lunedì 1 dicembre 2014

Le "Immagini da meditare" di Miklós Boskovits



Dopo il post di qualche tempo fa su La fortuna dei primitivi di Giovanni Previtali (QUI), torno a parlarvi di un altro classico della storia della critica d’arte che compie gli anni e che, purtroppo, si trova a sua volta nella triste condizione di fuori catalogo: trattasi di Immagini da meditare, una raccolta di alcuni dei saggi più importanti di Miklós Boskovits, apparso giusto vent’anni fa per le edizioni di Vita e Pensiero.
Boskovits è stato uno dei conoscitori più importanti del secondo Novecento, e quindi il titolo di questo libro appare quasi sorprendente: l’idea che le opere qui discusse siano innanzitutto da meditare  sembra allontanarci dallo stretto ambito – visivo - della connoisseurship. Il punto è che l’approccio di Boskovits alle opere d’arte è ricco e sfaccettato, dunque perfettamente in sintonia con la complessità polisemantica di questi oggetti: nessun inutile esclusivismo metodologico e interpretativo, insomma.
E in questo, come sempre, io ci vedo la lezione più importante per una Storia dell’arte che voglia dirsi attuale.


Primo Maestro di Anagni, Ippocrate e Galeno, 1088-1104 ca. Anagni, cripta del Duomo


Perché, è chiaro, questo libro è anche un capolavoro di connoisseurship: Boskovits dichiara esplicitamente che «il punto di partenza e un aspetto importante della ricerca riguarda sempre la determinazione possibilmente precisa di dati quali la paternità e il luogo e la data dell’esecuzione delle opere discusse». In maniera ancor più chiara, lo studioso fa poi riferimento a un deciso motto di Pietro Toesca: «prima conoscitori, poi storici».
Così il saggio di apertura, Gli affreschi del Duomo di Anagni: un capitolo di pittura romana, è uno dei più bei saggi attribuzionistici che abbia mai letto: qui Boskovits attua una ricostruzione entusiasmante dell’attività dei tre maestri che affrescarono, in tempi diversi, la cripta di san Magno nel Duomo di Anagni, con poche deviazioni - ma tanto decisive - da quanto aveva proposto Toesca in un importante saggio del 1902.
Senza entrare nello specifico del saggio – lo farò un’altra volta -, si può dire che una delle conquiste più importanti di Boskovits è la restituzione della grandezza del Primo Maestro, pittore che la critica aveva sempre disprezzato; e lo fa – ecco l’intuizione illuminante - chiarendo che egli non è un artista attardato della prima metà del Duecento (epoca degli altri due, il Secondo e Terzo Maestro), ma un pittore che agisce addirittura più di un secolo prima, orientativamente tra il 1088 e il 1104! Siamo insomma di fronte a tutto un altro mondo stilistico e iconografico, che è parte del generale revival tardoantico e paleocristiano in voga nell’arte romana del periodo.
Il Primo Maestro è così pienamente rivalutato in quanto pittore centrale della sua epoca, i cui influssi – se non, forse, la sua stessa mano – si possono vedere nel mosaico dell’arco trionfale di San Clemente, a Roma.
Un’altra essenziale conquista del saggio riguarda uno degli artisti più importanti e più dibattuti della storia dell’arte italiana, Pietro Cavallini, di cui Boskovits rileva gli interventi nel complesso anagnino.

Primo Maestro di Anagni, Episodio della leggenda di san Magno, 1088-1104 ca. Anagni, cripta del Duomo


L’obiettivo della connoisseurship di Boskovits è la chiarezza (lo si vede fin dai nomi di comodo scelti per i tre anonimi pittori di Anagni); è così molto interessante la sua polemica contro certa connoisseurship che indugia «a creare suddivisioni artificiose, identificando “mani” di aiuti, discepoli, garzoni […]. Personalmente non credo che questo tipo di “supercritica” possa portare a risultati storicamente rilevanti».
È dunque quella di Boskovits una connoisseurship del buonsenso[1], molto lontana dall’immagine fallace del conoscitore come infallibile dio dell’attribuzione – inganno che, a mio avviso, fa solo del male alla connoisseurship, dato che circonda di una inaccettabile aura di irrazionale misticismo divinatorio quello che è invece un metodo razionale e laico.

