lunedì 15 dicembre 2014

Il Bambino rotante di Duccio

 Polittico n.28, particolare. 1305 ca. Siena, Pinacoteca Nazionale


La complessa storia critica di Duccio di Buoninsegna ha vissuto il suo acme nel Novecento, e particolarmente, mi sembra, nella seconda metà del secolo: la scoperta di capolavori sconosciuti[1] e l’attribuzione a Duccio di opere fondamentali[2] hanno prodotto una comprensione puntuale del percorso artistico di questo pittore immenso.
Uno dei punti fermi della contemporanea critica duccesca è la corretta successione di tre opere essenziali - il Polittico n.28 della Pinacoteca Nazionale di Siena, la celebre Maestà per il Duomo senese, il Polittico n.47 nella stessa Pinacoteca -, realizzate nella sequenza che ho appena indicato.
Peccato che, parlando con un amico che studia Storia dell’arte all’università, sia venuto a sapere delle ipotesi contrastanti di un noto – e da me molto apprezzato – storico dell’arte. Purtroppo io non ho seguito le sue lezioni, quindi mi è impossibile discuterne le tesi; in questo post, però, non vi farò un riassuntino noioso delle ben valide motivazioni che invece confermano la successione più accettata che vi ho esposto sopra[3], né vi parlerò dei vasti motivi per cui queste opere sono fondamentali per lo sviluppo della storia pittorica italiana (tra le altre cose, è in ballo la nascita del polittico): mi limiterò a esporvi una piccola constatazione che può permetterci di ribadire (se mai ce ne fosse realmente bisogno) che l’esatta sequenza delle tre opere è quella Polittico n.28-Maestà-Polittico n.47.

Il Polittico n.28 è dunque il primo della serie.
Qui il gruppo della Madonna col Bambino ha tutte le tipiche caratteristiche di Duccio; per esempio la tradizione bizantina è evidentissima (e d’altronde Duccio non la ripudierà mai), ma si accompagna a innovazioni essenziali che quella tradizione la innovano grandemente: così le crisografie sul manto della vergine hanno una concretezza di pieghe reali tutta duccesca; abbiamo, fatto essenziale, la concreta e salda presa del Bambino tra le braccia della madre; l’introduzione del velo candido intorno all’ovale del viso di Maria; e, infine, l’ innovazione del piccolo Gesù che gioca col manto della Madonna (più spesso è il velo) a effondere umana dolcezza alla raffigurazione.
Quel che interessa notare in questa sede è la posizione del Bambino, di tre quarti, come rivolto a uno spettatore che è alla sua destra; e il fatto che i due personaggi sono nettamente staccati.

Polittico n.47, particolare. 1312-14 ca. Siena, Pinacoteca Nazionale


Se veniamo invece al Polittico n.47, l’ultimo della serie, la differenza diventa enorme: il Bambino si rivolge ora frontalmente allo spettatore, guardandolo negli occhi; in questo modo egli sembra guadagnare una potenza persuasiva del tutto inedita (che il degradato stato conservativo dell’opera non fa venir meno) unita a una monumentalità evidente; e tutto questo – meravigliosa ricchezza di Duccio – senza perder nulla della dolcezza affettiva: bellissimo l’incontro delle mani fra madre e figlio, meravigliosa l’idea del velo che, tirato fino allo stremo, compare sulla spalla di Gesù, a voler dire che la nuova monumentalità conquistata e la nuova prepotenza comunicativa non fanno venir meno il bisogno infantile di protezione materna. E infatti – culmine sentimentale – i loro visi si incontrano, a cercare un contatto ulteriore e definitivo.
Insomma, credo che almeno in questo dettaglio l’autografia di Duccio non si può negare, o almeno una sua preponderante presenza fin dalla fase ideativa.
Ma per tornare alla nostra questione, il punto da sottolineare è questo: il bambino di Duccio ha compiuto una rotazione decisa; un movimento che lo ha portato dai tre quarti alla perfetta frontalità, con tutti gli effetti monumentali e affettivi di cui si è detto.

Maestà, particolare. 1308-11 ca. Siena, Museo dell'Opera del Duomo.


Se dunque il Polittico n.28 e il n.47 sono gli estremi del percorso rotativo, il Bambino della Maestà per il Duomo di Siena ne è la fase intermedia. È vero che già qui si rivolge con lo sguardo allo spettatore che gli è di fronte, ma il resto del corpo è ancora nella posizione che aveva nel primo Polittico: insomma, la testa compie uno scatto frontale mentre il corpo rimane ancora in tre quarti: una rotazione a metà. 
Il movimento si completa, insomma, nel Polittico n.47, l’ultimo della serie, quello in cui il pensiero spaziale e affettivo di Duccio, in riferimento al tema della Madonna col Bambino, trova la sua conclusione.




[1] Penso soprattutto al ritrovamento, uno dei più importanti del Novecento, dell’affresco con la Consegna del castello di Giuncarico, dipinto intorno al 1314 nel Palazzo Pubblico di Siena. Vedi i due saggi fondamentali di Max Seidel e Luciano Bellosi – M.Seidel, “Catrum pingatur in Palatio”. Ricerche storiche e iconografiche sui castelli dipinti nel Palazzo Pubblico di Siena, ora raccolto in M.Seidel, Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento. Volume 1: pittura, Marsilio 2003; L.Bellosi, “Castrum pingatur in Palatio. Duccio e Simone Martini pittori di castelli senesi “a l’esemplo come erano”, ora raccolto in L.Bellosi, “I vivi parean vivi”. Scritti di storia dell’arte italiana del Duecento e del Trecento, Centro Di 2006.
[2] Penso, primariamente, alla dibattuta Madonna Rucellai, la grande pala dipinta nel 1285 per la fiorentina Santa Maria Novella e per secoli attribuita a Cimabue (ma che da almeno cinquant’anni nessuno dubita essere di Duccio); e alla vetrata per il Duomo di Siena, realizzata intorno al 1287, con la grande innovazione del trono architettonico in marmo.
[3] Rimando, per le tre opere protagoniste di questo post, alle ricche schede di Roberto Bartalini e Giovanna Ragionieri nel poderoso ed essenziale volume Duccio. Siena fra tradizione bizantina e mondo gotico, realizzato in occasione della mostra senese di Duccio del 2003, pubblicato da Silvana Editoriale.

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