentavano alla pace e alla stabilità politica e sociale della città. 
Si tratta di un corpus di opere che, ovviamente, non si compone dei capolavori da cartolina, e che anzi, in larghissima parte, non ha resistito al tempo e alle distruzioni – e questo anche nel caso delle opere di un maestro come Giotto, tanto rilevanti per la storia dell’arte civica di Firenze.

Anonimo fiorentino, Storie di Antonio di Giovanni Rinaldeschi, 1501-10,
Firenze, Museo Stibbert. Esempio di pittura infamante, qui si racconta, in nove
riquadri, la storia dell'oltraggio del Rinaldeschi al tabernacolo mariano sul
portale meridionale di Santa Maria degli Alberighi, fino alla sua punizione
finale per impiccaggione.


Insomma, cosa ci insegna questo saggio di Maria Monica Donato (insieme all’impostazione della mostra)? Ci insegna che, per comprendere oggetti così complessi e dai molteplici livelli semantici, bisogna innanzitutto accettarla, tale stratificazione semantica, realizzando un’indagine a vasto raggio che non si accontenti della sola componente visiva. La storia dell’arte è così intesa come un qualcosa che interagisce con gli altri campi del sapere e dell’esperienza umana – e che, proprio in quanto interagente, di quell’esperienza non può che essere momento indispensabile.
E ancora, ci dice che la ricerca storico artistica non può accontentarsi dei soliti capolavori arcinoti: la storia dell’arte, quella vera, è anche chiamata a portare alla luce quella enorme serie di opere “minori” che formano un tessuto connettivo di inestimabile valore (artistico, storico, identitario) – e questo anche quando, come nel caso dell’arte civica fiorentina, stiamo parlando di un patrimonio purtroppo in larga parte perduto o modificato.
Non ultimo, tutta la mostra Dal Giglio al David ci ricorda che una mostra deve essere, prima d’ogni altra cosa, un momento di vera ricerca, cultura e non spettacolo.

Ho voluto parlarvi - brevemente e in maniera sommaria - di questo saggio perché, forse, non c'è maniera migliore per omaggiare uno studioso scomparso che ricordare i frutti del suo lavoro. E poi, forse, gli studi di Maria Monica Donato ci consentono di guardare con meno amarezza a una morte tanto precoce: perché essi rimangono, a pieno dispetto di un destino (o un caso) ingiusto che crede di togliere tutto.




[1] Questi saggi, imprescindibili, sono stati tradotti in M.Schapiro, Per una semiotica del linguaggio visivo, Meltemi 2002 – edizione splendida anche per via dei saggi di Giovanna Perin e Lucia Corrain.
[2] Si veda, per esempio, quanto succede a Siena nelle sale affrescate di Palazzo Pubblico, in cui si assiste alla creazione di opere dal significato eminentemente civico, e dal valore addirittura equipollente a quello di un titolo giuridico – vedi, su questi temi, il magistrale saggio di Max Seidel, «Castrum Pingatur in Palatio». Ricerche storiche e iconografiche sui castelli dipinti nel Palazzo Pubblico di Siena, ora raccolto in M.Seidel, Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento. Volume I: Pittura, Marsilio 2003.

1 commento:

  1. Ottimo articolo e splendido ricordo di questa importante figura della storia dell'arte

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