Ma insomma, come dicevo, i saggi contenuti in questo libro non sono solo connoisseurship.
Il secondo è in questo senso chiaro fin dal titolo: Immagine e preghiera nel Tardo Medioevo: osservazioni preliminari, offre un’avvincente cavalcata lungo gli ultimi secoli del Medioevo alla scoperta del ruolo affidato alle immagini nelle chiese, mostrando quanto esso muti in maniere anche sostanziali nel corso del periodo analizzato. È questa, dunque, una storia iconografica – e iconologica in senso lato – che tratta del rapporto «in continuo cambiamento fra l’immagine e il suo utente, il devoto che davanti ad essa prega»: è quindi presa in considerazione la funzione dell’opera d’arte.
Il legame tra opera e devoto è letto da Boskovits come un legame attivo in cui, se chiaramente è l’opera a doversi adeguare alle esigenze del fruitore, allo stesso modo il fruitore può venire fortemente condizionato dall’opera: come corollario all’evoluzione dei Crocifissi dipinti nel Duecento, lo studioso nota che «È probabile che la volontà di resa naturalistica, sempre più evidente nei crocifissi e in altri dipinti destinati al culto, abbia contribuito all’improvvisa fioritura di visioni relative ad immagini che parlano»; e anche a proposito di periodi successivi e di maggior naturalismo, scrive: «sembra che queste visioni, relative alla vita terrena di Gesù e della Madonna, molto debbano alla fantasia e alle acute osservazioni realistiche degli artisti»[2].
Insomma, i due poli della questione - l’opera e il fruitore - si influenzano vicendevolmente.
Così, per spiegare la nascita del nuovo Crocifisso “doloroso” senza scene narrative, Boskovits parla del bisogno di avere immagini che siano facilmente intese dai non istruiti: «Giunta Pisano[3], che per primo adopera tale tipologia, non solo mette in rilievo i segni esterni dell’agonia sofferta, ma cerca di rendere “credibili” anche gli unici personaggi secondari ammessi sui suoi crocifissi, cioè Maria e Giovanni evangelista».
Abbiamo allora la riconferma che, per comprendere i grandi sviluppi stilistici della storia dell’arte, non possiamo accontentarci di una autoreferenziale indagine formalista.


Giunta Pisano, Crocifissione, 1230 ca. Assisi, Museo di Santa Maria degli Angeli


Il tutto, mi preme dirlo, è da Boskovits portato avanti con uno stile di scrittura chiaro e agevole, di immediata e piacevole lettura; è, quella della semplicità e della chiarezza, una qualità che personalmente negli storici dell’arte apprezzo sempre di più: perché i nostri oggetti di studio - le opere d’arte - sono già tanto indicibilmente complicati, e quindi di tutto abbiamo bisogno meno che di inutili complicazioni filosofiche o poetiche.
Questo post termina qui, col solo veloce accenno ai primi due saggi che aprono il libro, dato che essi esemplificano bene il doppio binario (connoisseur e “iconologico”- quest'ultimo termine è tra virgolette!) che informa la critica di Boskovits, e che a me interessava esporvi: per la lettura di questi saggi – alcuni sono essenziali davvero: quelli sul Beato Angelico, per esempio, sono dei punti fermi negli studi sul frate pittore – spero di avervi trasmesso la voglia di andare in biblioteca.




[1] Anche in questo si vede, mi sembra, la stretta vicinanza tra Boskovits e Luciano Bellosi – vi rimando a al post La pennellata del maestro - autografia e qualità, e particolarmente alla lunga citazione finale di Bellosi (QUI).
[2] Sull’influenza delle opere d’arte sulle visioni degli asceti, Boskovits torna più volte nel saggio. Mi chiedo se la conclusione di questo studio (in cui Boskovits  scrive che «si cominciano ad apprezzare – come notano con stupore e disappunto i pittori [della fine del Cinquecento] – i dipinti antichi o arcaizzanti, che con le loro forme aspre e con i colori oscurati comunicano qualcosa di arcano e sacro, qualche cosa insomma che l’uomo della strada ancora oggi collega con la parola “icona”»), non contraddica ampiamente quanto sosteneva Previtali, nel suo libro che citavo in apertura, a proposito di una rivalutazione illuministica e laica dei primitivi italiani attuata primariamente dagli studiosi.
[3] Su Giunta Pisano, artista straordinario e centralissimo nella storia della pittura italiana del Duecento, vi consglio le voci enciclopediche di Alessandro Tomei (QUI) e Angelo Tartuferi (QUI).


fonti delle immagini: immagine 2 http://www.futouring.it/web/filas/biblioteca-foto?fedora_item=turismoCulturale:3894 ; immagine 3 http://museodiocesano.es/7-coleccion-de-lipsanotecas-siglos-xi-al-xvi/catedral-consagracion-de-la-iglesia-cripta-en-anagni/ ; immagine 4 http://it.wikipedia.org/wiki/Crocifisso_di_Santa_Maria_degli_Angeli

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